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‘Gli Ospiti’ Category

Avendo accesso potenzialmente ad una infinità di informazioni, ci sentiamo forti di saper distinguere la realtà dalla finzione. Si parla spesso di “Fake news”, di disinformazione, di manipolazione della realtà, di propaganda politica e forse abbiamo iniziato a capire che se “c’è scritto sul giornale” questo non vuol dire che sia la verità.
Abbiamo compreso che nel mondo ci sono persone che manipolano i “fatti” per farli leggere in modo distorto e mostrare agli altri una “realtà diversa”. Già nel suo “L’Arte della Guerra” Sun Tzu (e siamo nel quarto secolo prima di Cristo) sintetizzava che “La guerra si fonda sull’inganno” e forse in questi anni – in questi mesi in particolare – più che in altri ci rendiamo conto di quanto possiamo essere preda di questa “arte” della manipolazione.
Complici eventi terribili e spaventosi abbiamo capito quanto questioni politiche, sociali o anche scientifiche, possano essere alterate dalle capacità retoriche di alcuni personaggi, e quanto possiamo essere influenzati dalle manipolazioni emotive.
Ecco.
Quanto riconosciamo questo comportamento nel dibattito pubblico? Quanto, leggendo queste poche frasi, ci sono venuti in mente personaggi e situazioni che abbiamo letto sui social network o visto in TV?
Ma che succede se questa “arte della guerra” ce la ritroviamo tra le quattro mura di casa? Siamo davvero capaci di individuarla, di gestirla?

Assertivamente” è il nuovo libro di Giusy La Piana e tratta la comunicazione focalizzandosi sull’affermare del proprio punto di vista, senza cedere alle tecniche (consapevoli o meno che siano) adottate dalle persone che hanno uno spirito manipolatorio.
Ne parliamo con l’autrice in un clima molto cordiale e simpatico, tanto che in pochi attimi ci troviamo a darci del tu con una naturalezza incredibile.

Giusy La Piana è nata e vive in Sicilia. È autrice di saggi, testi teatrali, televisivi e musicali. Terminati gli studi liceali ha conseguito il diploma di Autrice presso il CET di Mogol e contestualmente ha intrapreso la carriera giornalistica. Dopo la laurea magistrale in Scienze della Comunicazione si è specializzata in Scienze Criminologico-forensi, Psicologia investigativa, giudiziaria e penitenziaria, Counseling e Coaching Skills. Ha condotto ricerche in pragmatica della comunicazione e su cultura, scrittura e strategie di comunicazione delle organizzazioni criminali. È socio professionista della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana. Tiene corsi sulla comunicazione interpersonale e professionale.

Tra i suoi libri: “Strategie di comunicazione mafiosa” (SBC 2010), “Fare del male non mi piace. La carriera criminale di Bernardo Provenzano” (Castelvecchi 2016) e “Se menti ti scopro. Manuale di Sopravvivenza nella giungla quotidiana della comunicazione” (Ultra 2018)

Domanda: Mi sono avvicinato a questo libro – lo dico senza parafrasi – con una certa ritrosia da una parte e un po’ di curiosità dall’altra, perché all’Assertività davo un connotato di prevaricazione, quasi di voler imporre il proprio punto di vista agli altri. Ma non è così. Cos’è l’Assertività?

Risposta: Essere assertivi è scegliere un cammino costruttivo ed improntato verso la libertà: la libertà di essere noi stessi, nella consapevolezza dei nostri diritti e delle nostre responsabilità, di fare scelte coerenti con le nostre intenzioni e il nostro sistema di valori, di agire per la nostra realizzazione senza prevaricare sugli altri e senza soffocare noi stessi.

Il sottotitolo di questo libro molto interessante è “Strategie di Comunicazione Interpersonale”. Quanto è importante essere assertivi in una discussione o in una relazione? Qual è il ruolo dell’assertività nel promuovere relazioni più sane e rispettose?

Il comportamento assertivo offre certamente numerosi vantaggi per migliorare la comunicazione interpersonale e stabilire sani confini a tutela e rispetto della nostra dignità personale e professionale. È un ottimo modo per prendersi cura delle nostre relazioni amicali, sentimentali e professionali. Assertività e cuore aperto mantengono in salute le relazioni, poiché le persone assertive sono in grado di assumersi la responsabilità dei propri sentimenti, belli o sgradevoli che siano, e di condividerli.

L’Assertività, dici nel libro, non fa “immolare l’anima alla divinità del compiacimento altrui”. E’ una visione davvero molto “potente” e forte. Anche perché questa divinità è una divinità a volte maligna, che ha un volto oscuro.

La compiacenza apre la porta all’infelicità ed è nutrimento per l’altrui arroganza. Sta a noi capire che alla fine di ogni processo, di ogni momento sfidante, arriva sempre l’opportunità per aggiungere un pizzico di consapevolezza in più rispetto al passato. È fondamentale chiedersi: “Cosa faccio ogni giorno di nuovo per provare a cambiare le cose?”. Possiamo creare nuovo benessere condiviso alzando la leva della compassione, della gratitudine e della gioia in modo da sfocare la tendenza tossica alle lamentazioni e alla rassegnazione.

Mi ha colpito molto che in parte questo libro è stato scritto come fosse un manuale. Ci sono nozioni teoriche, ma anche casi pratici ed esercizi per aiutare i lettori a sviluppare l’assertività. A chi può essere utile questo “manuale di comunicazione”?

Imparare l’assertività già da giovani rappresenta sicuramente un’ottima base di partenza per la propria qualità di vita. Questo libro è destinato a chiunque voglia mettere in azione il proprio potenziale. A chiunque attraverso una comunicazione costruttiva e proattiva voglia migliorare la qualità delle relazioni, superare momenti di crisi e conflitti sul fronte personale e professionale, coltivare una buona stima di sé, tutelare i propri valori personali e spazi esistenziali. A chiunque lavori nel campo delle relazioni: dagli educatori agli psicologi, dai medici ai manager, dai politici ai consulenti. L’assertività è utile pure per agevolare il dialogo tra genitori e figli, nelle dinamiche tra amici e tra colleghi, ma anche per imparare a dire no, a fare o ricevere critiche, per negoziare e per la realizzazione di obiettivi. Inoltre, visto che è in corso una verticalizzazione dell’odio online, con un incremento di messaggi carichi di intolleranza, discriminazione ed esclusione, è fondamentale imparare ad essere assertivi anche nelle nostre comunicazioni sui social.

Nell’ambito di una società in cui spesso prevalgono approcci comunicativi aggressivi, quanto può essere dirompente l’assertività per “rompere” il circolo di una comunicazione manipolativa?

L’aggressività distruttiva è uno dei volti della disistima di sé. Più l’assertività si diffonderà come stile comunicativo cui aderire naturalmente, meno bullismo attecchirà nelle scuole. Più abbracceremo l’assertività e più difficoltà avranno ad attuare le loro strategie i manipolatori, i prevaricatori e gli approfittatori che incroceremo.

Una delle tue specializzazioni professionali è in Criminologia. Ma quanto c’è di criminale nella manipolazione sentimentale che
si può avere in un rapporto di coppia?

La manipolazione riesce ad insinuarsi dove sono presenti mancanze, fragilità o paure. Il manipolatore per mantenere il suo potere spesso fa leva sul nostro senso di colpa. E più la manipolazione prende campo e più l’autostima di chi la subisce rischia di sgretolarsi. Anche in questo caso la pratica assertiva può aiutare a non perdere di vista se stessi e ad intraprendere le necessarie azioni di contro- manipolazione per ristabilire i giusti confini, prendere le legittime distanze e porre limiti alle pretese dell’altro. A conclusione di una delle presentazioni di Assertivamente, una ragazza si è avvicinata timidamente a me e ha detto: “Sono dentro una brutta situazione e non so come uscirne. Gli uomini che cercano di distruggere noi donne alla fine di cosa si nutrono? Quale sarebbe il loro guadagno?”. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime quando l’ho invitata a non cercare giustificazioni nei confronti di chi la starebbe maltrattando. E ho aggiunto che chi tenta di distruggerci si nutre proprio della nostra devastazione. Non la conoscevo ma ho riconosciuto il suo sguardo dalla vitalità appannata. Lo stesso che ho visto in decine di persone che erano impantanate in situazioni di dipendenza affettiva, in relazioni distruttive con partner manipolatori, sopraffattori, persecutori. Purtroppo nel nostro Paese c’è una guerra in atto da molti decenni ma di cui l’opinione pubblica si ricorda, per poche ore o giorni, giusto il tempo che si esaurisca la curiosità su tutti i dettagli emersi dopo l’ennesimo femminicidio. È una guerra che ammazza oltre 100 donne l’anno. A portarla avanti sono individui umanamente mediocri e mentalmente programmati alla pretesa di dover sottrarre ogni forma d’indipendenza alla donna che prendono di mira, che considerano come cosa da possedere, fino ad arrivare a strapparle anche l’ultimo refolo di ossigeno vitale. Bisogna ricominciare dalle basi: da “quell’ama il prossimo tuo come te stesso” inteso come profondo rispetto per se stessi e nei confronti di chi ci circonda.

Nei tuoi libri precedenti ti sei occupata del mondo criminale delle mafie. Qual è il grado di comunicazione manipolatoria che c’è all’interno del tessuto mafioso? Ti faccio la domanda perché è davvero sorprendente – come poi riporti nel sottotitolo di uno dei tuoi libri – che Provenzano, uno dei Boss più importanti di “Cosa Nostra” sostenesse che “non gli piace far del male”…eppure…

Ho iniziato a studiare sotto il profilo criminologico-comunicativo le strategie di comunicazione criminale circa 20 anni fa. Ogni volta che un laureando mi scrive per comunicarmi di aver utilizzato i miei libri per la sua tesi, ogni volta che altri autori mettono in bibliografia i miei lavori, mi rendo conto di aver seminato bene. La comunicazione della mafia è molto più di un linguaggio: non è solo un codice, è ragionamento, combinazione astrusa fra delirio e implacabile logica, fra paranoia e lucida razionalità. I parametri di moralità o di concezione di bene o di male che conosciamo e usiamo all’esterno dell’organizzazione criminale non sono applicabili al suo interno. Il mafioso non si percepisce dalla parte del torto, non considera come un disvalore la sua azione criminale e persino quando ha già all’attivo omicidi, estorsioni e traffici è convinto di essere molto religioso. L’adesione all’organizzazione mafiosa spesso è figlia dell’illusoria convinzione di fare il vero salto di qualità. Mentre apparentemente tutto tace, la mafia comunica e dissimula, intessendo le sue sotterranee ma incisive “tecniche di persuasione” per agganciare politica, imprenditoria, professionisti e manovalanza varia.

    Gio mi apre la porta e mi invita ad entrare dentro casa sua. I suoi occhi, scuri e profondi, riescono ad avere sempre un’incredibile luminosità. Lo abbraccio con affetto, quell’affetto che lega due anime in sintonia. C’è così tanta bellezza attorno a me che ne rimango estasiata, ogni oggetto è pregno di arte ed ha una storia tutta sua che vorrebbe raccontare. Una cosa in particolare mi rapisce lo sguardo: uno splendido cuore sacro incorniciato.
    “Adoro gli EX voto” gli dico.
    “Adoro i cuori” mi risponde lui, ed è in quel momento che spuntano, come richiamati all’appello, tantissimi cuori, in ogni sorta di materiale, forma o colore. Ci accomodiamo sul divano, mi offre una birra e iniziamo la nostra chiacchierata.
    Mi trovo qui perché non ho potuto non pensare al suo lavoro artistico riflettendo sul significato della parola “insolito” e perché lui è stato carino ad accogliere con entusiasmo una proposta fatta senza il minimo preavviso.

    Salvatore Giò Gagliano, per gli amici Giò è un artista vercellese, un educatore presso ANFFAS onlus Vercelli e un arte-terapeuta. Classe 1977, ama definirsi un diversamente fotografo, la sua passione è catturare la bellezza umana, la sua arte è vederla anche dove gli altri non sanno farlo, e incanalarla nelle sue foto, per renderla fruibile e leggibile a tutti. Lontano da stereotipi e discriminazioni, ci insegna ad abbracciare la diversità, che è una ricchezza inestimabile per tutti noi, e a tenere viva la curiosità per le tante storie che le sue immagini narrano.
    Dal 2000 lavora come educatore e ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, sia in Italia che all’estero.

    Origini

    Come è nata la tua passione per la fotografia e cosa rappresenta per te?
    È una passione che ho fin da piccolo, quando, per la prima comunione mi hanno regalato una macchinetta della kodak con cui ho iniziato a sperimentare, coinvolgendo mia cugina che mi faceva da modella. Il vero lato artistico, però, è arrivato nel 2000, dopo un percorso accademico nel quale mi sono cimentato prima con la pittura e la scultura. Precisamente durante la preparazione di una mostra, una triennale di giovani artisti, che in quell’anno affrontava il tema della guerra. Mi ricordo che avevo a disposizione degli oggetti specifici per costruire un’istallazione: delle cassettine di legno e plastica, che rappresentavano le guerre del passato e le guerre presenti, alle quali ho aggiunto un collage di fotografie in cui avevo immortalato tutti i miei familiari, intervenendo infine a livello pittorico. È stato lì che ho realizzato il grande potere della fotografia per comunicare agli altri quello che avevo dentro, quando la pittura e la scultura non mi bastavano. Ho capito che in questo modo sarei potuto andare oltre e da quel momento le foto sono diventate il mio mezzo artistico.

    [Immagine fornita dall’Ospite]


    Nel 2004, con “I Volti della Passione” sono riuscito ad unire le mie due vocazioni: l’arte ed il sociale, ambito nel quale avevo appena iniziato a lavorare. Questo progetto è nato per la Biennale del Mediterraneo. Mi sono reso conto che in tutta la storia dell’arte nessuno aveva mai affrontato il tema delle disabilità, se non per mettere in ridicolo i suoi soggetti, come facevano nel Settecento, per esempio. Ho subito pensato alla Pietà del Michelangelo, come passione, coinvolgendo Roberta, una ragazza con la sindrome di down, e Andrea, un ragazzo spastico, nei panni di Cristo, per vedere cosa ne uscisse fuori. Gli abiti vennero realizzati da mia madre e da mia zia, io ricreai il calice del Bacco del Caravaggio mettendo insieme un
    candelabro con un piatto di vetro sopra, e gli scatti furono effettuati tutti in analogica.
    Questo progetto è durato fino al 2009, quando ho realizzato la mostra. Grazie al Comune di Vercelli sono stati diffusi più di 30 cataloghi in tutta Italia e le mie foto sono arrivate a svariati giornali di arte. Negli anni a seguire, altri fotografi hanno trattato progetti simili, alcuni con mezzi e sponsor anche molto importanti, ottenendo grande risalto.

    Parlami dei tuoi progetti.
    Attualmente mi sto dedicando a Kouros, un progetto benefico che ha come protagonista Marco. Marco è un ragazzo ventenne, che due anni fa ha perso la gamba destra in un incidente in moto. Io sono venuto a conoscenza di questa storia un anno dopo, leggendo l’articolo su Facebook, in cui si parlava anche di una raccolta fondi “una mano per una gamba”.
    Naturalmente mi sono sentito in dovere di dare il mio contributo, ma rendendomi subito conto che fosse una goccia in mezzo al mare. Volevo fare di piu. Ho contattato Marco su instagram, dicendogli che mi avrebbe fatto piacere conoscerlo e sostenerlo, con l’unico mezzo di cui disponessi, ovvero la fotografia.
    Oltre a questo, il mio desiderio era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che anche senza una gamba si può fare, come ha fatto Marco, e, contemporaneamente dimostrare che un arto mancante non priva un corpo della sua bellezza.

    [Immagine fornita dall’Ospite]


    Ci siamo incontrati e lui mi ha raccontato la sua storia. Io non lo sapevo, ma la ASL passa una protesi, la cosiddetta “gamba di legno”, che come si può facilmente intuire è una protesi molto rigida, che limita i movimenti. Per avere una “gamba” che gli conceda dei movimenti normali e fluidi è necessario un bell’investimento economico: la cifra è di 58 mila euro, ogni anno prevede circa 2 mila euro di manutenzione e ogni 5 anni andrebbe cambiata. Sono rimasto colpito dalla serenità con cui ha affrontato tutto questo: quando Marco si è risvegliato ha pensato di essere fortunato e che sarebbe potuta andare peggio. Era grato per essere rimasto in vita. Questo per me è stato come una pugnalata nel cuore. Per me lui è un eroe, un
    mito e da qui nasce la connessione con le antiche statue greche, con la loro eterna bellezza,
    seppur private di una gamba o un braccio. La rappresentazione visiva è il Kouros: questo giovinetto che mantiene sempre una posizione molto eretta e che ha la particolarità di avere la gamba sinistra leggermente avanti rispetto a quella destra, come nel caso di Marco, in cui la sinistra è quella sana.
    Non credo alle coincidenze, ma credo che le cose capitino in un preciso momento, per un preciso motivo, per farti fare qualcosa di particolare.
    C’era bisogno di un progetto forte! Non volevo fare delle fotografie in studio, fine a se stesse.
    Ho pensato che il Museo Leone potesse essere perfetto con i suoi reperti archeologici. Il museo, non solo ha accolto con grande entusiasmo il progetto, ma ci ha messo a disposizione tutto lo spazio possibile per scattare, ci ha concesso l’utilizzo di reperti che raffigurano gambe, piedi o braccia (come rimando al nome della raccolta fondi “Una mano per una gamba”) ed ha riservato grande attenzione nei confronti di Marco. Inoltre ha esposto 6 delle 27 fotografie all’interno del museo vero e proprio, dislocando addirittura un’anfora antica per collocare una nostra foto. La mostra sta andando bene ed è di sostegno alla raccolta fondi, a cui partecipa anche la vendita all’asta delle foto. Il progetto vercellese si concluderà il 2 giugno, ma il mio desiderio è quello di portarlo anche fuori e dargli quanta più visibilità possibile.

    Un altro progetto in partenza è “Corpus”, un altro progetto benefico a cui sono stato invitato e che probabilmente partirà in autunno al museo del Duomo di Vercelli. Per questo lavoro sto creando un libro d’artista, un percorso sulle persone e la pelle che abitano, con le sue cicatrici, imperfezioni, con le sue malattie, con i suoi vissuti e la sua forza. Saranno 300 fotografie con la copertina in ecopelle rilegata con i fili di sutura. Ogni pagina sarà uno zoom, senza nessun riferimento al soggetto, ma solo con la descrizione delle peculiarità di quella pelle. Ho fatto una ricerca sui social per raggiungere l’ambizioso numero di soggetti da ritrarre e sono rimasto stupito delle risposte positive che ho avuto già in breve tempo.

    Ricordi un momento preciso o un incontro specifico che ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo attraverso l’obiettivo?
    Attraverso I’obiettivo no, ma ci sono stati degli eventi durante le mostre che mi hanno toccato, uno in particolare, durante la mostra “I Volti della Passione” al Palazzo del Moro a Mortara. In questo spazio c’erano due ingressi: un’entrata ed un’uscita. Ad un certo punto due signore, anche un po’ trasandate, sono entrate dall’uscita e si sono fatte un giro piuttosto rapido della mostra. Il mio pensiero è stato “queste non hanno nemmeno capito di essere ad una mostra”.

    Le signore, alla fine del giro si sono avvicinate a me per condividere le loro impressioni. Mi sono sentito come se mi avessero preso a schiaffi, perché con uno sguardo veloce avevano colto tutta l’essenza della mostra e della mia arte.
    Siamo esseri umani, capita a tutti di peccare, perfino a te, che del non fermarsi all’apparenza ne hai fatto il pilastro portante del tuo lavoro e della tua arte.
    Da quel momento, ogni volta che faccio un pensiero del genere mi torna in mente quel ricordo e mi riprendo. È cambiato il mio modo di approcciarmi agli altri, non che prima giudicassi, perché sono sempre stato molto aperto, ma cerco di evitare questi scivoloni. Le differenze mi hanno sempre affascinato. Da piccolo ero ammaliato dai cinesi e dai loro occhi a mandorla ed ero incuriosito dal mio compagno delle elementari che aveva un ritardo mentale. Per me è ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri a rappresentare il punto di forza dell’umanità.

    PROCESSO CREATIVO
    Come descriveresti il processo che segui per entrare in contatto con i tuoi soggetti? Come costruisci una relazione di fiducia con loro? Qual è il segreto per cogliere l’autenticità e la personalità dei tuoi soggetti?

    [Immagine dell’Ospite]

    Sono io che mi faccio condurre da loro, non sono io che conduco, come ho fatto con i miei ragazzi ( i ragazzi dell’ Anffas di Vercelli). Quando ho costruito “I Volti della Passione”, ho scelto i quadri sia per somiglianza che per caratteristiche, perché sapevo di andare a tirare fuori qualcosa da quella persona. Rosetta, per esempio, è appassionata di gioielli e bigiotteria, metterle quel orecchino di perla la faceva stare bene. E così ho fatto sempre, sia con i miei ragazzi, sia con gli altri modelli con cui ho lavorato. Solitamente sono io che chiedo agli altri cosa vorrebbero fare e quali sono i loro limiti. Anche con Marco è andata così, mi sono fatto guidare da lui, dai suoi movimenti. Intervenivo per suggerirgli di fermarsi solo quando la posizione mi sembrava giusta. Io mi fido e mi affido agli altri. È così che nasce il mio processo creativo. In base alle loro abilità e alla loro capacità di darmi fiducia a loro volta.
    Mi piace creare la relazione, è un momento intimo. È come fare l’amore: ti devi fidare e affidare, perché, che tu sia vestito o svestito, davanti all’obiettivo sei comunque nudo e vulnerabile. Vedo tante foto in giro che sono perfette a livello tecnico, ma che non trasmettono nulla.

    Che cosa è per te la bellezza?
    Non posso essere ipocrita e negare che la parte estetica non mi tocchi, ma io sono sempre stato affascinato dalla bellezza interiore, da quello che mi trasmettono gli occhi e il sorriso.
    Quello che viene da dentro rende bello il fuori. Ho fotografato tempo fa un soggetto fisicamente molto bello, eppure non ho sentito nulla guardando quelle foto, quella persona non mi è arrivata, vuoi perché non si è creato il giusto feeling, vuoi perché quella persona lì in quel momento non aveva nulla da trasmettere. La bellezza è sentire l’essenza di una persona e le sue fragilità, la bellezza è come si parla, come ci si muove, il profumo, la generosità nel dedicarsi agli altri.

    EVOLUZIONE PERSONALE
    Come è cambiata la tua visione del mondo e della bellezza attraverso il tuo lavoro?

    È stato un cambiamento enorme, io mi sono aperto sempre di più. L’arte mi ha aiutato e mi ha liberato dalle catene che io stesso mi ero messo. Mi ha dato il coraggio di espormi e di dichiararmi omosessuale. Mi ha liberato dal bisogno di mettere sempre delle etichette. L’arte mi ha aiutato anche nel periodo della pandemia, nel primo lockdown ho pensato di non farcela: casa lavoro, lavoro casa; a lavoro mi avevano tolto la parte più bella che è quella degli abbracci e a casa ero da solo. Mai come in quel momento ho sentito il bisogno di comunicare con l’esterno attraverso le immagini, ed è così che è nato il progetto “Hope”. L’arte aiuta sempre. Questa è una cosa che mi appartiene sin da piccolo, quando tornavo a casa da scuola arrabbiato mi mettevo a disegnare, invece di parlare con mia mamma. L’arte per me è sempre stata un grande veicolo e negli anni mi ha aiutato ad aprire ancora di più la mia mente, a mettere da parte i pregiudizi e le paure, a migliorare il rapporto con il mio corpo e con lo specchio, a liberarmi dai condizionamenti sociali che ci vengono inculcati fin dall’infanzia.
    Prendi l’Eurovision, per esempio, la vittoria di Nemo quanta critica ha sollevato perché lui è non binario, perché ha indossato degli abiti femminili, e siamo nel 2024.

    Il tuo modo di comunicare attraverso l’arte racchiude dei messaggi che hanno un grande valore umano e sociale. Questo sicuramente ha portato con sé delle difficoltà.

    [Immagine fornita dall’Ospite]

    Ho fatto posare una ragazza down nuda – e sorride. Il lavoro fotografico con la disabilità è stato non solo quello di dimostrare che un ragazzo con la disabilità ha anche delle abilità, ma anche quello di scardinare il canone estetico. Il primo impatto con una persona è visivo e io voglio far vedere un corpo non perfetto in modo perfetto e poi riparlarne.
    Un grande lavoro è stato quello di affrontare con le scuole, e soprattutto con i licei, il mio progetto “I Volti della Passione”. C’è bisogno di lavorare con i ragazzi in età scolastica in questo senso. Trovo che nel mondo attuale due cose non funzionino più tanto: la famiglia e la scuola, perché tutte e due hanno perso un ruolo importante che è quello di educare. La scuola distribuisce nozioni, la famiglia è assente tende a giustificare ogni pecca del proprio figlio, perché altrimenti dovrebbero ammettere le proprie mancanze e le proprie colpe.
    Venendo meno questi ruoli, abbiamo una società allo sbaraglio e dei ragazzi che sono stanchi, delusi e annoiati dalla vita. La vita non è tutta rose e fiori, è una continua gavetta e ti mette costantemente in difficoltà.

    A proposito di famiglia e di difficoltà, mi stavo chiedendo se avessi mai incontrato degli ostacoli nei progetti che includevano i tuoi ragazzi. Penso soprattutto quando hanno posato nudi, come hanno risposto le famiglie che hanno dovuto darti il consenso?
    Quando ho creato “I Volti della Passione” ci sono stati solo due genitori che non hanno dato il consenso. Uno non ha aderito a priori, trattandosi di un nudo, e una mamma ha deciso di ritirarsi dal progetto successivamente perché non si è sentita a suo agio a vedere la figlia ritratta così. Un aneddoto particolare che invece vorrei raccontarti riguarda la rassegna internazionale d’arte moderna sul tema delle streghe, tenutasi a Benevento nel Palazzo Paolo V, poco prima della pandemia. Avevano accettato il mio lavoro con Roberta, esponendolo, per poi ritirarlo a causa delle lamentele di alcuni genitori, che fraintendendo il significato del mio progetto, hanno pensato che associarsi la sindrome di down al concetto delle streghe.
    Ma Roberta è sempre stata una mia modella e musa, e in quanto tale ha sempre interpretato qualsiasi tipo di ruolo.

    Se un giovane artista o fotografo venisse da te a chiederti dei consigli cosa gli diresti.
    Intanto io non mi considero un vero e proprio fotografo, mi piace definirmi diversamente fotografo. Un consiglio che darei ai giovani in generale è di non sentirsi mai arrivati. Fino all’ultimo giorno della tua vita tu non sarai arrivato. Bisogna volare bassi e non perdere mai la curiosità, quella di visitare mostre e di conoscere la realtà che ti circonda. Queste cose sono fondamentali. Se non viaggi e non conosci non ti puoi approcciare agli altri. Un altro consiglio, ma mi rendo conto che fa parte del mio modo di lavorare, è quello di creare una relazione. Per me è fondamentale non essere a senso unico, perché è un processo basato contemporaneamente sul dare e sul ricevere. Ho l’impressione che le nuove generazioni, rispetto alla mia, si brucino tutto subito. Io faccio arte perché è il mio ossigeno, il mio bisogno di comunicare con gli altri, ma mi sento il signor nessuno. Ora c’è il bisogno di emergere subito, anche senza alcuna dote né dedizione.

    Pensi che i social possano essere in qualche modo responsabili di questa cosa?
    Mah, credo che i social siano stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La mia convinzione è che tutto sia partito da un esperimento sociale, che personalmente ho trovato molto interessante e ho amato: il grande fratello. Secondo me questo ha portato alla creazione dei social e di tutto ciò che ne è seguito: delle persone sconosciute, senza nessun talento, entrano in questa casa, e una volta uscite da lì si ritrovano ad essere dei grandi personaggi. Questo ha fatto credere a tutti quanti, che pur essendo nessuno e pur non avendo delle capacità o talenti particolari, sarebbero riusciti lo stesso ad ottenere la fama.
    Tanti tra questi però sono finiti nel dimenticatoio, anche quelli che si pensavano intoccabili.
    Forse bisognerebbe scendere dal piedistallo. Forse solo la storia, se tu hai seminato bene, può acclamarti un grande artista. Gli artisti eterni sono quelli che non si sentono mai arrivati e che non sentono la rivalità, ma che si esplorano e si reinventano continuamente.

    Ginevra Amadio è giornalista e addetta stampa. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi in Scienze umanistiche, laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. Collabora con diverse testate e riviste, occupandosi prevalentemente di letteratura otto- novecentesca, cinema e rapporto tra le arti. Per Treccani.it – Lingua Italiana ha pubblicato un contributo dal titolo Quarant’anni fa, anni di piombo, sulle derive linguistico-ideologiche che segnano l’immaginario dei Settanta.

    [Immagine dell’Ospite]

    Ginevra, partiamo dalla stretta attualità. Visto che ti sei occupata specificatamente di queste tematiche, in particolare degli intellettuali e gli “anni di piombo”, cosa pensi del tweet di commiato alla brigatista Balzerani della prof.ssa Donatella Di Cesare, che ha sollevato tante polemiche e critiche? È stato veramente frainteso? Un problema di linguaggio? O un periodo che è stato tabuizzato come sostiene la Di Cesare? A scanso di equivoci, precisiamo che lei ha evidenziato che “malinconia” non significa “nostalgia” e che “le vie” sono state ben diverse, come testimonia tutta la sua storia personale e professionale. Ma infuriano ancora le polemiche.

    È proprio dal linguaggio che vorrei partire. La celebre frase pronunciata da Nanni Moretti in Palombella Rossa, “le parole sono importanti”, è ormai modulo locutivo comune e fotografa bene il senso di quanto si discute. Gli anni Settanta, formidabili e tragici, sono stati un periodo di violenza e furore, ma anche una delle fasi in cui si è maggiormente concretizzata la partecipazione alla vita pubblica. Gustavo Zagrebrelsky li ha indicati come il decennio di massima realizzazione dei principi della Carta Costituzionale: si pensi, ad esempio, al referendum sul divorzio e a quello sull’aborto, allo Statuto dei lavoratori, alla Legge Basaglia. Eppure, per qualche ragione che sfugge alla razionalità, si è scelto di collocarli in una lunga parentesi non ancora transitata dalla cronaca alla Storia. Ciò contribuisce a veicolare una narrazione parziale, che costeggia il campo dell’immaginario che per sua natura è una zona dai contorni ambigui, mai pacificati, in cui è possibile gettare ami e pescare ciò che più conviene. Giovanni Moro, figlio del Presidente DC ucciso dalle Brigate Rosse osserva che «a proposito degli anni Settanta abbiamo un linguaggio difettoso, fatto di parole ed espressioni che per lo più mancano di una sintassi che le connetta e le doti di significato». La stessa locuzione “anni di piombo” (che deve la sua fortuna al film del 1981 Die bleierne Zeit di Margarethe Von Trotta) innesca un cortocircuito in grado di censurare le bombe neofasciste e ricondurre in un unico fenomeno tutte le sigle della galassia armata dei Settanta, dalle Brigate rosse ai Nar. Ne deriva un’immagine dimidiata del decennio, che appiattisce sulla violenza politica un’esperienza più complessa, che vide coesistere molteplici forme di partecipazione, intervento e militanza, spesso radicalmente distanti da quelle dei gruppi armati. È in questa prospettiva che va letto il tweet della professoressa Di Cesare e la polemica che ne è seguita. Non si riesce, in questo Paese, a fare i conti con una fase storica complessa, a suo modo insondabile, “smarginata”, come tutto ciò che di contraddittorio esiste. Si ventilano complotti internazionali, manovre, giochi di Palazzo. E si dimentica la vita comune, i percorsi delle persone che a volte seguono tracciati terribili, sbagliati, incomprensibili. Con quelle parole, Donatella Di Cesare ha ricordato che una parte di Paese si è opposta a uno stato delle cose iniquo, ha combattuto la violenza neofascista e certe falde sotterranee delle istituzioni. Chi l’ha fatto ricorrendo alle armi ha compiuto un doppio errore: di azione e prospettiva. Non si può essere d’accordo con chi ha contribuito a imporre a quegli anni lo stigma del sangue. Ma parlare di “rivoluzione”, nella prospettiva della filosofa, equivale a un’altra cosa.

    Uliano Lucas. Sognatori e Ribelli, Bompiani 2018

    Molti intellettuali e accademici sono, a vario titolo, sotto “attacco”, Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, Tomaso Montanari, Roberto Saviano, solo per citarne alcuni. Sono scaramucce mediatiche o c’è qualcosa di più profondo, magari un voler intimorire gli intellettuali come alcuni sostengono o un voler porre fine all’egemonia culturale di sinistra?

    Credo che parlare di egemonia culturale sia oggi un modo per alimentare una polarizzazione strumentale. Da un lato – il caso Scurati è emblematico – ritengo gravissimo l’attacco agli intellettuali, perché quando si arriva a censurare il pensiero critico ci si trova difronte alla meschinità del Potere, a quell’arroganza “ottusa” di cui parlava Pasolini negli anni Settanta. Dall’altro laro, tuttavia, io credo che la destra abbia uno spasmodico bisogno di affermare la sua visione, il suo paradigma, quasi a voler recuperare anni di supposto ritardo iscrivendo nel proprio Pantheon, e nella propria visione, una serie di figure più o meno rapportabili alla propria ideologia. In questa prospettiva, l’ansia di affermazione coincide con un bisogno di “difesa” che comporta, anche, la delegittimazione di quanto percepito come ostile.

    Ma ha ancora senso parlare oggi di “egemonia culturale”? Assistiamo ad un paradigma che si vuole sostituire ad un altro.  Oppure ci potrebbe essere un modo diverso di fare cultura?

    Mi ricollego a quanto detto in precedenza; la sostituzione del paradigma è, per certi versi, una spia di debolezza. Intendiamoci: esistono pensatori di destra che hanno segnato e segnano il dibattito culturale, contribuendo a diffondere uno sguardo altro – si badi bene, non alternativo – per arricchire l’orizzonte interpretativo. Ma è miope contrappore una visione ad un’altra, continuare a lavorare per separazione o sottrazione. Ecco, uno dei mali di questo tempo, a prescindere dall’ideologia, è la parcellizzazione del pensiero, la piena abdicazione al principio di totalità. Ogni argomento, ogni tema, ha bisogno di essere letto nel contesto, di nutrirsi di ramificazioni, di rivoli di motivi, immagini, visioni che contribuiscono a dar vita a un mosaico cangiante, ricco e sfumato. La cultura dovrebbe trovarsi al centro di questa rete o meglio ancora, nascere da questa.

    Lavori in modo poliedrico nel mondo della cultura. Cosa significa fare cultura oggi? Come viene recepita dai giovani?

    Fare cultura oggi significa confrontarsi con le sfide del presente e del futuro. Da sempre questo orizzonte è stata una porta privilegiata alla comprensione di certe sfide, di alcuni dati che lo stato delle cose impone di indagare. Viviamo un tempo sgangherato, segnato dall’inefficienza della politica, dalla mancanza di punti fermi e/o di riferimento in ambito ideologico-sociale, da drammi come la crisi climatica, migratoria, il ritorno della guerra. È vero, parafrasando Patrizia Cavalli, che le poesie, e dunque l’arte tutta, non cambieranno il mondo, ma possono permetterci di guardare con occhi ‘laterali’ alle urgenze in corso, di adottare uno sguardo sghembo per focalizzare le cose, per abradere la superficie apparentemente piana del quotidiano. I giovani soffrono questa mancanza di riferimenti perché la percepiscono come un’assenza sistemica che produce sfiducia e smarrimento. È necessario nutrire i loro interessi, intercettare i luoghi che abitano (anche quelli virtuali, a partire dai social), indossare le lenti del loro tempo. Solo così sarà possibile costruire un percorso nuovo e comune.

    Ritieni che la cultura di genere in questo senso possa portare dei cambiamenti significativi, in particolare verso la percezione del ruolo femminile e più in generale delle diversità?

    Senz’altro. Noto con piacere che le nuove generazioni mostrano una sensibilità diversa, e spiccata, verso le tematiche di genere. È un pullulare di pubblicazioni e ripubblicazioni (notevole il lavoro che sta facendo La Tartaruga, in particolare con la riedizione delle opere di Carla Lonzi), di indignazione e sgomento dinnanzi ai fatti di cronaca. Penso che il tema femminicidi stia svelando, finalmente, lo stretto legame tra violenza e fragilità del maschio, tra cultura del possesso e perdita di tale dominio. C’è ancora molto da lavorare, tanto da recuperare. Da molto tempo caldeggio la riscoperta di un filone del femminismo sommerso, ovvero quello delle Operaie della casa – Le militanti del Collettivo Internazionale Femminista, fondato a Padova nel luglio 1972 – che posero al centro della loro lotta il salario per il lavoro domestico “come leva di potere”.  Questo, secondo me, è un tassello di storia da elaborare con sguardo al presente.

    A riguardo ho letto delle bellissime tue prove letterarie sulla rivista “Cultura e dintorni” sull’impronta dell’amore e contro la violenza di genere. Cosa ti ispira e a chi ti vuoi rivolgere in particolare?

    Ho sempre poco tempo per dedicarmi alla narrativa e me ne rammarico. È questa la sola forma attraverso cui riesco a esprimere ciò che sento, quanto si agita nella parte che tengo più in ombra: quella delle emozioni. L’ispirazione si nutre di due filoni, ossia l’esperienza e la sublimazione letteraria. Tutto ciò che scrivo afferisce al mio vissuto, ma vien fuori in maniera traslata, esagerata, per il tramite di uno sguardo diverso – sia quello di una bambina, di una donna diversa da me, di un personaggio letterario a cui ridò voce. Mi piacerebbe parlare a un pubblico capace di cogliere le sfumature dell’essere, in grado di accogliere la fragilità, di scoprire attraverso di essa un nuovo modo di intendere le relazioni e la vita. Tutti i miei racconti ruotano attorno a questo aspetto, e nascono da esperienze dolorose. È da queste lacerazioni che ha inizio la rinascita.

    [Immagine dell’Ospite]

    Ti occupi del rapporto tra le arti. Qual è, se lo ha ancora, il ruolo dell’estetica nella nostra società? Quali tra le arti prediligi e ritieni più efficaci per comunicare i tuoi messaggi?

    Pasolini è stato uno degli anticipatori dei generi “rimescolati” e credo che la sua lucidità di analisi sia consistita proprio in questo: nell’apprendere l’insufficienza di un solo metodo, di una sola prospettiva per raccontare il presente. Indagare il rapporto tra le arti significa cogliere le potenzialità di ciò che si trova negli interstizi e, di conseguenza, può meglio disporsi alla contaminazione. Il mio primo amore resta la letteratura, in prosa e poesia, ma mi rendo conto che per trasmettere messaggi, per far arrivare un’idea in forma “potenziata” sia necessario lavorare sull’intersezionalità. Da questo punto di vista, almeno nel mio lavoro, è l’incrocio di cinema e letteratura quello che trovo più funzionale a certe indagini, specialmente in relazione all’immaginario e alle narrazioni.

    Per finire con una nota sul futuro, cosa ne pensi del Metaverso e come cambierà le arti e il loro modo di comunicare?

    Metaverso e Intelligenza Artificiale sono diverse interpretazioni dell’esistente. Non ho paura degli sviluppi che possono avere nell’arte, giacché ogni epoca si è trovata a fare i conti con invenzioni potenzialmente “fuori controllo”. Certo, oggi tutto corre velocemente e l’Intelligenza Artificiale rischia di contaminare il dibattito politico, di condizionare l’opinione comune, di generare realtà parallele dominate da fake news e immagini artificiali. Questo mi preoccupa, e molto. Ma sul piano artistico, se ben dominata, può rappresentare uno strumento di elaborazione e arricchimento. Ho valutato positivamente diverse mostre di artisti che lavorano con l’AI. Come sempre, è un discorso di metodo e “controllo”.

    Il 22 aprile scorso si è celebrata la giornata mondiale della Terra per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Siamo assolutamente convinti dell’eccessivo consumo di risorse, a partire dal suolo, delle acque e dell’atmosfera per non parlare dell’inquinamento e del climate change. Qual è il significato per te come giornalista, tra le altre cose, ambientale, e quali le azioni concrete da mettere in campo?

    Confesso un certo sgomento dinnanzi a ciò che sta accadendo al pianeta. Il termine “ecoansia”, cui si ricorre da qualche tempo per indicare forme di disagio, paura e in qualche caso depressione dinnanzi al pensiero di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali, fotografa bene lo stato d’animo di chi ha capito che siamo a un punto di non ritorno. Resto annichilita dinnanzi alla faciloneria con cui esponenti del governo parlano dei cambiamenti climatici; pensare che il caldo anomalo degli ultimi anni sia semplicemente riconducibile alla nozione di “estate” e che i danni ambientali causati da piogge copiose rientrino negli eventi naturali è un insulto all’intelligenza e sensibilità di molti. Così come il trattamento nei confronti di esponenti di Extinction Ribellion e Ultima Generazione. Il cambiamento parte dalla testa, ma finché i nostri rappresentanti non prenderanno parola su questo tema in maniera seria sarà difficile convincere l’opinione pubblica in maniera massiva. Ciò che si può fare è continuare a protestare, a parlare, a rivolgersi alla stampa più sensibile al tema (gli inserti ambientali dei principali quotidiani sono ottimi, da “L’Extraterrestre” a “Green and Blue”, così come riviste online specializzate sul tema) e adottare piccole soluzioni quotidiane, dal riciclo al risparmio energetico. Piano piano qualcosa si sta muovendo.

    ** Le foto ritratto sono state gentilmente concesse dall’artista **

    Alessandro Maiocchi, esperto di marketing, ha ricoperto ruoli manageriali nel settore industriale, della consulenza strategica e del’editoria in Italia e all’estero. Per un decennio Direttore Marketing e Corporate Affair quindi Direttore Business Development della Divisione Internazionale in un’azienda leader di impianti per il riciclaggio dei rifiuti. Dal 2013 lavora in un gruppo attivo nel settore enologico, agroalimentare e turistico, dapprima come EVP-COO e dal 2022 in qualità di Presidente e Amministratore Delegato, ruolo che attualmente ricopre. Membro del cda di aziende attive nel settore agroalimentare in Italia e negli USA. Dal 2017 E’ senior advisor di un gruppo americano attivo nel trading di commodities industriali, energetiche ed alimentari.
    Dal 2003 insegna marketing in corsi master universitari.

    Introduzione all’economia circolare: Dott. Maiocchi, potrebbe spiegarci come l’approccio dell’economia circolare si distingue dal tradizionale modello economico lineare e perché ritiene sia cruciale per il futuro sostenibile del nostro pianeta?

    L’economia “lineare” è tesa alla produzione, alla massimalizzazione della stessa occupandosi, se non marginalmente e sovente limitatamente, all’impatto dell’utilizzo delle materie prime e del risultato, dello scarto, della post produzione e del post consumo. Un modello dove esiste un inzio ed una fine e dove il prodotto una volta utilzzato non ha un ruolo se non quello di essere smaltito.

    L’economia circolare è un modello “premeditante”, dove a monte della produzione le materie prime utilizzate, la loro reperibilità e sfruttamento, vengono  valutate trovando strategie e processi di minimizzazione dell’impatto ambientale e a valle, pensando preventivamente a come riciclare, riutilizzare e in ultima analisi a smaltire il frutto della post produzione e del consumo.

    Strategie aziendali per l’economia circolare: In qualità di CEO di Gruppo AGC, quali strategie specifiche ha implementato per assicurare che la vostra azienda operi secondo i principi dell’economia circolare?

    A.G.C. opera prevalentemente in un settore, quello della produzione e distribuzione enologica, dove l’adozione di modelli di economia circolare sono diventati essenziali e cruciali. Il settore, anche in ragione dell’impatto del cambiamento climatico, è stato tra i primi a doversi confrontare con l’esigenza di adottare modelli produttivi “circolari”. Volendo dare un esempio concreto, in una delle realtà che partecipiamo “Fattoria Svetoni” si è cominciato insieme allo sviluppo di attività di riduzione dell’impatto ambientale un processo di impianto di nuove viti a partire da barbatelle autoctone ottenendo: riduzione e sostituzione chimica: piante più resistenti rispetto a condizioni ambientali avverse riducendo l’apporto di fitofarmaci, migliore gestione idrica, le viti con radici più forti e profonde sono meno sensibili agli stress idrici e consentono di limitate gli interventi di irrigazione di soccorso, infine l’innesto con barbatelle autoctone consente una migliore gestione del terreno, del suolo e previene perdite di biodiversità

    Misurazione dell’impatto: Come misurate l’impatto delle vostre iniziative di economia circolare in termini di riduzione dell’impronta ecologica e benefici economici?

    Riprendendo l’esperienza che citavo nella precedente domanda, aderiamo al Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, la prima e ad oggi, unica denominazione ad avere ottenuto la certificazione di sostenibilità secondo lo standard Equalitas. Il protocollo, molto impegnativo, indica un numero elevato di requisiti ambientali, tra i quali biodiversità, impronta carbonica ed idrica. Oggi siamo in grado di sapere l’impronta di carbonio e le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di ogni bottiglia. Da un punto di vista economico, le pratiche di economia circolare, ci consentono, oltre ad un premio economico per la qualità del prodotto anche di una significativa riduzione degli sprechi e dei costi derivanti dalla gestione dei residui.

     Innovazione e tecnologia: Quali innovazioni o tecnologie ritiene saranno cruciali per promuovere l’economia circolare e i consumi sostenibili nei prossimi anni?

    L’economia circolare “comincia” necessariamente nelle prime fasi del ciclo di vita del prodotto. L’ “ecodesign “ la progettazione di un prodotto (e del suo eventuale imballo) è fondamentale nella modalità di estrazione, ottenimento ed uso della materia prima necessaria e del volume di scarto generato che diverrà rifiuto. Quindi processi innovativi e tecnologie che assicurino durabilità, riparabilità, possibilità di aggiornamento e riciclabilità.

    Un elemento cruciale è poi riposto nello sviluppo delle tecnologie verso i prodotti che generano residui definiti “hard to recycle” dalle plastiche ai rifiuti alimentari.

    Barriere e sfide: Quali sono le maggiori sfide che le aziende e i consumatori devono affrontare nell’adozione di pratiche più sostenibili e come possiamo superarle?

    Per le imprese la sfida è decisamente nell’adozione di nuovi modelli di business dove la massimizzazione dei profitti non risiedere più soltanto nella riduzione e minimizzazione dei costi e l’aumento dei ricavi; ma minimizzando l’uso delle risorse, massimizzando la vita utile dei prodotti e riducendo scarti e generazione di rifiuti. L’IW (Institut der deutschen Wirtschaft), l’istituto economico tedesco, definisce chiaramente i punti chiave questi nuovi modelli di business descrivendoli come “  modelli che si concentrano sull’abilitazione, la chiusura, la creazione o l’estensione di cicli produttivi, preservando il valore e conservando le risorse il più a lungo possibile mantenendo al contempo la competitività”

    Le sfide per i consumatori sono decisamente legati ai comportamenti di consumo, dalla consapevolezza dell’impatto dei propri consumi interrogandosi sulle possibilità di riparazione e riutilizzo, alla fondamentale progressiva limitazione di consumi puramente “emozionali” , spinti cioè più dal desiderio di possesso che dalla effettiva necessità, e dalla adozione, ove possibile, di consumi “condivisi”.

    Ruolo dei consumatori: In che modo i consumatori possono contribuire attivamente all’economia circolare e quali azioni quotidiane possono fare la differenza?

    Accennavamo prima che la realizzazione dell’economia circolare implica numerose innovazioni. L’innovazione tecnologica non è l’unico motore, ma è certamente, in diverse situazioni un elemento chiave. In uno studio di qualche tempo fa elaborato per PBL, l’agenzia governativa olandese per l’impatto ambientale, l’economista Potting definiva tre cambiamenti per l’economia circolare connessi all’utilizzo della tecnologia e al comportamento dei consumatori nella catena del valore dei prodotti/servizi:

    – Prodotti e servizi basati su nuove tecnologie con basso impatto sul comportamento dei consumatori, come le plastiche biodegradabili

    – Prodotti e servizi dove la tecnologia ha un impatto relativo ma dove il comportamento dei consumatori è fondamentale, e ladattamento a nuovi stili di consumo è il fattore chiave di successo. packaging-free ad esempio

    – Prodotti e servizi dove il comportamento dei consumatori è fondamentale e dove anche la tecnologia è il fattore abilitante fondamentale, ad esempio i servizi legati alla sharing economy

    Il ruolo dei consumatori è dunque quello di essere consapevoli che il successo delle tecnologie e dei processi innovativi e quindi nella piena realizzazione dell’economia circolare, è strettamente legato alle modalità di consumo.

    Educazione e sensibilizzazione: Qual è l’importanza dell’educazione e della sensibilizzazione dei consumatori sui temi dell’economia circolare e quali iniziative o programmi avete sviluppato o sostenuto in quest’area?

    Credo che l’errore che spesso, inconsapevolmente, si commette nella educazione e sensibilizzazione alla economia circolare sia quello di proporre modelli virtuosi ma razionali che si scontrano, spesso soccombendo, con gli attuali modelli di consumo, mossi in molti casi dall’emozione. Tutte le modalità e e forme di sensibilizzazione che abbiano come chiave quella della consapevolezza dell’impatto degli stili di consumo sono non solo necessarie ma fondamentali.

    Per quanto riguarda le iniziative intraprese, il gruppo A.G.C. ha aderito e supportato diverse iniziative di sensibilizzazione sui temi della sostenibilità e della circolarità dell’economia. Ho prima accennato alla scelta compiuta ormai da qualche anno di pratiche concrete di  riduzione dell’impatto ambientale, di consumo del suolo e dell’acqua e della preservazione della biodiversità. Comunichiamo ai consumatori chiaramente questa scelta e le motivazioni, organizziamo inoltre visite regolari per mostrare concretamente l’efficienza e l’efficacia delle scelte di sostenibilità, sensibilizzando all’adozione di stili di consumo consapevoli.

    Collaborazioni e partnership: Potrebbe fornire esempi di come la collaborazione tra aziende, governi e organizzazioni non governative possa accelerare la transizione verso un’economia più circolare?

    Mi piace ricordare “Spiagge di Vetro” un progetto nato in Campania che credo sia uno dei più concreti esempi di economia circolare che ha visto il coinvolgimento di Università, imprese, esercizi commerciali e amministrazioni. Da una idea, quella di rendere ancora più efficiente un ciclo già molto efficiente come quello del vetro, si è sviluppata con gli investimenti d’impresa e il know how accademico una piccola macchina capace di triturare i contenitori di vetro, contenendo circa 200 bottiglie in un bidonino di meno di 25 kg di sabbia di vetro. Si sono coinvolti prima nella sperimentazione, poi nell’adozione del sistema utenze commerciali (bar, ristoranti, pizzerie, mense, alberghi, centri commerciali, palestre), ospedali e amministrazioni comunali. I risultati sono stati una drastica diminuzione dei passaggi dei mezzi di raccolta, dello svuotamento delle campane, con migliore igiene di strade e spazi pubblici. Il vetro, ridotto in “sabbia”, trattato meccanicamente,  viene impiegarlo oltre che nella industria vetraria in filtri per piscine, nel edilizia per sabbiature, impasti in calcestruzzo, realizzazione di pannelli fonoassorbenti  e perfino nel ripascimento delle spiagge. La collaborazione tra soggetti diversi ha prodotto una riduzione dei costi energetici, dell’impatto ambientale dovuto alla logistica, e una efficace ed efficiente sostituzione di materie prime.

    Politiche pubbliche: Quali politiche pubbliche ritiene siano necessarie per supportare e incentivare l’economia circolare a livello nazionale e internazionale?

    L’Italia ha elaborato una strategia nazionale per l’economia circolare, nel 2021 ne ha definito le linee programmatiche includendo tutti gli elementi richiesti dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Operational Arrangements del PNRR, in particolare:

    • un nuovo sistema di tracciabilità digitale dei rifiuti
    • incentivi fiscali a sostegno delle attività di riciclo e utilizzo di materie prime secondarie
    • una revisione del sistema di tassazione ambientale dei rifiuti per rendere più conveniente il riciclaggio rispetto al conferimento in discarica
    • sviluppo di centri per il riuso e individuazione di strumenti normativi ed economici ad incentivo degli operatori;
    • riforma del sistema EPR (Extended Producer Responsibility) e dei Consorzi
    • supporto agli strumenti normativi esistenti: End of waste (nazionale e regionale), Criteri ambientali minimi (CAM) nell’ambito degli appalti pubblici verdi. Lo sviluppo/aggiornamento di EOW e CAM riguarderà in particolare l’edilizia, il tessile, la plastica, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE);
    • sostegno normativo e finanziario al progetto di simbiosi industriale

    Credo che la trasformazione di queste linee guida in azioni e provvedimenti possano concretamente sostenere e accelerare la crescita dell’economia circolare.

    Visione futura: Come immagina il futuro dell’economia circolare e dei consumi sostenibili nei prossimi 10 anni? Quali tendenze o cambiamenti prevede saranno più significativi?

    Ritengo che l’adozione di modelli di economia circolare sia inevitabile. I prossimi 10 vedranno consistenti cambiamenti delle modalità di produzione e degli stili di consumo. Su questi ultimi bisogna fin da ora prestare particolare attenzione ed evitare fenomeni che rischiano di rendere poco efficaci e talvolta inutili i modelli di economia circolare. Mi riferisco ai fenomeni di “rebound”. Diversi studi hanno evidenziato come esista il rischio che prodotti sostenibili “provenienti da modelli di business circolari possano stimolare ulteriore consumo sia per i prezzi accessibili o bassi sia per implicazioni psicologiche.  E’ il caso ad esempio dei telefoni cellulari ricondizionati che dovrebbero estendere il ciclo di vita del prodotto, e ridurre quindi l’impatto ambientale , in alcuni casi i consumatori continuano ad acquistare modelli nuovi aggiungendovi quelli ricondizionati.

    Significativo quanto riferiva Pierluigi Zerbino ingegnere gestionale e ricercatore senior in Economia Circolare e Innovazione Digitale presso l’Università di Pisa in una recente intervista a Repubblica : “.. l’economia circolare non è intrinsecamente sostenibile, ma un mezzo per raggiungere la sostenibilità”, e ancora “e si pensa di massimizzare contemporaneamente la performance ambientale e quella economica sul breve periodo, forse si domanda troppo. La vera sfida inizia col fare tanta disseminazione ed evangelizzazione su comportamenti di consumo e su comportamenti di non-consumo”

    “Ne usciremo migliori”, si diceva, ma a più di 3 anni dal momento da quando lo slogan fu coniato ci sentiamo particolarmente lontani da come eravamo prima del Covid-19 e sembra che il raggiungimento di un equilibrio non sia affatto un processo semplice. Per avere un’idea più completa, ho contattato una persona che – per lucidità di visione e per professionalità – avesse la capacità di aiutarmi in questo percorso: Emilio Mordini.

    (Foto dell’Ospite)

    Emilio Mordini è laureato in medicina e in filosofia, si è formato come psicoanalista ed è stato tra i primi psicoterapeuti medici abilitati dall’Ordine dei Medici di Roma. Esercita l’attività clinica come psicoanalista da circa quarant’anni. I suoi interessi scientifici si focalizzano sui rapporti tra individuo e inconscio sociale e sulla nozione di Einheitpsychose. Dal 1994 al 2005 Emilio Mordini ha insegnato bioetica presso la II Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Roma La Sapienza. Negli stessi anni è stato membro e segretario scientifico della Commissione di Bioetica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), membro della Commissione di Bioetica dell’ Ordine dei Medici di Roma, tesoriere e segretario generale dell’ Associazione Europea dei Centri di Etica Medica (EACME), membro del Consiglio di Amministrazione dell’International Association of Bioethics (IAB), membro del Comitato Etico e docente nei corsi di etica della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e ha tenuto corsi di bioetica e di psicoanalisi in varie università italiane e straniere. Dal 2002 al 2013 Emilio Mordini ha diretto il Centro per la Scienza, la Società e la Cittadinanza (CSSC) di Roma, per conto del quale ha partecipato come principale investigatore o coordinatore a più di trenta progetti di ricerca internazionali promossi dalla Commissione Europea e ha diretto due workshop del programma Science for Peace della NATO. Nello stesso periodo è stato membro di vari comitati di esperti della Commissione Europea e delle sue agenzie. Dal 2014 al 2020 ha diretto Responsible Technology, una società di consulenza con sede a Parigi. Attualmente è research fellow dell’Health and Risk Communication Center dell’Università di Haifa in Israele.  Nell’Unione Europea, presta la sua opera nel CERIS Expert Group (Community for European Research and Innovation for Security).  Fa parte del comitato editoriale di numerose riviste scientifiche internazionali, tra le quali il “Journal of Ethics in Mental Health”, “IET Biometrics“, “Somatotechnics” e la “Revue Française d’éthique appliquée”. Ha pubblicato più di centosessanta articoli e monografie su riviste scientifiche internazionali, numerosi articoli divulgativi e curato quattordici volumi collettanei. È socio di varie società scientifiche, tra cui la Società Italiana di Psichiatria (SIP) e l’Association for the Advancement of Philosophy and Psychiatry (AAPP).  Raggiungo telefonicamente il professore in Friuli, a San Vito al Tagliamento, un paese tra Venezia e Trieste, dove ora vive ed esercita la sua attività clinica.

    Domanda:
    Com’è la situazione degli italiani dopo il covid riguardo alla loro salute psicofisica? In questi anni c’è stato un investimento importante, anche con il così detto “bonus psicologi” ma questa iniziativa è servita o no? Com’è lo stato attuale?

    Risposta:
    Le posso rispondere come medico e psicoanalista, non come epidemiologo, cioè le posso parlare di mie impressioni e riflessioni, non di dati statistici. Dal mio punto di vista, non ritengo che il Covid abbia cambiato molto la salute degli italiani. Eventualmente quello che ha cambiato la salute degli italiani, e non solo quella mentale, è il progressivo degrado dei servizi sanitari che era già in corso ben prima del Covid e che con l’epidemia ha avuto un’accelerazione. Il COVID è stato preso a pretesto per promuovere tutta una serie di processi di trasformazione che erano già in corso ma che avrebbero avuto – senza epidemia – tempi ben più lunghi.  Il primo e più importante processo è stata una progressiva e massiccia digitalizzazione dei servizi sanitari pubblici e privati. La digitalizzazione e l’automazione della sanità permettono di ridurre in modo drastico i costi (che sono per la gran parte imputabili ai costi del personale) e migliorare l’efficienza complessiva del sistema. Però ci sono anche aspetti negativi.

    Quali?

    Sta accadendo alla sanità quello che è già accaduto in altri settori (si pensi ad esempio al mondo dei servizi bancari e finanziari dove le agenzie bancarie funzionano praticamente senza personale) e che sta accadendo nel mondo dell’istruzione e dell’educazione, con la didattica a distanza e la formazione online. L’obiettivo è quello di arrivare a una sanità “ad alta automazione”, un po’ come quei caselli autostradali privi di ogni presenza umana. Per realizzarsi un processo del genere, è stato necessario però il realizzarsi di alcune condizioni.

    A cosa si riferisce?  
    Le farò un discorso un po’ lungo per cui le chiedo scusa. Sono convinto, però, che il momento che stiamo attraversando sia una svolta storica non solo nel modo in cui si esercita la professione medica ma nell’idea stessa di salute e nella funzione politica e sociale del concetto di salute.

    (Immagine dell’Ospite)

    La medicina è stata per secoli, dalla sua nascita sino alla seconda metà dello scorso secolo, soprattutto “artigianato”, basato sulle conoscenze cliniche, sull’esperienza e intuizione dei singoli medici e delle équipe curanti. Era una medicina che sbagliava spesso, curava poco, difficilmente evitava la morte e che era guardata con diffidenza dai pazienti, anche se l’alternativa erano solo maghi e fattucchiere che erano ancora peggio. Ci fu poi, agli inizi del 1900, il periodo dei grandi clinici e della medicina ospedaliera di massa: le cose cominciarono ad andare un po’ meglio anche grazie a farmaci più efficaci, alla scoperta dell’asepsi in chirurgia, all’avvento dei vaccini. Però, sino a dopo alla Seconda guerra mondiale, non è che i medici riuscissero a salvare molte vite. Spesso i trattamenti non erano efficaci se non addirittura dannosi.
    Nel ventennio tra il 1950 e il 1970, avvennero due fatti fondamentali tra loro correlati: da un lato l’industria farmaceutica divenne un colosso produttivo con un’influenza finanziaria crescente, dall’altra si affermò l’idea di provvedere tutti i cittadini con un’assicurazione sanitaria, prevalentemente pubblica in Europa, principalmente privata negli USA. Nacque, cioè, il concetto di “diritto alla salute” che, come altri “diritti sociali”, fu la risposta del blocco sovietico alla critica che gli rivolgevano gli stati occidentali. Nazioni e forze politiche che si riferivano più o meno al mondo comunista iniziarono a contrapporre ai “diritti civili e politici” tutta una serie di altri diritti, “sociali” appunto, come il “diritto alla salute”. Questo diritto divenne un principio fondante l’Organizzazione Mondiale della Sanità e, in genere, tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite, così come divenne centrale per le grandi socialdemocrazie europee e la nascente Unione Europea. In questo mondo fondato sul diritto universale alla salute (e dominato dalle case farmaceutiche) poteva andare ancora bene la vecchia medicina clinica e ospedaliera degli inizi del 1900?  Ovviamente, non poteva. Serviva una medicina di massa, territoriale (i cui costi farmaceutici crescenti fossero affrontati dai servizi sanitari pubblici o privati e fatti ricadere sull’intera collettività) e basata su metodi di validazione statistici, cioè una medicina che avesse come obiettivo non tanto lo stato di salute del singolo paziente quanto della comunità considerata nel so insieme. Nasce così, verso la fine degli anni 1970, la cosiddetta “medicina basata sull’evidenza” (EBM).
    La 𝗘𝗕𝗠 𝗮𝗳𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝗱𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶𝗮𝗴𝗻𝗼𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗯𝗯𝗮 𝗿𝗶𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝘀𝗶 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗮𝘁𝗮 se non dopo un’esperienza empirica che la sostanzi. Nei fatti si rigetta ogni appello al principio d’autorità (“l’ha detto quel medico, quindi deve essere vero”), così come ogni convinzione aneddotica (“nella mia esperienza ha sempre funzionato”, “ci sono numerosi casi in cui sembra essere efficace”), invece ci si rifà rigorosamente a osservazioni controllate, alla riproducibilità delle esperienze, al consenso tra specialisti.  Il movimento della EBM si presenta, quindi, come un grande movimento, che non si oppone pregiudizialmente a nessuna pratica medica, né quelle convenzionali, né a quelle non-convenzionali, ma pretende che ogni trattamento che si proclami “efficace” sia sottoposto a un rigoroso controllo. 𝗜 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗹𝗮 𝗘𝗕𝗠 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗹 𝗽𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗱 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗼𝗯𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗲 e non di parte, perché medici e pazienti si troverebbero a disporre di una stessa fonte neutrale di informazioni. Medici e pazienti sarebbero messi in grado, di decidere insieme, su base paritaria. Nelle intenzioni proclamate, l’EBM dovrebbe fondare un meccanismo razionale e condiviso di distribuzione delle cure, evitando diseguaglianze tra gli utenti e impedendo lo spreco di risorse su trattamenti inefficaci quando non addirittura nocivi. Agli inizi degli anni 2000, l’EBM si afferma universalmente come standard delle cure mediche e, nel ventennio successivo, diventa progressivamente la sola filosofia accettata dai servizi sanitari pubblici e privati, dalle società scientifiche mediche e dalle istituzioni sanitarie statali. La funzionalità dell’EBM sembra essere testimoniata dai risultati: dove è stata adottata, il livello complessivo di efficacia delle cure mediche è aumentato, almeno secondo tutti gli indicatori statistici. Il problema, però, è proprio questo: la EBM è una medicina fatta da manager sanitari per manager sanitari e politici che hanno bisogno di citare numeri; non è una medicina per i pazienti a cui importa poco che le statistiche migliorino se loro, come singoli individui, ricevono servizi sempre più spersonalizzati e anonimi.   
    In questi ultimi vent’anni, è accaduto un altro importante fatto, che non ha riguardato solo la medicina ma che sta avendo sul mondo sanitario un impatto devastante. Mi riferisco alla crescente capacità di catturare, immagazzinare, interconnettere e processare quantità enormi di informazioni. Tutto ciò è diventato possibile man mano che la tecnologia ha permesso di trasformare informazioni qualitative in quantitative, detto in maniera più semplice: via via che la tecnologia ha creato strumenti per misurare ogni cosa ed esprimere in dati numerici qualsiasi evento. Questo processo è quello che è chiamato comunemente “digitalizzazione” (termine preso dall’inglese che significa, letteralmente, “numerizzazione” così come infatti lo traducono i francesi). Questa capacità, che è cresciuta di giorno in giorno con una velocità impensabile sino a qualche tempo fa, ha generato un approccio scientifico (anche alla medicina) molto diverso da quello tradizionale: la cosiddetta “scienza dei dati”. Una delle caratteristiche principali della “scienza dei dati” è la sua capacità di produrre “previsioni senza comprensione”. La scienza convenzionale, quella che era nata nel 1600 con Galileo Galilei, era deterministica, cioè, mirava a produrre spiegazioni basate sul principio di causalità (A causa B = B è un effetto di A). La scienza moderna (quella che si era affermata nel 1900) era invece probabilistica, cioè si basava si basava ancora sul principio di causalità, ma ammetteva un certo grado di incertezza. Nella scienza probabilistica (come era, agli inizi, anche quella della “Medicina Basata sull’ Evidenza”) si cercavano correlazioni statistiche e, una volta scoperte, si cercava di stabilirne le cause più probabili. Questa ipotesi causale veniva confrontata di nuovo con i dati empirici e il processo veniva ripetuto fino a quando non si era in grado di arrivare a una qualche comprensione dai dati (il verificarsi di A è strettamente associato al verificarsi di B = ci sono x probabilità che A provochi B).  
    La scienza dei dati è simile alla scienza probabilistica in quanto anch’essa ricerca correlazioni e modelli, ma non è più interessata a trovare un senso, cioè, a stabilire relazioni di causa-effetto. La scienza dei dati, proprio perché la tecnologia le mette a disposizione una quantità di informazioni enorme, si accontenta di individuare configurazioni di fatti (al fatto A segue prima o poi il fatto B).  La scienza dei dati non si interessa delle cause: si limita a identificare i primi segnali della comparsa di un fatto in modo tale che si possa agire preventivamente. Applicata alla medicina, questa scienza produce la “medicina post-COVID” che stiamo imparando a conoscere. Si tratta di una medicina che può essere considerata l’evoluzione della EBM. Come la Medicina Basata sull’Evidenza, anche la medicina basata sulla scienza dei dati non si interessa alla clinica ma analizza grandi numeri di pazienti. L’obiettivo, però, non è soltanto quello di modificare le condizioni di salute di una comunità, ma di riuscire ad applicare modelli matematici e statistici generali anche ai singoli casi. Questo diventa possibile non perché si individuino specifiche correlazioni causali e fisiopatologiche, ma perché si identificano pattern da cui trarre indicazioni specifiche di azioni da compiere per ottenere il risultato voluto. Per spiegarlo in un modo più semplice e forse comprensibile: la medicina basata sulla scienza dei dati è molto simile al modo in cui funzionava il “servizio pre-crimine” in un film di fantascienza di qualche anno fa, Minority Report.

    Quindi il degrado della medicina post-COVID sarebbe la conseguenza della “medicina Minority Report”?

    Quello che le ho descritto è il processo principale, le cui conseguenze, però, sono poi il frutto del concomitare di altri sottoprocessi. Via via che la medicina statistica e poi quella basata sui dati hanno preso il sopravvento, è diminuita parallelamente l’importanza del fattore umano e quindi della preparazione del personale sanitario, dei medici in particolare.
    Stiamo assistendo a una progressiva de-professionalizzazione dei medici che ha almeno tre componenti. La prima, più generale, riguarda la qualità della formazione fornita dalla scuola primaria e secondaria. I giovani giungono al momento della scelta universitaria in una condizione di ignoranza impensabile qualche decennio fa. Il COVID, con la didattica a distanza, ha portato agli estremi questo processo di disfacimento educativo. Spesso i “nuovi medici” sono persone di un’ignoranza generale che fa rabbrividire. Sono persone che non hanno mai letto un’opera letteraria in vita loro, che non hanno mai visto un film che non sia prodotto da Netflix o simili, che non hanno mai visto uno spettacolo teatrale che non sia quello di un comico televisivo, che si informano su Instagram, che ascoltano i Måneskin e vestono Zara. Non differiscono, in questo, dai loro coetanei che fanno altre professioni. Ma fossero, ad esempio, ingegneri potrebbero forse essere decenti professionisti lo stesso; invece, è impossibile che lo siano facendo il medico.  Senza l’esperienza formativa di quelle nel mondo anglosassone sono chiamate “humanities”, cioè le scienze umane, e senza essere stati formati artigianalmente da un maestro, che li abbia accompagnati al rapporto diretto con il malato, questi giovani medici mancano i fondamenti umani e psicologici per curare un paziente.  Del resto, la loro funzione nei sistemi sanitari moderni perde sempre più di importanza e il fatto che mancano delle necessarie qualità umane non è avvertito dagli amministratori come un problema di cui preoccuparsi.
    A questo si aggiunge un secondo processo: la superspecializzazione e l’ignoranza degli aspetti della medicina diversi dal proprio.  I giovani medici conoscono (quando conoscono) il loro settore specialistico ma quasi ignorano tutto il resto, sia perché lo hanno studiato poco e male già durante il corso di laurea, sia perché – diventati medici – se ne disinteressano completamente. Si arriva così alla situazione attuale in cui i pazienti non hanno più un medico che voglia e sappia seguirli complessivamente, ma liste di specialisti interessati all’organo o apparato di loro competenza, come fossero carburatoristi o elettrauto. Questi medici super-specialisti si integrano perfettamente nel sistema della medicina tecnologica basata sui dati, perché diventano loro stessi simili a macchine o a esami di laboratorio: si trasformano in “generatori di informazione medica” che sarà poi analizzata da altri o, sempre più spesso, dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale. In questo senso, è quasi meglio che non pensino e non si prendano cura del paziente: altrimenti disturberebbero i veri decisori che non sono più loro ma le macchine (in teoria – nel sistema italiano – il medico che riunisce tutte le informazioni ci dovrebbe essere ed è il medico di base, ma spesso questa è solo un’illusione. Purtroppo, i medici di base finiscono di frequente a essere burocrati che smistano il paziente tra vari specialisti ed esami, cercando di contenere i costi).
    Infine, c’è un terzo processo che spiega la perdita di qualità professionale di molti giovani medici. Mi riferisco alla crescente produzione di linee guida e protocolli di cura. Questo fenomeno è direttamente legato alla medicina basata sull’evidenza e alla sua moderna versione basata sui dati. Più, infatti, le decisioni mediche scaturiscono non dalla clinica ma dall’analisi biostatistica di informazioni fornite da macchine, più è logico che queste decisioni si basino su alberi decisionali e algoritmi. A ciò si aggiungano una serie di ragioni medico-legali e amministrative, che – in Italia anche attraverso specifiche leggi nel 2014 e 2016 – hanno sempre più vincolato i medici all’osservanza di protocolli e le linee guida stabilite da istituzioni scientifiche statali, quali l’Istituto Superiore di Sanità o il Ministero della Sanità, e società scientifiche riconosciute. La legge lascia un margine di discrezionalità ai medici, che hanno ancora in teoria la libertà di cura.  Tuttavia, se un medico si discosta da protocolli e linee guida, deve giustificare questo scostamento e sincerarsi che il paziente sia d’accordo con queste sue scelte. Questo principio, la necessità di un consenso informato ogni qual volta un medico non segua linee guida fissate, è in teoria comprensibile, non fosse che spesso un malato avrebbe voglia di dover non essere chiamato a decidere ma di avere consiglio. A tutto ciò si aggiungono una serie di problematiche amministrative e contrattuali specifiche per i medici che lavorano nel sistema sanitario nazionale, i quali – se non rispettano protocolli e linee guida – corrono il rischio di perdere le proprie coperture assicurative ed esser soggetti a provvedimenti disciplinari.

    Ma lei, dunque, è contro le “linee guida”?

    No, assolutamente. Possono essere utilissime affiancate al ragionamento clinico. La questione è che ogni essere umano è un caso a sé stante e va valutato come tale. Che cosa chiede un paziente? Di essere riportato nell’ambito di parametri statistici di normalità e di salute? Ma proprio per niente. Un paziente chiede di che ci qualcuno si prenda cura di lui. C’è una differenza fondamentale tra “curare” e “prendersi cura”. “Curare” vuol dire riparare un carburatore che non funziona ed è quello che accade spesso oggi: la medicina tecnologica basata sui dati lo sa fare bene, non c’è dubbio. “Prendersi cura” significa, invece, domandarsi cosa sia per quella specifica persona la “salute”, quale sia il suo “bene”. Si tratta di una questione complicata, non c’è dubbio che il medico debba essere umile, debba evitare l’arroganza di decidere da solo quale sia il bene del paziente, Un medico onesto deve sapere di non sapere: sempre porsi domande e porre domande. Eppure, in ultima istanza, se il medico non cerca di capire cosa sia il bene per il malato che si è rivolto lui e non cerca di realizzarlo, diventa un truffatore perché non rispetta il contratto terapeutico. Cos’è il bene per quel mio determinato paziente? Avere il colesterolo LDL entro i valori fissati dalle ultime linee guida dell’American College of Cardiology (società, per altro, sponsorizzata da case farmaceutiche produttrici di farmaci per abbassare la colesterolemia) oppure avere il colesterolo un po’ più alto ma godersi un piatto di formaggio e un bicchiere di vino ogni tanto? Ho fatto un esempio banale, ma credo che si capisca cosa intendo.
    Del resto, se un medico si limita ad applicare in maniera pedissequa linee guida create da altri o dall’intelligenza artificiale, non si capisce cosa serva più. Se un medico è solo un esecutore di algoritmi, allora le macchine possono farlo in maniera molto più efficace e sicura.

    Quindi lei crede che il problema sia la “disumanizzazione” della medicina moderna?

    Sì e no. Non c’è dubbio che la medicina tecnologica basata sui dati sia “disumanizzata”, ma non ne consegue automaticamente che ciò dispiaccia ai pazienti. La medicina tecnologica è una medicina che ha conseguito risultati straordinari in termini di guarigioni dalle malattie. In questo senso, i pazienti sono soddisfatti dei suoi risultati. Poi, non si scordi tutte le cose che le ho detto in precedenza, in particolare rispetto alla perdita di qualità “umana” dei medici.  I pazienti si rendono conto che spesso i medici oggi sono disinteressati umanamente a loro, incapaci di entrare in relazione, di provare simpatia (preferisco questa parola a quella che va più di moda, “empatia”).  È molto difficile affidarsi a qualcuno se non abbiamo piena fiducia nella sua “umanità”. In un contesto in cui ci si fida poco dei medici è allora molto meglio la medicina tecnologica. I pazienti a volte preferiscono medici frettolosi, poco attenti al rapporto umano, ma almeno scientificamente efficiente e aggiornati. Nella mia professione di psicoanalista, vedo abbastanza bene questo tipo di contraddizione: non pochi pazienti oggi chiedono soprattutto farmaci o rapidi interventi comportamentali che siano in grado di riportarli a un discreto funzionamento psicologico senza troppe complicazioni. L’idea che è un trattamento psicologico possa e debba andare oltre la risoluzione immediata dei sintomi è oramai molto lontana da tante persone. Per loro, il medico, persino quel quello che fa lo psicoterapeuta, deve essere solo un meccanico che ripristina una funzione alterata. 

    Mi colpisce questa rappresentazione. Da informatico resto quasi turbato da questo: eravamo convinti che gli strumenti informatici ci avrebbero liberati dagli errori, mentre ci siamo ritrovati con delle macchine dalle quali siamo dipendenti.  Qual è lo scenario visto dal punto di vista medico?

    Sui motivi per cui la nostra società si è sviluppata soprattutto in senso tecnologico sono stati versati i leggendari fiumi di inchiostro. Economisti, sociologi, filosofi, teologici, antropologi: ciascuno ha fornito la sua spiegazione. Dal mio punto di vista, mi sembra che la tecnologia sia servita e serva agli esseri umani soprattutto per evitare i lavori più faticosi, noiosi, meno gratificanti, tant’è che il suo sviluppo coincide grossomodo con la fine della schiavitù. Le macchine servono a fare cose che gli esseri umani non hanno voglia di fare, una volta che non ci sono più schiavi da impiegare al posto loro. L’esempio che faccio spesso è quello della nascita delle macchine calcolatrici. Il primo calcolatore nasce nel 1600 ed è un’invenzione di Pascal. Blaise Pascal fu uno dei più grandi matematici (contribuì, tra l’altro, alla nascita del calcolo delle probabilità), filosofi e teologi dell’epoca barocca. Pascal era figlio di un esattore delle tasse nell’Alta Normandia, sotto il regno di Luigi XIV. Quando il giovane Blaise aveva diciannove anni, il padre lo mise a verificare i conti, così il poverello fu costretto a passare le sue notti a rifare i calcoli per controllarli. Immagini quanto un giovane di meno di vent’anni fosse contento di trascorrere le serate in questo modo. Probabilmente io o lei avremmo cercato di “imboscarci” ma Pascal, che era un genio, cercò invece una soluzione diversa: inventare una macchina che facesse i calcoli al posto suo. Questa macchina – che ora è in un museo a Parigi e fu in seguito chiamata “Pascaline” – fu il primo calcolatore meccanico nella storia dell’umanità e ancora i calcolatori degli anni 1960 funzionavano secondo i suoi principi. Questa storia divertente spiega bene qual è la spinta a creare nuove tecnologie: far fare da macchine compiti che noi troviamo noiosi e che le macchine possono fare più rapidamente e con meno errori di noi.
    L’intelligenza artificiale alla fine è soltanto uno strumento di calcolo potentissimo al di là di ogni immaginazione ma che nulla ha a che vedere con l’intelligenza vera. Esattamente come un microscopio elettronico, che vede cose per noi impensabili. Ma lei direbbe mai che un microscopio elettronico “vede”? No, perché un microscopio elettronico non vede nulla, permette a noi di vedere. Lo stesso fanno un telefono cellulare o una macchina da corsa: le tecnologie sono protesi che permettono agli esseri umani di fare quello che, senza tecnologia, non sarebbero in grado di fare. L’intelligenza artificiale è un amplificatore della nostra capacità di calcolo: non sostituisce l’intelligenza, ma ci leva la fatica di calcolare, attività in sé stessa fondamentalmente noiosa pure per i matematici di professione.

    Però c’è un aspetto importante e complicato, ed è quello riferito alla gestione dei big data. Ricordo che all’università, ormai sono passati più di vent’anni, durante il corso di intelligenza artificiale, si considerava la valutazione delle potenziali patologie associate ai segni. Uno degli esempi che si faceva, ripeto su uno studio prima del 2000, riguardava l’individuazione della tubercolosi, partendo da questa considerazione: i medici statunitensi non erano più in grado di conoscere i segni perché pensavano ad altre patologie.
    Allora, trovare correlazioni già predeterminate permette di fare espandere la conoscenza. Ma quando invece la correlazione viene fatta in modo automatico e noi, gli esseri umani, ne perdono il controllo, lì entriamo in un altro mondo.

    Guardi, le ripeto in un diverso contesto quello che le ho già detto a proposito delle linee guida. Io non ho proprio nulla contro l’intelligenza artificiale: se è utile, ben venga. Quando io mi sono laureato, nel 1981, nel reparto dell’ospedale San Giacomo di Roma dove ero assistente, per evitare di mandare troppi esami del sangue in laboratorio, alcuni di questi esami li facevamo direttamente noi in reparto. Uno di questi, l’esame emocromo, lo si faceva al microscopio ottico, usando un particolare vetrino retinato che, una volta colorato il campione, permetteva una conta probabilistica degli elementi corpuscolati, globuli rossi e bianchi. Un lavoro molto noioso che certo non faceva il primario ma che toccava a noi neolaureati. La precisione, ovviamente, era abbastanza approssimativa e sono sicuro che diminuisse progressivamente più noi ci si annoiava e che avesse poi veri crolli se, per caso, uno di noi aveva fretta di terminare per andare, magari, al cinema.  È chiaro che nel momento in cui si mette la provetta dentro una macchina, e la macchina conta con precisione assoluta tutti i globuli rossi e bianchi, è meglio no? Non dobbiamo rinunziare a questo. Però questo progresso dovrebbe dare al medico il tempo, magari, di parlare col paziente. Potrebbe essere un guadagno per tutti. Però, se invece, una volta che ho una macchina che fa l’emocromo, il tempo che risparmio io lo uso per stare su Instagram a guardarmi i reel, allora c’è qualcosa che non gira in questa storia. In realtà ho soltanto perso tempo e non l’ho acquistato.

    Questa è la visione, una visione quasi di profondità perdendo completamente la visione periferica, quella che poi ci permette di allargare la visuale su quello che è la qualità della vita, quello che è il rapporto col paziente. Veramente molto interessante. Questo poi mi colpisce, e metto la mia visione da informatico. Ho sempre utilizzato le videoconferenze, le call conference, per parlare con i colleghi, ma non mi rendevo conto di quanto invece il rapporto umano, quello che poi si aveva comunque in ufficio, fosse fondamentale nel mantenimento del team, nel mantenimento dei rapporti di reciproca stima e fiducia.
    Questa cosa è cambiata, passando tutti e solo in videoconferenza è stato veramente un rapporto completamente diverso. E qui mi interessava anche rispetto alla sua professione, quanto c’è di diverso nell’avere rapporti virtualizzati rispetto ad averli di persona?

    (Immagine dell’Ospite…con Isotta)

    Bella domanda.  La presenza è una questione che non riguarda nessuna modalità sensoriale precisa. La presenza è qualcosa di sfuggente che ha al suo interno tantissime componenti, se volessimo scomporle si potrebbe forse anche: si va dall’odore, ai ferormoni, alle vibrazioni fisiche, quelle dovute al movimento dell’aria che un corpo provoca, allo sguardo, ai rumori impercettibili che ogni corpo genera, alla proxemica, e così via.  Questa infinità di elementi si ritrova nella comunicazione umana. Non è necessario fare grandi discorsi complicati, basta riferirsi a un’esperienza che chiunque di noi può fare. In una sala concerti, in un jazz club, in un teatro, ci si rende ben conto come la presenza sul palcoscenico di un attore oppure di un suonatore o un cantate, sia un’esperienza profondamente diversa dal vedere o ascoltare un programma registrato. Anche semplicemente se si è tra amici e uno si mette al pianoforte a strimpellare o prende la chitarra e canta, si crea una profondità comunicativa che nessun metaverso riuscirà mai a replicare. Perché? Perché in qualche modo, c’è qualcosa che riguarda proprio la nostra intima umanità. Pensi che un bambino di pochissimi giorni, già al secondo o al terzo giorno di vita, conosce e riconosce gli occhi di chi si prende cura di lui ed è in grado di reagire con un sorriso o con una smorfia a seconda di come quegli occhi si muovono e che cosa gli comunicano. Non riconosce ancora la persona, perché ha una difficoltà di messa a fuoco: se dovesse vedere il profilo della madre, o del padre, o dell’infermiera, non li riconoscerebbe. Eppure, reagisce allo sguardo. Cos’è la presenza degli occhi? Ci pensi, provi a rispondere se ci riesce.

    Nel Medioevo ci fu un periodo in cui il potere centrale, del re o dell’imperatore, era molto debole mentre era grande il potere dei feudatari, delle città stato e dei comuni. Se l’autorità centrale si fosse limitata a pubblicare editti senza mai mostrarsi, dopo un po’ nessuno avrebbe più obbedito e pagato le tasse.   Non i contadini, ma i nobili, perché un nobile che non vedeva il re o l’imperatore, dopo un po’cominciava a sperare di esserselo levato di torno per sempre. Allora tutti i grandi sovrani, come i sovrani di Francia, una volta l’anno – normalmente in primavera, quando arrivava il bel tempo – si muovevano nel loro Regno andando a benedire di qua e di là i sudditi. Dopo che erano stati fisicamente in un posto, allora lasciavano frequentemente un segno, ad esempio una statua o un dipinto, che era il modo dell’epoca per essere presente virtualmente. Però, prima, era necessaria la presenza fisica. Questo è esattamente il problema che abbiamo oggi. Si può fare una videoconferenza – ci mancherebbe altro – o l’insegnamento a distanza, così come un medico, persino uno psicoanalista, può curare un paziente a distanza. Si può fare tutto, se le circostanze lo impongono. Ma il virtuale ha senso soltanto se c’è stata una presenza prima, se la persona ha percepito almeno una volta la presenza fisica del corpo dell’altro. Questo perlomeno è valido per tutte quelle professioni dove il rapporto umano è fondamentale.

    Devo dire, che questo è vero anche per l’informatica, come ho notato personalmente: manca il concetto del team. Cioè, non si lavora più “in team”, dopo più di due anni praticamente sempre a distanza, e non ci si vede personalmente, ma si lavora come somma di individualità.

    Il nostro mondo sta procedendo verso la digitalizzazione e dematerializzazione di tutto.
    A partire dal denaro, sino ai rapporti umani, all’educazione, alla medicina, noi viviamo in un mondo che si sta progressivamente dematerializzando, persino il sesso è per buona parte dematerializzato e masturbatorio.
    Le persone saranno pure soddisfatte, non lo discuto, ma sono anche sempre più rincretinite.
    E, oltre un certo livello di stupidità, viene minacciata anche la felicità, perché la felicità richiede comunque un minimo di intelligenza per apprezzare le cose che abbiamo intorno. Per apprezzare il piacere della vita, un po’ di intelligenza ci vuole e invece più si dematerializza, più si diventa stupidi e infine infelici. Quindi, per concludere tornando alla sua domanda iniziale sullo stato di salute degli italiani, la mia risposta è che, se la salute ha a che vedere in qualche modo con la felicità, allora c’è davvero da essere preoccupati.

    Anna Crispino, napoletana, nata nel 1972, canta per amore della musica. Vive e lavora a Roma, impegnata nel sociale. Arte terapeuta ad indirizzo psicofisiologico integrato, musico-terapeuta, counselor, mediatrice familiare con esperienze in ambito socio-sanitario. Ha lavorato con minori a rischio, pazienti psichiatrici, Alzheimer e donne che hanno subito violenze. Ha collaborato con l’Aref (Associazione per la Ricerca sulla Epilessia Farmaco resistente – Onlus) per un progetto di musicoterapia nei reparti neuropsichiatria e neurochirurgia infantile del Gemelli di Roma.

    Anna Crispino, “Carlo Delle Piane. L’uomo che amavo”, ed. Martin Eden, 2023 pag.61

    Da tutte queste esperienze ho capito che l’arte e la musica riescono a tirar fuori il non-detto da tutti noi e ci sollevano dalle pene

    Anna, volevo partire dai tuoi dati biografici e dal tuo percorso professionale ma, trovando molti riferimenti e riflessioni nel tuo bel libro pubblicato lo scorso anno dalla casa editrice napoletana Martin Eden “Carlo Delle Piane. L’uomo che ho amato”, partiamo da questo che per me è stata una vera carezza per l’anima. Pupi Avati, che ne ha curato la prefazione, lo ha definito un  “diario d’amore”.  Puoi dirci cosa ti ha spinto a scrivere questo libro ?

    Il voler omaggiare un grande attore, sicuramente. Dato che già esisteva una biografia di Carlo in cui l’artista era già stato raccontato, mi interessava raccontare l’uomo, con le sue fragilità, le sue passioni e le sue malinconie. Soprattutto volevo raccontare l’incontro speciale tra due anime che seppur diverse su alcuni punti di vista, erano anche molto simili. È stato incisivo l’incontro con la casa editrice Martin Eden, che mi ha proposto di fare questo omaggio a Carlo e con la loro sensibilità e l’attenzione che ho trovato mi ha permesso di dare forma a questo libro che per me è stato anche in qualche modo terapeutico, un’elaborazione della separazione.

    Nel libro parli di come hai conosciuto e ti sei innamorata di Carlo Delle Piane, che poi avresti sposato nel 2013 e che tutti conosciamo come protagonista del cinema italiano in oltre cento film con grandi registi. Mi ha colpito la casualità e nel contempo l’importanza che questo evento ha avuto nella tua vita, quasi come una profezia che si autoavvera. Non a caso il capitolo s’intitola  il “Volo dell’Anima”. Puoi dirci qualcosa di più su questo incontro e le tue riflessioni a riguardo?

    Penso che l’incontro tra me e Carlo non sia stato un caso. Ci siamo incontrati in un luogo (l’ex-manicomio di Santa Maria della pietà) dove per la prima volta avevo messo piede, perché ero andata a fare una passeggiata e a leggere, mentre invece Carlo era a fare delle prove. In tanti anni io non ero mai andata e neanche lui. Conoscendo Carlo, probabilmente se non fosse stato per lavoro non ci avrebbe mai messo piede, e quindi questa sincronia di trovarci lì, in quel posto, a quell’ora, mi ha fatto sempre pensare che sia stato il destino. Fu un incontro magico, ritrovarmi davanti il mio attore preferito mi spiazzò, ma mai avrei immaginato che le cose avrebbero preso la forma che poi hanno preso. La vita ha fatto sì che ci incontrassimo e che condividessimo un pezzo importante delle nostre esistenze.

    Qual è stata l’importanza di Napoli, la città in cui sei nata, per la tua vita e la tua carriera artistica? In realtà, sempre nel libro, si parla nel capitolo “Le città amate”, di tanta altre città, ovviamente Roma, dove vivi e lavori, poi di Firenze, Alghero e Parigi.  A ciascuna sono legati dei ricordi e ognuna ha rappresentato qualcosa di importante. Ce n’è qualcuna particolarmente significativa di cui vuoi parlarci e che rappresenteresti con una parola o un’immagine?

    Nascere a Napoli è stato sicuramente un dono. La città è stata centrale nella mia vita, anche per la musica napoletana che è molto rappresentativa per me e che sicuramente mi ha salvato. Se dovessi rinascere lo farei sicuramente a Napoli, che è un luogo sacro e unico fatto di accoglienza, generosità e bellezza.

    Per quanto riguarda le altre città citate, ognuna di esse ha un posto speciale dentro me, ma sicuramente Parigi è la città che più di tutte è stata importante. È stata il sogno che mi ha salvato, come si capisce anche nel libro.

    La tua attività professionale è molto eclettica e varia, cantante, arte-terapeuta, counselor, mediatrice familiare e impegnata nell’ambito socio-sanitario. Puoi raccontarci il tuo percorso artistico e professionale e come si coniuga a quello di cantante?

    Il mio percorso artistico nasce da molto lontano, nel senso che ero ragazzina e già cantavo nei locali. Ricordo che cantavo Mina ogni sabato sera, portando questo repertorio con un pianista. Poi ho scelto la musica napoletana, ho studiato canto e man mano il sogno ha preso sempre più forma con diversi artisti, fino al maestro Colicchio con cui abbiamo dato forma a diversi spettacoli in diversi teatri, anche con lo stesso Carlo. Parallelamente, avendo sperimentato la musica anche come forma terapeutica per andare a lenire alcune ferite e dolori dettate da esperienze di perdite premature della mia vita, sentivo anche il bisogno di trasformare questo dolore in una risorsa. Fin da ragazzina ero molto portata ad aiutare gli ultimi e chi era in difficoltà, atteggiamento che viene

    dalla mia famiglia nella quale respiravo sempre grande generosità. Facendo degli studi specifici all’università ho poi iniziato a lavorare prima con i minori a rischio, poi nell’ambito psichiatrico, poi con i bambini oncologici al Gemelli, specializzandomi poi in Arteterapia a indirizzo psicofisiologico integrato alla Sapienza e, ancor di più con la specializzazione in Musicoterapia, ho unito le mie grandi passioni: la musica e la psicologia.

    Nel tuo libro sono citate diverse canzoni ed autori, da Aznavour a Battiato da Billie Holiday a Jacques Brel, colonne sonore della tua vita. Qual è quella che in particolare ti è più cara?  Ma ci piacerebbe sapere quella del tuo repertorio che ti piace più cantare o meglio ti rappresenta.

    Molto difficile scegliere. Sicuramente La cura di Battiato, un brano che ascoltavamo sempre io e Carlo e che incidemmo con l’aiuto di Franco, che oltre a essere un artista eccezionale è stato anche una figura importante nella mia vita. Sono però molto legata anche ad Aznavour. Tra le canzoni che canto non posso che citare Maruzzella che è stato il mio cavallo di battagli fin da bambina, il mio stesso soprannome è Maruzzella. L’ho fatta in tutte le versioni possibili. Dovendo scegliere una sola canzone quindi dico questa anche per l’aspetto affettivo e per l’amore che ho per Carosone.

    Nel libro parli di come la passione per il canto sia andata di pari passo con il lavoro di arte terapeuta, generando anche un conflitto interiore che hai cercato di “sanare” in qualche modo, almeno da quello che ho colto, specializzandoti in musicoterapia. Ci potresti spiegare meglio in cosa consiste questa tua attività?

    La musicoterapia, come ho già detto nella domanda precedente, rappresenta la cura attraverso l’arte basandosi su un modello specifico, quello del professor Vezio Ruggeri, che è un modello psicofisiologico. Il professore sottolinea come mente e corpo siano una cosa sola e andando a lavorare sul rilassamento andiamo a lavorare anche sulle emozioni. Meno tensioni abbiamo e più emozioni rilasciamo e andiamo a riscrivere la nostra storia anche con una postura diversa nel modo in cui stiamo nello spazio. Non è facile da spiegare a voce, il mio è un lavoro che si basa sull’esperienza, fatto di alchimia. Non preparo nulla prima di fare i laboratori, perché in base alle persone che ho propongo un certo tipo di esperienza. Sicuramente la poesia è uno strumento che uso molto, attraverso la scrittura si fa una fotografia di un momento e si ragiona su cosa si può fare per stare meglio. Il lavoro è fatto attraverso l’ascolto della musica, le immagini, il movimento, l’ascolto. Si lavora su tutto il corpo, dallo sguardo al movimento delle mani e si usa molto l’immaginazione perché tutto ciò che si immagina è.

    Il libro è strutturato in undici capitoli, ciascuno aperto da un passo di una poesia o da una riflessione di un intellettuale. Puoi dirci come li hai scelti, se c’è un filo conduttore e se magari ce n’è qualcuno che ti è particolarmente caro ?

    Mi sono confrontata con l’editore, con cui abbiamo lavorato con una grande intesa e ascolto reciproco. Sono tra gli autori o le citazioni che preferisco. Sicuramente Bobin è quello a cui sono più legata. Riesce sempre a commuovermi ogni volta che leggo una sua opera. Purtroppo è venuto a mancare poco tempo fa, una grande perdita sul piano del nutrimento dell’anima. Il filo conduttore è dare voce all’anima, qualcosa che ho voluto condividere con gli altri perché la poesia per me è un modo per esprimersi e andare in profondità.

    Il libro è dedicato a tua madre, tua figlia e ad Andrea Purgatori. Di tua madre mi ha colpito molto la sua dipartita nel giorno del tuo 11° compleanno, cosa che ti ha segnato per tutta la vita, come credo quel ventitré agosto del 2019. Puoi dirci di più anche sulla tua amicizia con Andrea Purgatori, la cui recente e improvvisa  scomparsa ci ha colpito tutti inaspettatamente anche per le modalità con cui è avvenuta?

    La perdita di Andrea Purgatori come professionista è stata grande per tutti quelli che lo conoscevano attraverso i suoi scritti e i suoi programmi, come ogni volte che si perde una persona di tale integrità e serietà. Per me è stata una perdita personale, è stata una persona importante nella mia vita e ancora sto elaborando questa separazione avvenuta come uno strappo, proprio come quella di mia madre. Mentre Carlo l’ho accompagnato alla morte standogli vicino fino all’ultimo, nel caso di Andrea è stato come un fulmine a ciel sereno. Un momento molto difficile arrivato nel momento della chiusura del libro ed era giusto omaggiarlo e ricordarlo, perché le persone che abbiamo amato vivono attraverso il ricordo e gli affetti.

    Cosa significa custodire la memoria di una persona come Carlo Delle Piane che, al di là del suo privato con una grande e complessa personalità che pur è inscindibile dall’attore come ben si evince dal tuo libro, è stato un grande interprete pluripremiato del cinema.

    Custodire la memoria di Carlo è un grande dono della vita e anche una grande responsabilità. Come dicevo nella domanda precedente, ci sono persone che hanno lasciato un segno perché hanno amato quello che facevano e sono arrivati al cuore delle persone emozionando. Hanno toccato corde che ci hanno permesso di metterci in contatto con parti nostre nascoste, ci hanno fatto sognare, ci hanno reso la vita più leggere per certi versi. Ecco perché sono sempre pronta a ricordare Carlo e ringrazio molto la casa editrice Martin Eden e tutto il gruppo di lavoro che mi ha sostenuto perché è bello quando giovani così vogliono fare un omaggio ad un attore anziano che però ha dedicato settant’anni di vita al cinema. È veramente un gesto d’amore

    Nel ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato e raccomandando il tuo libro, ci lasciamo con un’ultima domanda sui tuoi progetti futuri sia artistici sia professionali nei vari campi a cui ti stai dedicando e se hai qualcosa  di particolare su cui stai lavorando o che ti sta a cuore comunicarci.

    Sono io che ringrazio voi, persone che danno spazio alla culture e all’arte. Per quanto riguarda i progetti futuri sicuramente continueremo a portare il libro in giro, proprio nei prossimi giorni andrò a Parigi per parlare di un’eventuale presentazione. Sto preparando dei concerti dove farò degli omaggi a Carlo. Partiranno dei progetti nelle carceri per l’educazione al sentimento, legati alla violenza sulle donne, che ho dedicato ad Andrea Purgatori. Poi altri progetti legati alla musicoterapia che partiranno quest’anno, la collaborazione con il Gemelli e con l’associazione Aref. Cose in cantiere che spero possano prendere forma e farmi continuare il lavoro che amo, sia quello di cantare che quello di curare, e per lo meno far del bene, con la musica.

    Vi ringrazio ancora di cuore e un in bocca al lupo per il vostro giornale, a presto.

    ** Le opere fotografiche sono state gentilmente concesse dall’artista **

    Nicoletta Latteri, scrittrice ed archeologa, nasce in Germania da padre italiano e madre tedesca. Laureata in Archeologia all’università di Bonn, si trasferisce a Roma per questioni di studio, dove resta per amore della città. Dopo un brutto male, decide di scendere in politica per poter incidere maggiormente sulla difesa dei Beni Culturali e la Cultura del territorio. Ex Presidente della Commissione Cultura dell’VIII Municipio di Roma, oggi si batte in difesa della creatività e del patrimonio storico-artistico italiano.

    L’abbiamo incontrata in occasione del suo nuovo romanzo, Rosso Romano.

    Gentile Nicoletta, ci può descrivere, innanzitutto, il Suo stato d’animo, le Sue sensazioni personali? Come sta vivendo questi giorni così unici della nostra storia? 

    Difficile da dire, pensavo di essere forte e superare il tutto abbastanza indenne, però non è proprio così, la realtà è sempre diversa da quanto si crede. Mi è sempre stato chiaro che il mondo in cui viviamo non fosse così sicuro e consolidato come ci piace credere, ma vederlo crollare in così breve tempo è tutt’altra cosa.  Inoltre penso che il peggio debba ancora venire, perché andiamo incontro a una crisi economica senza precedenti. Alla fine ce la faremo perché siamo maestri nell’arte di arrangiarci, però sarà dura.

    Veniamo subito al Suo bel libro, “Rosso Romano”. Che tipo di viaggio personale ha compiuto per scrivere questo libro, che viaggia tra le mura della città eterna ed apre a ragguardevoli combinazioni di spazi e visioni?

    Diciamo che avevo cominciato a scriverlo già prima della quarantena, però era solo sbozzato. Rosso Romano è stato scritto durante il lockdown e quindi in qualche modo ne risente, vi è questa sensazione di muoversi ai bordi di un baratro. Più che un viaggio personale, ho voluto descrivere una Roma fatta di mille voci diverse e corali allo stesso tempo, che per quanto brutale ha il dono unico di riuscire a rimanere umana. Per questo come protagonisti ho scelto dei ragazzi dei nostri giorni che cercano di guadagnare qualcosa per mantenersi agli studi, l’unica particolarità è che lo fanno compiendo furti d’alto livello, e a un certo punto, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi con la pressione passato e con la violenza delle lobby di potere odierne.

    In qualche modo la stessa città di Roma in Rosso Romano assume la dimensione di un personaggio ingombrante, un Giano bifronte, che può essere sia benevola che sanguinaria.

    Una prima impressione che abbiamo avuto di questo Suo testo riguarda la sensazione che l’autrice voglia farci “annusare” il mondo della Chiesa, molto legato agli affari materiali piuttosto che alle grandi questioni spirituali… ci sbagliamo? 

    No, ho voluto seguire un certo realismo, il romanzo mostra una Chiesa divisa tra affaristi e chi si impegna sul territorio e cerca realmente di aiutare chi è in difficoltà. Un’antica lotta intestina della Chiesa, in fondo niente di nuovo.

    Anche da un punto di vista squisitamente metafisico, nel libro si percepisce l’attenzione di un certo mondo ecclesiastico nei confronti dell’immaginario esoterico, che distorce il senso del messaggio cristiano…

    Se si va a visitare l’Appartamento Borgia nei Musei Vaticani, si può ammirare una bellissima collezione di simboli e messaggi esoterici. Fa parte della storia della Chiesa che ha combattuto l’esoterismo e in parte ne ha subito il fascino, non dobbiamo dimenticare che la Chiesa, soprattutto quella antica, è stata molto eclettica e ha sempre assorbito molto dal mondo circostante. Nel romanzo si parla anche di alchimia, che, prima di essere condannata, era ampiamente praticata dagli ecclesiastici, S.Tommaso d’Aquino e S.Alberto Magno ad esempio erano grandi alchimisti. Con questo voglio solo dire che le cose, anche metafisiche, non sono sempre tutte nere o tutte bianche e che un po’ di esoterismo non incide sul messaggio evangelico che ha tutt’altre basi.

    Molto accattivante è comunque la figura della volpe, alias Marco, che dopo aver viaggiato tra operazioni di riciclaggio di denaro sporco attraverso le opere d’arte, sembra giungere ad una volontà di redimersi. Si è ispirata a qualcuno o a qualche situazione particolare nel tratteggiare questo personaggio?

    Ammetto di essermi ispirata ad Arsenio Lupin di Maurice Leblanc e alla sua versione moderna di Lupin III. Il mio romanzo ha forti influssi manga nella concezione delle scene e dei personaggi, questo perché mi ha sempre affascinato la capacità creativa dei manga e l’originalità delle storie narrate o meglio disegnate che non trova eguali in altri ambiti artistici. Nel mio romanzo c’è molta fantasia, ma non credo di arrivare ai manga o anime. 

    Comunque ha colto nel segno, c’è una forte volontà di cambiare vita nel personaggio principale, ma anche in altri secondari, cosa che continuerà negli episodi successivi, dove, senza spoilerare, la banda della Volpe diventerà qualcosa di simile ai “Monuments men”.Chiudiamo con una curiosità personale. Quale attore immaginerebbe nell’interpretazione della volpe se dal Suo libro un giorno venisse ispirato un film?
    Domanda difficile, La Volpe è un tipetto particolare né bello né brutto, il bello di Rosso Romano è Raffaele il killer e volendo anche il frate che fa l’hacker è più bello del protagonista, forse pensando ad un attore italiano… Fabio Rovazzi.

    Nora Lux è un’artista romana che proviene da studi psicologici ma con una formazione multidisciplinare che prosegue all’Accademia delle arti e nuove tecnologie. Artista trans-mediale che spazia dalla fotografia, al video, alla performance, dalla poesia alla musica con forti richiami allo sciamanesimo e al femminino sacro, attraverso simbologie esoteriche che rimandano ad Ermete Trismegisto.

    Vent’anni di ininterrotto lavoro nella natura, in cavità e nelle profondità della terra per narrare la storia del femminile nella nostra anima: il percorso artistico di Nora Lux inizia con opere in bianco nero in pellicola e prosegue con immagini di sé stessa come Dea Madre nelle vie sacre e negli ipogei degli etruschi. Il lavoro evolve successivamente in azioni performative che, nell’approccio dell’autrice, rappresentano il naturale sviluppo degli autoscatti.

    L’originalità di queste “azioni” consiste nell’essere veri e propri rituali di sintonizzazione con le energie dei luoghi, riti che possiedono la funzione di immergere l’artista nell’inconscio collettivo e nel consentirle di conquistare e trasmettere al pubblico il frammento di una nuova conoscenza. Proprio nel corso di una di queste “azioni”, infatti, mentre assumeva la ieratica posizione della potente Dea Madre, l’artista ha trovato il riferimento Totemico: un corvo, simbolo dello stato iniziale dell’opus chiamato “Nigredo”.

    Da questa dimensione di oscurità, Nora Lux ha integrato nuove figure di comunicazione spirituale tra la terra e il cielo, come il pavone (Albedo) e l’aquila (Rubedo), simboli di trasformazione presenti nel suo Vitriolum (2017-2019). Fotografia e performance si compenetrano poiché per l’artista non c’è confine tra l’agire e il momento fotografico. Ciò che porta in scena nelle performance è il risultato delle sue esplorazioni, l’autoscatto è un momento vissuto con e nella natura. L’elemento Terra e le grotte della civiltà etrusca, dove la donna era la più libera delle società antiche, sono i luoghi della metamorfosi, passaggi ctoni, simboli della profondità dell’inconscio.

    La fotografia può fissare l’eterno, il suo proposito è più ambizioso, lasciare scorrere, permettere al tempo di passare, non fermarlo e dominarlo ma, creare con esso e su di esso, sfuggire alla vocazione naturale di specchiarsi nell’obiettivo fotografico per attingere ad un altro universo, quello degli Dei, e più specificatamente a quello della Grande Dea, influenzata dalle teorie di Marija Gimbutas, e dall’indagine di Erich Neumann sull’archetipo della Grande Madre e i Simboli della trasformazione di Carl Gustav Jung.

    Nora, ci siamo conosciuti in una tua nuova iniziativa, SpeculumamoriS, di cui dopo parleremo. Mi ha da subito incuriosito la tua arte con i suoi forti richiami primordiali. Puoi raccontarci come è cominciato il tuo percorso?

    E’ iniziato tutto all’età di 8 anni quando mio padre mi regalò una macchina fotografica.  In famiglia c’era uno zio intellettuale che mi portava spesso nei musei dove mi affascinavano le statuette che poi ricollegai alla Dea madre, come divinità femminile e primordiale. Questo è stato il primo germoglio, da cui è scaturito il Maestro Albero della mia arte ma, direi forse della mia vita. Le radici si sono formate all’Accademia delle arti e nuove tecnologie e l’albero è continuato a crescere, alimentandosi con l’interesse per le civiltà preistoriche e gli etruschi. In quest’ultimi, il principio femminile fu massimamente celebrato e coincise con il diffondersi dei culti misterici e delle civiltà matriarcali, che ho poi approfondito con gli studi dell’antropologa e archeologa Maria Gimbutas.

    Ho iniziato il lavoro sul corpo in Accademia, fotografandomi in pellicola, l’uso della fotografia analogica, del bianco e nero con i suoi contrasti, mi proiettava in una dimensione intima e oscura,  vedevo me stessa in luoghi rarefatti, abbandonati, misteriosi.

    Passavo giornate intere nei luoghi che sceglievo, spesso ci dormivo anche. Nel 2008, suggestionata dal Film di Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo, mi sono recata a Matera nel parco della Murgia, fotografandomi principalmente nelle Chiese Rupestri, e ho realizzato la mia prima immagine iconica di nudo in natura “Mater Lacrimosa”.

    Da questo momento ogni mia foto è creata in ambienti esterni, la Natura, che non ho più lasciato, diventa la mia scenografia ed inizio ad ambientare la GRANDE DEA in Etruria (Toscana, Alto Lazio e Umbria). Prediligo ancora oggi le zone tufacee del triangolo magico tra Pitigliano-Sorana-Sovana, area di insediamenti etrusco-romani, all’interno di cavità, grotte e boschi, in 15 anni di lavoro negli stessi luoghi.

    Oltre al rapporto con la Natura e con gli elementi primordiali, prevale la dimensione della trasformazione, sia del corpo sia del paesaggio, come si può vedere dall’evoluzione storica degli autoscatti. C’è una tensione tra la foto che vuole eternizzare ed il divenire del tempo che è anche ciclico. Anch’io seguo questa ciclicità come Persefone, che passava sei mesi dell’anno (autunno e inverno) nel regno dei morti e negli altri sei mesi (primavera ed estate) andava sulla Terra da sua madre Demetra, facendola rifiorire al suo passaggio.

    Le feste solstiziali hanno infatti avuto nel tempo, la funzione di ricordare all’uomo che il continuo ripetersi della morte e della rinascita del Sole è per analogia l’avvicendarsi della morte e della rinascita della vita.

    Anche per me il periodo primavera-estate è quello di massima espressione e produzione artistica mentre quello invernale è più dedicato al ritiro spirituale e allo studio.

    A proposito di solstizi, sappiamo che il 21 dicembre prossimo, giorno del sol invictus, presenterai il progetto SIGILLUM alla Galleria Canova 22. Ce ne potresti parlare, illustrando le novità e come si inserisce nella tua composita produzione artistica?

    Con la performance SIGILLUM il corpo è medium tra microcosmo e macrocosmo.

    La Performance si inserisce all’interno del progetto Close Up promosso da Roma Capitale Assessorato alla cultura con “culture in movimento”, curato dal dipartimento Attività culturali in collaborazione con Siae, in una delle location più suggestive della capitale, la Galleria Canova 22, diretta da Fiorenza D’Alessandro e Franz Prati.

    L’Azione è L’Hypostasis greca, la persona in quanto unica “icona divina”. Dialogherò con una mia opera, una fotografia che con la tecnica del mapping verrà proiettata sull’intera galleria.

    L’immagine, un autoscatto realizzato nella grotta perciata, maggiore esempio di grotta a scorrimento lavico dell’isola di Ustica, descrive il flusso di magma vulcanico che cambia forma e temperatura come il corpo è fluido e solido. Il corpo scenico di carne e ossa in performance genera un nesso con il versetto della Genesi 2,23: “Questa è osso dalle mie ossa e carne della mia carne”. Creo attraverso il simbolo un corpo che diventa oggetto della vita psichica sigillata nell’essenza del femminile e del maschile insieme in correlazione con i recenti fatti di cronaca riguardanti i femminicidi e la guerra in Palestina. Gli elementi sono incarnazioni terrene dei principi cosmici, così il mio corpo costruisce all’interno dell’opera fotografica un’inclusione totale con gli elementi. Il corpo formato da calcio, fosforo, sodio, potassio, magnesio e ferro unito alla roccia lavica richiama lo stesso ferro presente nel sangue. Il nucleo di ferro fluido della Terra con l’eruzione si manifesta nelle rocce magmatiche con le quali il mio corpo si confronta.

    Gli uomini sono il piccolo mondo, perché legati alla Natura del Mondo. L’universo è il grande mondo, il Macrocosmo. Nella performance SIGILLUM attraverso l’immagine, la geometria sacra, il suono, la voce e il CORPO, come specchio ed eco di ciò che è stato violato, unisco Terra e Aria, Fuoco e Acqua.

    Potresti sintetizzare il senso della ricerca alla base della tua espressione artistica?

    Come dicevo in precedenza, la mia ricerca nasce dalla fotografia che si “muove” parallelamente alla perfomance art, la quale negli ultimi anni è diventata un’espressione necessaria quanto le opere fotografiche che realizzo in Natura.

    Il progetto UNUS MUNDUS (2020) mette in evidenza questa corrispondenza, dal quale emerge l’evoluzione della mia espressione, la fotografia e la performance, prioritari nel mio fare, dialogano sempre di più.

    Sacralità e Ambiente, retaggi antichi e connessione con il mio corpo, linguaggio alchemico e geometrie sacre. La consapevolezza che ciò che è dentro di noi vive anche al di fuori, in un rapporto di integrazione e unione continua con la natura, il sole, la luna, le stelle.

    C’è un senso altro che muove il mio operato ultimamente, qualcosa che si avvicina alla purezza del fuoco. Bruciando puoi distruggere, se non compensi e mitighi con altri elementi, oggi la sfida è proprio questa, vivificare per perfezionare, sottraendo.

    Il fuoco è interno alle cose e esterno, è nel cuore della Terra e nei raggi del sole ed ogni cosa si trasforma, si muove e diviene come il fuoco.

    Con riferimento al genius loci, ci puoi parlare del tuo progetto “site-specific” TEMPLUM iniziato nel periodo pandemico in Puglia, nel sito preistorico più grande di Europa? e della visione cosmica, in particolare quello su cui sta lavorando attualmente

    In uno spazio dove sono raccolti e consacrati i segni, nasce la mia visione del progetto artistico TEMPLUM.

    Il Templum è un concetto etrusco, la stessa Roma città in cui sono nata e fondata da Romolo, primo Re Etrusco, viene edificata con il tradizionale rito di fondazione delle città etrusche. Il Templum è una divisione spaziale e temporale praticata in una determinata area, per estensione il Templum diverrà il tempio che conosciamo oggi, cioè la costruzione che si edifica sul luogo precedentemente augurato e reso sacro.  Questo augurare un luogo significa anche dare una centralità ispirata dal luogo.  Percorro sempre la stessa modalità che utilizzo nel progetto TEMPLUM poiché è divenuto un metodo performativo. Ogni cosa procede secondo una geometria e attraverso le ombre che il sole proietta nel cerchio, costruisco una vesica piscis, immagine iconografica sacra, mediazione tra cerchio e quadrato, i cui assi individuano l’orientazione dei futuri cardo Nord-Sud: asse del mondo e decumanus Est-Ovest: traiettoria dell’eclittica. Gli assi del Tempio Sacro.

    TEMPLUM inizia in Puglia, nel sito neolitico più grande d’Europa, dove svelo una delle modalità d’azione che attraverso questo progetto diviene chiaramente visibile a tutti. Interpreto un mondo arcaico. Il mio corpo ricettacolo di energie cosmiche divine soglia medianica tra mondo sacro e profano. Nella grande pianura del tavoliere delle puglie, all’interno dell’area neolitica ripercorro i segni di ocra rossi, corrispondenti alla costellazione di Cassiopea, iconografia presente sul busto della statuetta della Dea sciamana, simbolo di sangue e di vita.

     Se il tempo, dice Platone, “è l’immagine mobile dell’eterno e l’istante è l’eterno, dove futuro e passato non esistono”, nell’istante in cui l’augure contempla fissando il Templum diviene tutt’uno col Dio, entra nell’eterno, nell’essere, il quale poi lascia segni indiscutibili di verità e presagio”.

    In TEMPLUM II risalgo le scale dell’unica Piramide etrusca presente in Italia, l’altare rupestre più grande d’Europa, con in mano una pietra rosso sangue, inverto il rito di scolatura del sangue, rianimando le vittime sacrificali. Dal sangue degli animali l’anima trasmigra nelle pietre che percorrono al contrario il destino infausto elevandosi in una propositiva e trasmutata nuova esistenza, non solo simbolica, ma incredibilmente reale. In questo mio gesto rinnovo e mi affido ad una metafora concreta, sui temi della vita sotterranea del mondo etrusco, proseguendo il percorso sulle tematiche della  Dea Madre. In TEMPLUM III, rappresento Cerere chiamata la Nera, Demetra per i greci e, Vei per gli etruschi. Il nero è il colore della fertilità, che spiegherà in seguito il proliferare In Europa delle Celebri Madonne Nere, che non a caso erano dotate di virtù curative. La Terra fertile di Cerere e la Lava vulcanica il cui principio è il fuoco si congiungono, ma il sale della Terra è L’anima, “Quell’acqua divina, aqua permanens che dissolve e coagula” la sostanza arcana che trasforma e al tempo stesso è trasformata, la natura che vince la natura.

    In TEMPLUM il concetto di sacro è in continua evoluzione, in correlazione al rapporto che stabiliamo con gli elementi naturali e la rotazione dei corpi celesti. Realizzo, infatti, le azioni performative e le fotografie rispettando una divisione spaziale e temporale, seguendo concetti di assialità e orientamento. In questo senso sento di essere arrivata all’alba di un procedere nuovo in cui l’osservazione degli oggetti astronomici, dello spazio, e della natura è parte fondamentale del tutto, e nelle azioni performative è particolarmente evidente poiché si partecipa attivamente ad un modello cosmologico.

    Ci potresti illustrare meglio i tuoi punti di riferimento artistici, alcuni di natura antropologica, psicologica e magari filosofici che sono alla base della tua ricerca ed espressione artistica?

    Nell’Europa del Neolitico la società poneva la donna al centro della vita sociale e la Dea all’apice del Tempio degli Dei, poiché la donna porta e genera la vita e la divinità della Terra che dà nutrimento. Maria Gimbutas connette il rispetto sociale per il femminile al rispetto profondo religioso, la venerazione di Dee, dichiarando che le società matrilineari dell’Europa Antica rispettavano sia le donne mortali che le divinità femminili.

    Molte di queste statuette sono acefale, puoi proiettare su di esse.

    Mi viene in mente la testa della “Venere” di Willendorf una sfera granulosa e omogenea, come anche la “Venere” di Lespugue dalla forma ovale allungata, o le statuette di Grimaldi, il Bassorilievo di Laussel e molte altre.

    Insieme alle statuette e ai bassorilievi le pitture preistoriche mi hanno sempre affascinata, segni disordinati che arrivano fino a noi con una composizione tangibile ai nostri occhi di un’epoca remota che appare vicina. In questo ho sempre intuito l’Arte, e anche per questo senso di appartenenza che proseguo il mio percorso artistico. Dopo molti millenni questi uomini e queste donne continuano a parlarmi mi assomigliano e tuttavia hanno trasformato loro stessi si sono fatti medium.

    Nelle pitture preistoriche i pittogrammi annunciano immagini di animali e non di loro, l’annullamento della rappresentazione dell’uomo rispetto a quella dell’animale mi stupisce ancora portandomi dentro emozioni dal carattere sospeso.

    Le tue performance e le tue opere fotografiche sono ricche di richiami ancestrali, esoterici, sciamanici che ci riportano a riflessioni intime ed universali allo stesso tempo.  Qual è la motivazione alla base ed il messaggio che intendi portare?

    È innanzitutto una necessità che mi sospinge, un’urgenza, e per questo creo, trasformo, scompongo e ricompongo, non so se c’è un messaggio che intendo portare ma, spero di riuscire ad evocare la Grande Dea, attraverso gli scenari della civiltà etrusca, e della natura tutta, tramite le simbologie della tradizione alchemica occidentale, in maniera sia esoterica che essoterica.

    Il culto della Dea Madre di cui parlo abbondantemente nella risposta precedente muove il mio operato da anni, e se pensiamo che questo culto dal neolitico si estende per tutto il paleolitico in un arco temporale che va dai 40.000 anni a.C. ai circa 3000 a.C. più o meno quando inizia la scrittura, è davvero un periodo vastissimo, nulla in confronto ai miei 20 anni di ricerca, nonostante la costanza.

    Le statuette delle “Veneri” dalle quale riprendo le posizioni e il dialogo Sono figure di donne enigmatiche che stimolano la mia immaginazione interpretativa, statuette silenziose, così come le opere fotografiche, “aliene”, che lasciano nell’ombra ciò che invece la nostra società mette in risalto.

    Probabilmente attraverso le tematiche che indago, metto in luce sia la società patriarcale che ci ha condotti ad ogni femminicidio ma, anche la responsabilità personale oltre le dinamiche sistemiche, strutturali.

    Il corpo della donna è portatore delle generazioni future e tutte queste guerre e massacri disonorano la donna e la terra.  Noi siamo il nostro pianeta, uniti possiamo essere più recettivi e disponibili ad agire all’interno di noi.

    Stando con i piedi a Terra mi affido al mondo invisibile. Attraverso le mie azioni performative esprimo attraverso il suono il tentativo di portare il pubblico in uno stato di frequenze alfa, per alcuni anche Theta, consapevole che per svuotarci dai condizionamenti culturali che sono l’ostacolo più grande alla nostra evoluzione, possiamo attraversare stati altri di coscienza e risvegliare la visione psichica assopita, per credere in quello che percepiamo.

    La Tecnologia e la scienza non dà spazio al soprannaturale ma, gli ebrei tradizionalisti credono che Mosè parlasse con Dio, i mussulmani credono che Maometto ebbe incontri con l’arcangelo Gabriele, gli indù e i buddisti riconoscono entità, regni, intelligenze e stati di esistenza non fisici illimitati.

    La nostra conoscenza del soprannaturale nasce da affermazioni di visionari religiosi in condizioni di estasi, profeti, sciamani. L’estasi sciamanica è alla radice di ogni cultura. Nei primi momenti dopo la sua fondazione, circa 2000 anni fa, il cristianesimo era una religione sciamanica. Cristo era uno sciamano non solo perché era umano e divino aveva il dono di guarire gli infermi. Quando pensiamo alla croce del Cristo in essa c’è la morte e la rinascita, è l’iniziazione dello sciamano tramite la morte, l’agonia e la resurrezione.

    Ultimamente hai dato vita al progetto iniziatico SpeculumamoriS, a cui ho assistito alle prime due edizioni. Oltre che a un progetto artistico che ti consente di sperimentare per la prima volta il teatro e poterlo confrontare con la performance art che da vent’anni è il tuo mezzo artistico insieme alla fotografia, mi sembra di capire che sei mossa anche da una tua esigenza “spirituale” di metterti a disposizione di altri artisti, aiutandoli ad emergere. Un afflato ispirato dal testo “Lo specchio della anime semplici” della mistica medioevale Margherita Porete. Ci puoi parlare di questa esperienza e dei suoi riferimenti e di come si colloca la disciplina dell’Animazione della Spada che mi ha molto incuriosito e attirato?

    Forse oggi le mie azioni hanno una pretesa che va oltre la ricerca artistica, c’è uno spazio nuovo, che mi sono concessa che avvicina me e gli altri alla conoscenza e alla realizzazione di Sé. La Lettura del testo “Lo specchio delle anime semplici“, della mistica del Duecento Margherita Porete, è un trattato allegorico tra Amore, Anima e Ragione, come se fossero tre personaggi. Amore e Anima sono Dio e Margherita che confliggono duramente con ragione. Il testo mira alla semplicità, intesa come unica realtà, non c’è alterità dell’essere. Leggerlo è stato come far vivere in me la non-dualità, un desiderio dell’Anima, l’amore e la conoscenza sono due ali. Questa visione mi ha condotto alla creazione di SpeculumamoriS sia per un sentire intimo ma anche per dare luce a questa mistica cristiana che fu bruciata sul rogo come eretica. Attraverso la via amoris contemplare vedere e amare in gioia. Lo spirituale non è né maschio né femmina il messaggio è aprirsi alla natura propria, che è coscienza. in questi appuntamenti mensili niente va raggiunto, ma svelato. Viene l’ora ed è questa.

    La spada è una disciplina che ho imparato da Umberto Di Grazia, Maestro e Amico, Ricercatore e Sensitivo di fama internazionale, ideatore delle tecniche dell’Unione e del Risveglio® e, viene maneggiata in modo rituale sia negli esercizi meditativi che nei movimenti di combattimento, creando apposite figure geometriche nello spazio. In SpeculumamoriS, l’intervento con la spada è sempre presente per valenza del simbolo e connessione storica con la Porete, che anticipa le sorti di un’altra nota figlia di Francia, Giovanna D’Arco, anche lei bruciata al rogo, che guidata da Santa Caterina, ne impugnava una.

    La spada, secondo le credenze e le civiltà, simboleggia diversi valori ma rappresenta anche la spina dorsale dell’essere umano, dalla testa al coccige, che è la punta della lama. I simboli come Umberto mi ripete spesso, comunicano più delle parole e risvegliano informazioni addormentate ed indipendenti dalla logica.

    Portare questo simbolo, che rappresenta il potere che esercita la sua forza benefica se usata in purezza e nobiltà di intenti, per me significa trasmettere questo e molti altri messaggi a chi vorrà continuare il percorso SpeculumamoriS.

    Nel ringraziarti per il tempo che ci hai concesso, c’è qualcosa che vorresti comunicare ai nostri lettori che riguarda la tua espressione artistica oltre che di vita, alle tue direttrici di sviluppo che sembrano inesauribili o, semplicemente, un messaggio da lasciarci?

    C’è necessità di un’archeologia del rito per cogliere e ristabilire una verità collettiva attraverso i luoghi, come nei culti di fondazione e continuare a pensare e sentire. Gli algoritmi stanno ridefinendo la realtà. Le nostre informazioni danno luogo a un doppio digitale, un “gemello”, che diventa una nostra estensione. Prodotti e processi vengono ridisegnati dall’intelligenza artificiale: questo Doppelganger elettronico è lo specchio sul quale trasferiamo inconsapevolmente sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti che vengono catalogati in database. Attraverso di questi, coloro che immagazzinano i nostri dati studiano strategie di previsione delle nostre future azioni, dei possibili cambiamenti di direzione e persino gli imprevisti, cercando di tramutare ciò in avvenimenti prevedibili o addirittura prescrivibili. Non credo che questi processi ci aiuteranno a conoscerci meglio e ad avvicinarci maggiormente alla Madre Terra, poiché intaccano il libero arbitrio e violano il confine sacro dell’intimità umana. A questo punto mi chiedo se questi avatar alienati da noi e soggetti al controllo di invisibili padroni, potranno sviluppare addirittura una loroautonoma coscienza? Di fronte a quesiti così radicali e perturbanti sfide tanto poderose, possiamo attraverso l’unione e il risveglio della coscienza, iniziare veramente ad interessarci del nostro pianeta verde. Le specie vegetali e animali si spostano in modo imprevedibile da un ecosistema all’altro creando danni incalcolabili alla biodiversità di tutto il mondo.

    Attraverso il mito in cui c’è il senso della nostra esperienza quotidiana, recupero le immagini visibili e invisibili, è come se nei giardini del sogno s’innescasse il potere di trasformare la materia in un elemento libero. Una forma simbolica del pensiero che per analogia organizza la riflessione sull’esistenza e l’esperienza umana mediante la narrazione di eventi passati, presenti e futuri.

    *Le opere fotografiche sono state gentilmente concesse dall’artista

    Quest’intervista nasce un pò per caso.

    Una domenica davanti ad un prosecco mi ritrovo a chiacchierare con Elisa di cose normali come il lavoro, e immediatamente salta fuori una questione inaspettata: l’ansia da prestazione.

    Non ci sarebbe nulla di insolito pensando ad un universo fatto di adulti, carriera, uffici, piuttosto che della vita privata, ma che invece è tristemente riferito ai bambini. Nasce rapidamente in me la necessità di approfondire la questione e di chiarire, innanzitutto a me stessa le dinamiche che portano
    a questa condizione che ha tutta l’aria di essere una piccola silente sofferenza della nostra epoca e che porta passivamente con sé la promessa di creare una società fragile e intrisa di solitudine, una macchina con degli ingranaggi scollegati.
    Elisa Alaimo ha 43 anni, anche se ha il viso fresco e raggiante di una ragazzina. Lavora nell’ambito dell’educazione dal 2006. Dopo la laurea in Filosofia, con una tesi in antropologia culturale sulla Comunità Eritrea di Milano e sulle sue dinamiche di integrazione nel contesto urbano contemporaneo, c’è l’incontro con i Minori nelle comunità di accoglienza e i ragazzi nei corsi di formazione professionale, dove svolge il ruolo di docente di sostegno. Al riguardo mi dice: “Attraverso la relazione educativa con i giovani allievi e il supporto di docenti illuminati sono riuscita ad avvicinarmi al significato di reale inclusione (in anni in cui non era ancora un concetto così tanto diffuso), superando così quello di integrazione.
    L’esperienza tra i laboratori di elettronica ed elettrotecnica finisce circa dieci anni più tardi, quando arriva l’esigenza di fare un salto verso nuove conoscenze, apprendimenti e visioni. Ed è così che per i cinque anni successivi ricopre il ruolo di coordinatrice pedagogica ed educatrice per i più piccoli, per quella che è la “fascia 0-6”.

    Cosa ti sei portata a casa di quegli anni?
    Sono stati anni decisivi e fondamentali, di visioni nuove, aperte davvero alla centralità della persona, dei suoi bisogni, con i propri tempi e con i propri processi. Gli anni insieme ai bambini, vissuti all’altezza dei loro sguardi mi hanno ridato l’energia e la sicurezza per tornare nel mondo degli adolescenti, così tanto vicini, così tanto lontani, così sollecitanti.
    Attualmente sei docente di sostegno specializzanda presso l’Università di Torino (TFA VIII° ciclo), come descriveresti questa esperienza?
    A dir poco impegnativa! | nostri docenti definiscono noi studenti in vari modi: acrobati tra le nostre vite, ponti tra le istituzioni, ma la definizione che preferisco è “attivista dei diritti umani”, perché lavorare per un mondo più inclusivo e più giusto è davvero ciò che finalmente rende piena la mia vita, chiara e colma di significato.
    Quando abbiamo chiacchierato quella domenica mi ha colpito molto il fatto che tu abbia fatto riferimento all’ansia da prestazione dei giovanissimi, ho sentito la stessa sensazione di quando fai degli esami approfonditi e il dottore ti conferma una diagnosi, che sospettavi ma che speravi in fondo di poter scongiurare: quell’impressione che la società in cui viviamo non goda proprio di ottima salute. Che cosa sta accadendo?
    L’ansia da prestazione è assai diffusa tra le nostre classi, fin dai primi anni della scuola primaria. lo stessa, da docente, sono testimone quasi quotidianamente del disagio che i bambini provano di fronte ad un insuccesso, ad un voto non corrispondente alle aspettative, alla paura di deludere gli affetti più significativi. La paura più grande è quella di perdere valore dinnanzi ai propri genitori. Come se l’affetto e l’amore famigliare fosse commisurato al giudizio a seguito di una prova. Ciò non corrisponde alla realtà, eppure nel bambino si fa, spesso, strada questo pensiero. | fattori sono molteplici, da una società sempre più competitiva, al tempo passato in famiglia, che tra i vari impegni di genitori e figli è sempre meno.
    Molte volte confrontandomi con i genitori e raccogliendo i racconti dei bambini mi sembra che mamma, papà e figli si conoscano (o riconoscano) davvero sempre meno, così il voto o il risultato di qualunque prova diventa il dato tangibile del “chi si è?”. La mia è sicuramente un’opinione ma ritengo abbastanza ‘verosimile che le famiglie facciano molta fatica a capire i reali bisogni dei propri figli, a comprendere i processi che sottendono all’agire dei loro bambini e quindi le loro personalità. Forse se si iniziasse a dare valore e significato ai processi più che ai risultati (e uso il noi perché, a mio avviso, anche noi docenti dovremmo ricordarcelo di più) potremmo vedere bambini più sereni, consapevoli e sicuri del fatto che loro valgono non per quello che fanno ma per quello che sono.”
    Qual è la differenza nell’apparato scolastico ed educativo della generazione attuale rispetto alla nostra?
    La scuola di oggi è una scuola che si mette sicuramente più in discussione rispetto ad un tempo. Ai docenti che si stanno specializzando si chiede di accettare, accogliere la trasformazione, di andare oltre all’ “abbiamo sempre fatto così”, di superare l’idea che certe teorie e pratiche non si toccano. Il lavoro educativo ci obbliga a rimanere nella complessità (di tempi complessi), la scuola di oggi inizia a riflettere sul fatto che ogni esperienza proposta ai ragazzi deve essere pensata, riflettuta. Uno stesso approccio non va bene per tutti, per sostenere un ragazzo nell’apprendimento è necessario riflettere sui suoi bisogni, riconoscerlo, accettarlo, accoglierlo incondizionatamente.”

    …secondo G., sono vestita di stelle.
    Per me è stata una rappresentazione significativa.
    Ho lavorato con lei molto sulla sua difficoltà a disegnare le mani.

    Genitori, scuola e società formano la comunità educante di ogni individuo fin dalla più tenera età, quanta responsabilità ha ciascuno di questi attori?
    Sappiamo bene che con “comunità educante” si intendono tutte quelle istituzioni che concorrono alla crescita di un ragazzo e non solo, dalla famiglia alla scuola allo sport, fino ad arrivare al quartiere, ai servizi offerti dalla città etc… Con comunità educante si intende attualmente davvero un cerchio molto ampio. Ad esempio se so che un mio allievo, che sta manifestando disagio a scuola in svariati modi, va a prendere il caffè prima del suono della campanella in un determinato bar, io da docente devo essere consapevole che il mio allievo entra in classe con il bar. Per intenderci, gli incontri che ha avuto, i quotidiani sfogliati, i discorsi ascoltati possono essere indicatori del perché prova o manifesta disagio. E io, come docente, e quindi parte della comunità educante, così come il barista, posso attingere alla rete interna della comunità per capire la situazione e quindi intervenire sollecitando altri nodi della comunità.
    Se questo senso di rete fosse più condiviso probabilmente anche le famiglie potrebbero sentirsi meno sole e quindi supportate in un percorso di crescita che coinvolge tutti collettivamente.

    Pensi che la nostra generazione fosse più libera e dunque più serena?
    Non so dire se la nostra generazione (anni 90-2000) fosse più libera delle nuove generazioni, sicuramente avevamo un sentimento della libertà diversa. Per me la libertà si manifestava nella Scelta.
    La mia generazione poteva scegliere, sapeva cosa scegliere, si esponeva dichiarando cosa volesse. Talvolta gli obiettivi si raggiungevano con facilità, altre volte lottando (con la famiglia, la scuola, con le aspettative della società), altre volte lasciando perdere o cambiando strada. Con o senza compromessi.
    Ora mi chiedo se le nuove generazioni si sentono libere di sognare. Mi domando se esistono ancora i desideri

    Questo mondo ci vuole altamente performanti, forse ancora prima di riuscire a maturare la nostra identità ed espressività, e non curandosi del nostro bagaglio emotivo, o banalmente dei tempi filologici individuali. e per questo che si parla sempre di più di burnout? È vero che questa condizione vede vittime sempre più giovani? Come fare per invertire questa tendenza?
    Il burnout è una malattia e come tale deve essere trattata. Il burnout si manifesta quando il nostro mondo intimo, quello dei sogni, delle ambizioni, dei modi in cui la nostra personalità si presenta al mondo brucia letteralmente. E brucia davvero. Ciò riguarda tutti, dai ragazzi che non si sentono riconosciuti nel loro valore, ai giovani adulti che sperimentano la frattura tra ciò che sono e l’ambiente che li circonda, spesso vittime di rapporti con datori di lavoro, manipolatori e perché no? Anche sadici. Ma ci sono anche lavoratori in prepensionamento che trascinano la loro giornata lavorativa al termine, senza esserci realmente (spesso generando una catena di malcontento e disagio tra colleghi, che potrebbero al loro volta sperimentare quel vuoto che genera il burnout stesso). lo non ritengo che il burnout sia legato direttamente al livello di performance o alle richieste esterne, credo che nasca da un profondo disagio esistenziale, che richiede un cambiamento, uno svoltare di cui spesso si ha paura o non si ritiene di averne le forze. Eppure quante storie conosciamo di lavoratori sofferenti che per scelta o necessità hanno cambiato contesto e si sono ripresi in mano la loro vita? E’ necessario monitorare i luoghi di lavoro (o di studio) con criteri adeguati e precisi, che mostrano chiaramente quali sono gli indicatori per un ambiente sano e favorevole al benessere.

    Il mio gattone secondo F., lei non lo ha mai visto. Ma ha ascoltato una sua storia e lo ha disegnato così

    In diversi studi si fanno analogie sul comportamento tra la generazione degli adulti di oggi e quelle che l’hanno preceduta, affermando che ci si trova in un adolescenza estesa fino alla soglia dei 40, cosa implica questo atteggiamento, lo possiamo collegare al nostro discorso?
    Sì, ritengo che ci sia una correlazione tra i ragazzi adolescenti e gli adulti ritenuti (o che si ritengono) adolescenti a 40 anni ed è molto semplice, i quarantenni adolescenti sono tali perché non sono riusciti a superare le grandi paure dei ragazzi, cioè quelle di non essere amati, non accettati per quelli che sono, di essere lasciati soli.
    Per concludere, non posso esimermi dal domandarti cosa ne pensi del metodo Montessori.
    Il metodo Montessori ha dato la libertà ai bambini di scegliere e di conseguenza attraverso la scelta di manifestarsi nella loro personalità. L’ambiente, ordinato, preciso, leggibile della Casa dei Bambini porta il fanciullo a scegliere con serenità lo spazio con le proposte più adeguate al suo sentire. Con il metodo viene messo l’accento sulla centralità del bambino, che sperimenta sempre di più diventando via via più consapevole ed autonomo. Sono innumerevoli le possibilità che offre il metodo, ma ho voluto focalizzarmi sulla libertà di scelta perché, come già detto, la ritengo una facoltà che stiamo perdendo.
    Anche il metodo Montessori ha il suo limite, che sta proprio nel concetto di metodo. Il metodo non deve essere considerato una “lista della spesa” o come consigli per gli acquisti da applicare in ogni occasione, ma va pensato, valutato, ripensato nella complessità.

    Presentazione di Giovanna La Vecchia

    Lo abbiamo incontrato per il nostro giornale già nel 2020 in occasione di un’intervista in cui ci aveva raccontato le “mille e una vita” di un uomo “Obelix” caduto nel paiolo della pozione magica delle parole. Giuseppe Cesaro: la musica, la bellezza, la famiglia, le parole, la forza. Fu un incontro inconsueto ed informale con un grande protagonista del nostro tempo: “Siamo noi l’anima delle cose. La fragilità è bellezza. Ed è infinitamente più ricca della solidità. Che, spesso, è pura apparenza”.

    Giuseppe Cesaro (Sestri Levante, 12 marzo 1961) ha cominciato a scrivere professionalmente alla fine degli anni ’80. Giornalista, scrittore, ghostwriter, curatore, editor e traduttore, si occupa di musica, politica, società, narrativa, saggistica. Negli ultimi vent’anni, ha pubblicato 50 titoli – tra racconti, romanzi, memoir, graphic novel, saggi, biografie, traduzioni e sceneggiature – per alcuni tra i più importanti editori nazionali (Bompiani, Mondadori, La Nave di Teseo, Skira, Rizzoli). Dal 1998 è consulente ai testi di Claudio Baglioni. Ha firmato due romanzi (“Indifesa” – 2018, e “31 Aprile. Il male non muore mai” – 2021, entrambi editi da La Nave di Teseo) e un graphic novel (“Michelangelo. La parete perfetta” – 2017, edito da Round Robin) ed è co-autore di due libri inchiesta: “Ombre sul web” (2019) e “La fabbrica fantasma” (2020), pubblicati da Lastaria Edizioni. Lo scorso settembre, per Round Robin, ha pubblicato “Manuale per aspiranti scrittori. 3×5 non fa 15”: il metodo di lavoro messo a punto in quasi quarant’anni di scrittura.

    Per il numero di Dicembre di Condi-Visioni ha voluto “condividere” con noi il suo pensiero sull’attuale momento storico e per questo gli dobbiamo un ringraziamento speciale. Giuseppe Cesaro è senza alcun dubbio una delle personalità più interessanti e poliedriche del nostro paese, leggerlo “crea dipendenza” perché ci obbliga ad una riflessione quanto mai necessaria. Certezza e speranza di un futuro possibile sono solo nelle nostre azioni, perché se è vero che “non dobbiamo aprire quella porta”, ricordiamoci che di porta non ce n’è mai una sola.

    “A volte ritornano: non aprite quella porta!” di Giuseppe Cesaro

    “A volte ritornano. E, di solito, sono incubi. E il ritorno che stiamo vivendo, non fa eccezione. Purtroppo. Del resto, quasi mai il passato è migliore del presente. Basta un’occhiata fugace a un (serio) libro di Storia per rendersene conto. Né è detto che un buon passato possa diventare anche un buon presente. Figurarsi, dunque, se può diventarlo un passato pessimo. Sto parlando del Fascismo, evidentemente. Il giudizio sul quale è totalmente negativo. E non è impugnabile, dal momento che è passato in giudicato da un bel pezzo. Non parlo del mio giudizio, che conta poco. Parlo del giudizio della Storia. La Storia vera, autorevole, documentata, meditata. Non le favolette degli imbonitori mediatici che cercano di spacciare per verità le bugie, per progresso il regresso, per libertà l’oppressione. Al contrario di ciò che sosteneva Novalis: non tutto, in lontananza, diventa poesia. L’errore resta errore. Il crimine, crimine. L’orrore, orrore.

    La nostalgia, però, è un sentimento-rifugio che, ahimè, fa sempre presa. Soprattutto quando – come accade oggi – il presente fa paura. Una paura indotta, quasi sempre esagerata e ingiustificata. È allora che l’idea di un ritorno al passato rassicura, come l’abbraccio amorevole di un’amorevole madre o il tepore di un focolare domestico al quale tornare, per sentirsi, finalmente, al sicuro.

    E, così, invece di guardare avanti, guardiamo indietro, dimenticando, appunto, che il passato non è migliore del presente. Eppure, la propaganda ci sta convincendo del contrario. Come? Da una parte, alimentando le paure, vecchie e nuove, dell’opinione pubblica (quella che Umberto Eco chiama “la costruzione del nemico”); dall’altra, fornendo risposte tanto facili, veloci e capaci di incantare, quanto false, folli e antistoriche.

    Come una mamma che, accarezzandoci, sussurra: “dormi tranquillo: ci sono io, veglierò io su di te!”, la politica vuole che chiudiamo gli occhi, ci giriamo dall’altra parte e ci addormentiamo sereni. Non ci dobbiamo preoccupare di niente. Spegnerà la luce, chiuderà la porta e penserà a tutto lei. Riuscite a immaginare qualcosa di più rassicurante e tranquillizzante?

    Sono queste le ragioni per le quali, ancora una volta, ci ritroviamo alle soglie di una svolta autoritaria. Questo, non altro, è il premierato. Altro che “democrazia decidente”. La nostra democrazia è “decedente”. In fin di vita, cioè. Vogliamo davvero staccarle la spina? Come mai ci ritroviamo di nuovo a questo punto? Non ci è bastata la catastrofe di cento anni fa? No, evidentemente.

    Per capire a cosa stiamo andando incontro, dovremmo, innanzitutto, smettere di chiamare “politica” qualcosa che politica non è più, da decenni. Nel nostro Paese, la politica è morta 45 anni fa: 16 marzo 1978, quando Aldo Moro è stato rapito e i cinque agenti della sua scorta, trucidati. Quanto accadde 55 giorni dopo, fu solo il colpo di grazia. Morte violenta, dunque, non naturale. La politica andava tolta di mezzo e venne tolta di mezzo. Fine dei giochi.

    Tutto quello che è venuto dopo l’omicidio Moro – andreottismo, craxismo, berlusconismo, renzismo, salvinismo, grillismo, contismo, melonismo, per ricordare solo i passaggi più significativi – non è politica: è occupazione, spartizione, gestione e mantenimento del potere.

    La politica è stata tolta di mezzo perché il Potere – che non è la politica ma la forza che condiziona ogni politica – non vuole rotture di scatole. E la politica – se è vera politica – è un’immane rottura di scatole. Perché fa domande inopportune (democrazia, diritti, giustizia, libertà, pace…), accampa pretese assurde e costose (istruzione e sanità gratuite, salari dignitosi, pensioni…), è lenta a decidere (confronto con le parti sociali, bicameralismo paritario…).

    Contrariamente a ciò che crediamo, dunque:

    1. la politica non detiene il Potere. È esattamente il contrario: il Potere detiene la politica;
    2. gli “uomini politici” non esercitano il potere: sono strumenti nelle mani del Potere. “Utili idioti” che – come marionette ventriloque – fanno e dicono tutto ciò che il Potere comanda loro di fare e dire;
    3. il Potere non ha un nome e un cognome e nemmeno una faccia.È una forza – anonima, invisibile, onnipresente – che ha un potere di seduzione così forte, che è quasi impossibile resisterle. Si impossessa della coscienza degli uomini, fino a renderli schiavi. In cambio, offre loro l’illusione del comando (“Cumannari è megghiu ri futtiri” – “Comandare è meglio di fottere” – recita la millenaria saggezza siciliana), soldi, sesso, droghe, lusso, glamour, fama…

    “Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».

    Gesù resistette alle tentazioni. La maggior parte degli esseri umani, purtroppo, no. Il Potere lo sa: arruola coloro i quali cedono alle sue seduzioni e fa in modo di mettere gli altri in condizioni di non nuocere.

    Il Potere ha solo quattro obiettivi: ottenere, conservare, incrementare e perpetuare sé stesso. E, per raggiungere questi obiettivi è disposto a qualunque cosa. Con “le buone”: favori, prebende, corruzione, morale e materiale. O con “le cattive”: ricatto, violenza psicologica e fisica, demolizione della credibilità e dell’immagine pubblica degli avversari o loro eliminazione.

    Per parafrasare una celebre favola dell’antichità, il Potere è lo scorpione, il popolo è la rana, e la classe dirigente (che, personalmente, preferisco chiamare “digerente”), il “coro” che fa di tutto per convincere la rana a fidarsi dello scorpione, caricarselo sulle spalle e lasciarsi indicare da lui la rotta giusta per attraversare il fiume. 

    Ma le vere domande sono:

    • perché preferiamo chiudere gli occhi, girarci dall’altra parte e dormire, lasciando che pensi a tutto “mammina”, piuttosto che tenere gli occhi ben aperti e assumerci la responsabilità delle scelte importanti che riguardano la nostra vita?;
    • perché, anche se sappiamo benissimo che lo “scorpione” ci ucciderà (è la sua natura!), continuiamo a dare retta al “coro”, e crediamo che lo scorpione ci indicherà la rotta giusta per arrivare, sani e salvi, sull’altra sponda del “fiume”?

    La risposta è semplice. Semplice ma devastante: siamo codardi e profondamente bugiardi. Dichiariamo di amare e desiderare la libertà e, invece, non la vogliamo affatto, perché abbiamo paura di assumerci le nostre responsabilità.

    Del resto, che la natura umana non fosse proprio perfetta, lo sapeva fin troppo bene colui il quale dettò a Mosè le Tavole della Legge. Non è certo un caso, infatti, se Dio comanda all’uomo di Non uccidere, Non commettere adulterio, Non rubare, Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo, Non desiderare la moglie del tuo prossimo, Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo. Se avesse saputo che l’uomo non aveva bisogno di tali raccomandazioni, il Padre Eterno non avrebbe certo perso tempo a dargliele. Evidentemente, invece, conosceva così bene le sue creature che sapeva di doverlo fare.

    E assai bene conosceva gli uomini anche Gesù, quando decise di introdurre il comandamento che recita: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Perché sentì il bisogno di farlo? Perché sapeva benissimo che gli esseri umani sanno amare solo sé stessi e che amare l’altro è contro natura. Del resto, se amare l’altro fosse qualcosa di naturale, non ci sarebbe stato certo bisogno di un comandamento che impone di farlo!

    Ma la natura umana è ben nota anche a noi umani. Da sempre. Non sbagliava, ad esempio, Machiavelli quando, quasi cinquecento anni fa, scriveva che gli uomini sono “ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno”. Questo siamo. Ed è esattamente su questo che conta il Potere.

    Né sbagliava Étienne de La Boétie quando – pochi anni dopo la pubblicazione de “Il Principe” – nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”, si chiedeva come fosse possibile che “tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se quella che essi gli danno; che ha il potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male, se essi non preferissero subirlo, invece di contrastarlo”. E tutto questo non perché gli uomini siano “costretti da una forza più grande”, ma perché “incantati e affascinati dal solo nome di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, poiché egli è solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e feroce”. “Son dunque – scriveva ancora La Boétie – gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smetter di servire, sarebbero liberi”. È il popolo, dunque, che “acconsente al suo male o addirittura lo provoca”. Evidentemente, “la libertà non viene affatto desiderata, per la buona ragione che, se gli uomini la desiderassero, l’otterrebbero”.

    Analisi condivisa anche da una delle coscienze più alte e lucide della storia dell’umanità, Fëdor M. Dostoevskij. A fine Ottocento, in uno dei capitoli de “I fratelli Karamazov” noto come “La leggenda del grande inquisitore”, Dostoevskij è piuttosto chiaro riguardo alla nostra fobia della libertà: “Nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà!”; “nulla è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso”; “la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene ed il male”. E, ancora: “Non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura”.

    Su tutte queste cose conta il Potere, che conosce la natura umana almeno quanto Dio, Gesù, Machiavelli, La Boétie e Dostoevskij.

    “Governabilità”, “stabilità”, “monocameralismo”, “premio di maggioranza”, “premierato”, “sindaco d’Italia”, “democrazia decidente” sono, dunque, tutte parole d’ordine-truffa. Le marionette ventriloque vogliono farci credere che, più rinunceremo a quel po’ di potere di decisione che ci è rimasto, più potremo decidere del nostro futuro. Non sembra anche a voi una follia? Eppure, ancora una volta, stiamo per dare retta al “coro” e caricarci sulle spalle lo “scorpione”, perché sia lui a indicarci la rotta giusta per attraversare il “fiume”.

    La follia più grande di tutte, dal momento che, come tutti sanno, lo scorpione ci ucciderà. E quando, in punto di morte, gli chiederemo: “Perché?”, ci risponderà: “È la mia natura!”. E solo allora ci renderemo conto di quanto siamo stati stupidi. Tornare indietro, però, non sarà più possibile.

    Cambiare è un privilegio molto recente. I popoli del passato non ne godevano. Perché noi vogliamo rinunciarci? Perché siamo disposti ad accettare che chi sta al governo ci resti il più a lungo possibile? Chi avvantaggia questa “stabilità”? Noi o lui? Prima di rispondere, riflettiamo sul monito di Bobbio: “meglio cinquanta governi in cinquant’anni che uno solo in venti”.

    Non solo. Se, come diceva Gaber, libertà è partecipazione: è evidente che, meno partecipiamo alle scelte che riguardano la nostra vita, meno siamo liberi. Pensiamoci ogni volta che ci chiedono di dare a loro il potere di scegliere e decidere per noi.

    Se coloro i quali preferiscono rinunciare alla loro libertà lo facessero, senza pretendere che anche tutti gli altri facciano la stessa cosa, il problema sarebbe grave ma limitato, poiché riguarderebbe soltanto coloro i quali si voglio rendere servi. Dato, però, che i servi vogliono che anche tutti gli altri diventino servi come loro, il problema diventa molto infinitamente più grande e più grave, poiché il servilismo di pochi finirà col rendere servi anche tutti quelli che non vogliono diventare servi ma rimanere liberi. E la democrazia avrà fatto harakiri.

    L’ho detto: a volte ritornano. E, di solito, sono incubi. I peggiori. Meditate, gente, meditate. E, soprattutto, non aprite quella porta!” 

    A oltre sessanta anni dalla loro prima uscita discografica – 5 ottobre 1962 con Love Me Do – i Beatles rappresentano ancora “la musica”. Quattro ragazzi della classe operaia di Liverpool, un centro portuale piuttosto misconosciuto fino a quel momento, hanno rivoluzionato, con le canzoni che hanno scritto e il modo di presentarsi, non soltanto il settore delle sette note ma in generale tutta la società. Non c’è aspetto della vita post-bellica, dalla moda al look, che non sia stato influenzato dal gruppo di Lennon, McCartney, Harrison e Starr. Ma non solo. I Beatles – così come negli Stati Uniti prima di loro aveva fatto Elvis Presley – hanno portato alla ribalta realtà temi come la spiritualità (il viaggio in India del ’66), l’attenzione ai temi sociali (il rifiuto di esibirsi per un pubblico segregato nel sud razzista degli Usa l’anno precedente) e innumerevoli altri settori della vita contemporanea. 

    Oggi, a oltre sessanta anni dalla prima volta, i Beatles sono “tornati” con un brano – Now and Then – scritto da John poco prima della sua morte e che la sua vedova Yoko Ono ha affidato a Paul perché lo rendesse un “ritorno” in grande stile. Operazione riuscita, visto che i “Fab Four” sono di nuovo in testa alla classifica dopo tanti decenni. E, curiosamente, a fargli compagnia nella top ten americana ci sono i Rolling Stones, a dimostrazione che certa musica è davvero immortale. 

    Paolo Borgognone, giornalista e scrittore, autore per Diarkos Editore delle biografie “Freddie Mercury. The show must go on”, “Io Elvis. La parabola immortale di The King”, “Martin Luther King Jr. I Have a Dream”, ha da poco pubblicato “Beatles. Il mito dei Fab Four”.  Nato nel 1962 coltiva da sempre la passione per la musica, oltre che per la lettura e la scrittura. Ha collaborato con importanti testate nazionali e realizzato diversi lavori di “ghost writing” ed editing, oltre ad essere impiegato come addetto stampa per un ento pubblico.

    Se Elvis, come è stato detto, ha rappresentato il “big bang” della cultura giovanile, i Beatles hanno a loro volta assunto lo stesso significato che nella scienza viene dato alla comparsa della vita. Dal momento in cui è esplosa la Beatlesmania – 1964 – i ragazzi di tutto il mondo hanno trovato un modo per esprimersi. Da qui nascono i generi musicali che ancora oggi si ascoltano e tutti quei movimenti che hanno caratterizzato la seconda metà degli anni ’60 con temi come i diritti delle minoranze, l’opposizione alla guerra, il desiderio di libertà e uguaglianza che sono ancora oggi l’urgenza che anima milioni e milioni di persone in ogni angolo del pianeta. 

    “Il libro che ho scritto parte proprio dalle radici, da quella città che tanti conoscono per nome ma che pochi saprebbero trovare su una cartina muta e che ancora meno hanno avuto la fortuna di poter visitare” Borgognone ci spiega il percorso di questa nuova biografia sui Beatles. “Ho ricostruito la storia di Liverpool, prendendo come momento chiave quello dei terribili bombardamenti a cui fu sottoposta durante la Seconda guerra mondiale. Che è proprio il momento in cui i quattro ragazzi vedono la luce. Ho poi cercato di raccontare la storia delle loro famiglie, il retroterra culturale, sociale, politico, di un Paese che stava riemergendo dal conflitto e che, dopo anni di sofferenza e di “grigio” cercava proprio un modo per rinascere. L’esplosione di colori, suoni, mode rappresentata dalla “swinging London” di quegli anni è al tempo stesso causa ed effetto del successo dei Beatles. Ho poi ripercorso le tappe della loro carriera: dal primo incontro tra Lennon e McCartney – 6 ottobre 1957 – fino alla residenza ad Amburgo, apprendistato durissimo e formativo. Poi, a partire dal 1962, un capitolo per ogni anno. Con l’eccezione del 1964, quando ci fu lo sbarco in America, talmente ricco di storie da aver richiesto un doppio capitolo. Un altro l’ho dedicato al breve, ma significativo, tour in Italia del 1965. Solo pochi concerti ma l’occasione giusta per raccontare anche un poco di questo Paese, desumendone atteggiamenti e opinioni dal modo in cui i “Fab Four” vennero accolti, male per la precisione, con un atteggiamento quasi canzonatorio e che cercava di sminuirne le capacità. Si pensi che lo stesso anno delle date italiane, spesso con poco pubblico ad assistere, i Beatles si esibirono allo Shea Stadium di New York per 56mila spettatori! Il testo arriva fino al 1970, anno dello scioglimento della band e della pubblicazione dell’ultimo LP per poi chiudersi con un capitolo finale che racconta i tentativi fatti negli anni di riunire il gruppo. Tentativi che, per vari motivi ma non certo per mancanza di volontà da parte dei protagonisti, non andarono in porto e furono poi stroncati dall’omicidio di Lennon a New York l’8 dicembre 1980”. 

    Abbiamo incontrato Paolo Borgognone per i lettori di Condi-Visioni.

    Un altro libro sui Beatles? Perché? 

    “ Perché i Beatles “sono” la musica. Quello che hanno portato nel settore delle sette note non è finito certo con lo scioglimento del gruppo nel 1970. Ci troviamo davanti a un fenomeno di costume che ritorna continuamente e che sta continuando a influenzare la società contemporanea. Proprio pochi giorni fa, accendendo la tv, ho visto una pubblicità con una loro canzone come sottofondo. Segno tangibile che il loro sound, le mode che hanno lanciato, i messaggi che hanno portato sono attualissimi e ascoltati ancora oggi”. 

    Ci sono ancora cose che non sappiamo? 

    “Abbiamo appena scoperta una nuova canzone. Con una storia affascinante dietro. Certo, le biografie sui Beatles si sprecano, forse sono gli artisti su cui si è scritto di più e quindi è impossibile trovare la notizia inedita. Ma il processo di avvicinamento alla vicenda personale, sociale e musicale del gruppo si presta a infinite riletture e questa vuole esserne una dedicata in particolare ai ragazzi di oggi, quelli che non 1970 non erano nati e che pure si interessano alla storia della più grande band di sempre”. 

    Che tipo di studio ha fatto per realizzare questo libro? 

    “Il primo passo è stato riascoltare tutto. Dai primordi, dai “Beatles prima dei Beatles” fino all’ultimo disco, oltre naturalmente alle tappe fondamentali della carriera da solista di ognuno di loro. Quindi ho ripassato le biografie che ne hanno tracciato la storia, a cominciare dalla monumentale “Anthology” che racchiude davvero tutto o quasi lo “scibile” sul gruppo. Poi, naturalmente, ho cercato di limare le differenze che inevitabilmente compaiono tra i vari testi, provando a uniformare le date soprattutto. Per la prima parte, poi, quella dedicata alla città mi sono affidato anche ai ricordi. Ho avuto il privilegio e la fortuna di visitare Liverpool in uno dei periodi più difficili della sua storia, durante il governo della feroce signora Thatcher. Rammento una città ferita, offesa, trascurata, ma viva e piena di musica. Impossibile non amarla…”.  

    C’è un punto di vista differente o aspetti nuovi che non erano stati presi in considerazione in precedenza? 

    “Un mio carissimo amico, giornalista e scrittore, fan dei Beatles da sempre, nel presentare il volume ha detto: “Io pensavo di sapere tutto sul gruppo, ma questo libro mi ha fatto scoprire aspetti nuovi anche per me”. Ho cercato, in apertura, di situare i “Fab Four” all’interno del periodo storico nel quale sono nati, ovvero durante gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale e anche nel tessuto geografico della loro città di origine. Un posto di cui tanti hanno sentito parlare ma che, in realtà, pochissimi conoscono veramente. E che – invece – ha fatto da sfondo alla loro crescita personale e musicale, diventando protagonista delle vicende che raccontiamo”.  

    Questo ritorno secondo lei è stata una pura operazione commerciale o una volontà precisa di affermare “noi siamo ancora qui”? 

    “Un’operazione commerciale non direi proprio. Nessuno dei protagonisti ha certo bisogno di far uscire un brano inedito per mettere insieme il pranzo con la cena. Credo fosse giusto, a questo punto, chiudere il cerchio di questa esperienza. Non a caso, il singolo è stato pubblicato insieme a una riedizione di “Love Me Do”, il primo disco – per noi che abbiamo qualche annetto sulle spalle un “quarantacinque giri” – con il quale era iniziata l’avventura in quell’ormai lontano ottobre 1962”. 

    Paul McCartney e Yoko Ono hanno trovato un canale di comunicazione per realizzare insieme ancora dei progetti?

    “In realtà i rapporti si sono, per fortuna, molto semplificati con gli anni. Yoko – da tanti considerata una “nemica” del gruppo, idea che non mi trova d’accordo – ha avuto la sensibilità di lasciare a McCartney e Starr l’onore e l’onere di regalarci questa perla. Il lavoro che è stato fatto sulla traccia originale di Lennon è straordinario: alla fine abbiamo una canzone indubitabilmente dei Beatles ma che non risente degli anni che sono passati. Anzi. E il successo discografico – il primo posto nelle classifiche inglesi e americane – testimonia che la scelta fatta è stata giusta”. 

    Quanto serve oggi e soprattutto ai giovani “ritornare” ai Beatles?

    “Conoscere questa musica – cui accosterei quella di Elvis Presley, un altro titano del settore che ha tracciato la via per innumerevoli altri artisti – significa fare il primo passo per capire tutto quello che è venuto dopo. E anche quello che esiste oggi. Il panorama musicale è stato così fortemente influenzato dai Beatles che ignorandoli si perde la possibilità di comprendere il fenomeno anche nella sua contemporaneità”. 

     Secondo lei qual è il messaggio più importante che hanno dato i Beatles?

    “Ne hanno lasciati tanti. Messaggi di amore, pace, voglia di vivere, rispetto per gli altri, anche di impegno per combattere le ingiustizie quando era necessario. Nessuno di questi argomenti può dirsi risolto, quindi le parole e i gesti che i Fab Four hanno tramandato ai posteri sono ancora estremamente attuali. Se proprio dovessi scegliere una frase a simboleggiare il loro lascito, utilizzerei, quella che chiude “The End”, l’ultimo brano che hanno registrato tutti e quattro insieme, pubblicato sull’album “Abbey Road”: “In the end / the love you take/ is equal to the love you make” …” 

     Come sarebbero andate le cose se John Lennon non fosse stato ucciso? 

    “Il mondo sarebbe stato un posto migliore dove vivere! Esagerazioni a parte, è molto possibile che avremmo potuto avere l’occasione di rivedere i Fab Four esibirsi insieme, come in fondo loro stessi avrebbero voluto fare. Penso a che chiusura sarebbe stata per un evento – per esempio – come il Live Aid del 1985 se, alla fine, fossero comparsi loro quattro e avessero fatto un ritorno in grande stile mettendo insieme cinque o sei delle loro canzoni più celebri: “Yesterday”, “Let It Be”, “Penny Lane”, “Strawberry Fields” “Something”… e così via. Il più grande spettacolo di sempre. Purtroppo l’instabilità mentale di un fanatico religioso ci ha privati di tutto questo”. 

    La dea pagana, la cortigiana di dimora, la popolana avvenente ma attrezzata di coltello: Roma nelle liriche di Luigia Panarello, il grande amore di una vita intera. 

    Etabeta edita la silloge “Via del cancello” di Luigia Lupidi Panarello.

    Pierpaolo Pasolini l’aveva soprannominata “tre vite”. A noi sembrano anche poche per descrivere un’artista come Luigia Lupidi Panarello. C’è tanto di tutto in lei e nella sua vita, tanta Roma, tanta poesia, tante amicizie straordinarie, tante esperienze e tante sofferenze vissute con quella leggerezza e meraviglia allo stesso modo di come si vivrebbero le gioie e i successi della vita. Una combattente in prima linea, una partigiana delle idee e della cultura non paludata e non avulsa dal reale. Così la definisce Titti Presta. E ancora non basta. Una protagonista senza protagonismi, una formazione artistica ed umana ricca e movimentata, “vivere è più semplice di evitare di farlo” dichiara con impulso e stupore. Garbata, “perbene”, naturale e simpatica, Luigia Panarello si impone con umiltà nello scenario poetico italiano, così come fa in questa intervista per la quale la ringraziamo moltissimo. Non è cosa da poco raccontarsi senza filtri e senza prendersi poi così tanto sul serio. Il mondo ha bisogno di voci fuori dal coro perché la bellezza è fatta di piccoli frammenti di lucidità in mezzo ad un mare di improvvisa creatività. La poesia di Luigia Panarello ci ricorda di cosa siamo fatti e per cosa siamo fatti. Vivere. Punto.

    La sua silloge “Via del cancello” è un volume che racconta la poesia, la religione, la politica, la società, la cronaca di una “sua” Roma. Quale percorso l’ha portata alla scrittura di un testo così importante?

    “Proprio per quella cronaca… che a Roma passa sempre più per l’ispirazione poetica che per la logica intellettuale, altrimenti più dettata da un parlato prosaico che letterario. Vivere a Roma significa la messa in gioco delle emozioni e delle passioni sempre. Non si resisterebbe sennò al suo investire il cittadino del “troppo” che è in tutto. Roma infatti non è una città metropolitana, ma la condizione umana in cui lui viene messo dalla scelta volontaria e volenterosa di starci. Dunque con questa scelta quasi sacrificale, è insita anche il darne una tipologia di lettura personale per orientarcisi. Quella poetica permette di farsi meno male, di avere sorprese anche gratificanti a volte. Non per nulla qui c’è un detto da tifo sperticato: Roma non si discute. Si ama!” 

    Come nasce la sua “fame” di poesia?

    “La mia testa è uno strumento acustico. Non ragiona. cerca sulle mie corde parole e frasi adatte a descrivere l’immagine, ad enunciare in metafora ciò che penso per districarlo dall’intimismo. Funziona così da sempre, usando soprattutto intuito e percezione. Io “sento” il colore come orbo, leggo dalla bocca cosa “comunica” la circostanza come sordo. Ho una forma di handicap cognitivo, se non esistesse la poesia, probabilmente avrei patito una pena esistenziale ragguardevole, che invece la poesia ha trasformato in veicolo dell’attrazione per la vita”.

    Ci racconti come nasce il titolo di quest’opera.

    “Via del Cancello è la strada, quasi un vicolo comunicante dal mio ufficio al fiume, che percorro quando esco di lì per tornare a casa. E’ un luogo di liberazione concreta e quotidiana, un momento di svagatezza, un tracciato di identità. Il cancello che si apre con discrezione per lasciarmi andare oltre la ripetitività quotidiana. Cioè un’annotazione cerchiata in rosso sulla cartina dell’esistenza, perché bisogna avere riferimenti certi per non perdersi”.

    Una divisione in due parti, Roma mia nello sguardo e Roma mia nell’anima. Perché ha sentito l’esigenza di una così netta suddivisione, in fondo la poesia è canto unico.

    “Eh… avere una relazione con la matrona comporta tenere ben spartite le sue qualità seduttive e le sue velleità dominatrici…Roma non è una metropoli moderna, è ancora la dea pagana, la cortigiana di dimora, la popolana avvenente ma attrezzata di coltello, o te ne fai proteggere, e perciò l’accetti magnifica e cinica, oppure se ne ricorderà della tua indipendenza e ti strazierà spesso e volentieri di colpi in agguato e di malinconie struggenti. Devi assolutamente contenerla in due vasi e farne tu la mediazione, per restare conscio con chi hai a che fare”.

    Poesie di sguardo e di anima, per descrivere il suo lavoro. Una espressione molto profonda. Cosa ci consente di vedere meglio, gli occhi o l’anima?

    “Assolutamente la propria personalità, che le due componenti aiutano nella funzionalità metabolica. Altrimenti è un pasticcio della malora che squilibra”.

    Paesaggi interiori e paesaggi naturali, una contaminazione ed una interazione di forza e potenza straordinarie. Percepirli entrambi è una grande ricchezza, possederli entrambi è un’approssimarsi alla perfezione del vivere. Cosa ne pensa?

    “Piuttosto è come avere quei doni extrasensoriali, che per carità arricchiscono la qualità dello stare al mondo, ma sono pure delle condanne a non poter stare mai spensierati. Un pizzico di leggerezza, per fortuna, lo offre la romanità con la sua ironia dissacrante, per non prendere ogni elaborazione e se stessi sempre sul serio!”

    Roma così tanto appieno descritta è cosa assai rara. C’è ogni aspetto, ogni persona, ogni anima di una città così tanto complessa e così tanto amata. E’ stata un’analisi di sicuro anche dolorosa.

    “Ho avuto maestri fantastici in questo, mi hanno educata e istruita con la loro storia fatta di vicende individuali e di fatti epocali raccordati. Pierpaolo Pasolini, mia madre, gli ebrei del ghetto, i bancarellari dei mercati rionali…e le soste sulla banchina dell’ Isola Tiberina a riflettere solitariamente”.

    Il suo amore per Roma è completo e complesso. Un amore “organizzato” che, come i più grandi amori, raccoglie in se ogni dettaglio e particolarità, nel bene e nel male. C’è qualcosa di Roma che è rimasta “intatta”, incontaminata, eterna?

    “Più che intatta, è inviolata la sua completezza. Roma non è invadibile! L’assediano, di tanto in tanto, dai barbari ai mafiosi, dagli invidiosi ai parassiti, ma Roma quando poi si spazientisce li scrolla di sella e torna a pascolare sul prato della pigrizia, indisturbatamente. Pure il papato ha ridotto in una porzione di terreno recinto! Roma resta signora e padrona della sua indolenza sdegnosa verso ogni bega trionfalistica, le basta farsi le sue gite al mare quando c’è il sole o su qualche colle da rudere all’aria aperta. Il resto non la riguarda: il tempo gli umani se lo trascorrano e se lo perdano come vogliono, lei lo dispone nell’interezza”.

    Quale immagine rappresenterebbe meglio oggi la sua Roma?

    “Il Gasometro oramai inutilizzato che sta vicino alla Garbatella, unico rione fuori mura, che segna il passare della modernità quanto un monumento”.

    Cosa le manca di più della “sua” Roma che vorrebbe resuscitare?

    “Le latterie, i bar di una volta, centro sociale casareccio, con le pareti maiolicate e la panna montata fresca la domenica con la cialda per mangiarla. Ma anche lo spirito di “quelle” domeniche che la gente banchettava col pollo arrosto e la romanella nel quartino “co l’amichi de famija” magari alle baracche sull’Aniene”.

    Mi vuole raccontare la rabbia per lo sgombero feroce di Piazza Indipendenza nell’agosto del 2017?

    “Più che rabbia un dolore da raccapriccio: fu uno sbattere in strada bambini, anziani, donne, uomini decorosi e indifesi, da un posto inutilizzato per anni, cioè abbandonato alla fatiscenza, tenuto bene proprio solo per avere un’abitazione. Fu un sabba di prepotenza inaccettabile, a cui si oppose la rassegnazione disperata di somali ed eritrei, profughi di altrettanti soprusi. Fu un pianto di vergogna il mio, appoggiata ad un albero, perché avveniva ed ero impotente, ed ero comunque una borghesuccia bianca che non poteva soprattutto assolversi per niente”. 

    Tra i tanti personaggi conosciuti e frequentati, Pierpaolo Pasolini e Alda Merini. “E come si fa” è la poesia che ha dedicato a Pasolini. “E come si fa a non pensarti”. Ci può raccontare del vostro rapporto?

    “Neanche tanto occasionale con entrambi, fortuitamente fruito come tutte le migliori occasioni che ho avuto vivendo di curiosità. Due persone etiche, ma entrambe con delle faide interiori come baratri. In Alda questa generò l’innocenza, in Pierpaolo causò la colpa. Eppure avevano la stessa natura spirituale da asceti, esseri nudi ed esposti come volatili in fuga dalle gabbie. Li hanno bersagliati pure sotto i miei occhi, li hanno traditi senza alcuna remora e dileggiati oltre ogni impudenza. Sono stati “la diversità” rifiutata perché riguardava identità e mente, che ciascuno invece camuffa di banalità spregevole, di pusillanime normalità. Li ho conosciuti perché li ho ascoltati, perché non mitizzo, riconosco però sempre l’autorevolezza di quelli con cui condivido la tavola, sennò preferisco la mia solitudine. E loro due erano e saranno certamente autorevoli, al di sopra del giudizio scontato che si usa per liquidare chi ci turba. Raccontarne porterebbe via la redazione di due volumi interi perché non furono anni trascorsi invano a cercare di crescere!”

    So della sua ammirazione per Papa Francesco. Qual è il suo rapporto con la religione?

    Sono cristiana e apprezzo anche la filosofia buddista, ma religiosa ben poco come canone di pratica. Ritengo che tutti dovrebbero coltivare la spiritualità in bilanciamento con la laicità. Sono cristiana, ho fede nella compassione come cambiamento del comportamento egoistico che danna la società. Francesco lo “amoro”, arrivo pure a fermarmi in chiesa davanti al crocefisso per chiedere forza per lui. Non sono più reverente al clero vaticano istituzionalizzato. Sarà perché provengo da un’epoca di incontri come Di Liegro, Bello, Gallo e Madre Teresa? Probabile….”

    La sua produzione è monumentale, scrive quotidianamente. E’ come fermare ogni emozione su tutto ciò che accade nella sua vita ma anche nella vita degli altri. E’ questo un mezzo per vivere meglio, per vivere bene?

    “Por vivere a mi manera”

    Una vita, la sua, che sembrano tante vite di tante persone diverse in una sola unica straordinaria città: Roma. Quanto è importante diversificarsi ed adeguarsi senza però mai perdere se stessi?

    Pierpaolo Pasolini mi aveva soprannominata “tre vite”. Io penso solo che mi viene spontaneo accettare quel che viene e andare avanti”

    “Non mi sono però depressa”, scrive parlando delle difficoltà della sua vita. Oggi ci si deprime per molto meno, per molto poco, per niente. Abbiamo perso il senso ed il valore della parola “difficile”? 

    Oggi avverto più l’accasciamento della fatica, non dovuta alla difficoltà, quanto al carico esuberante dell’eccesso, del superfluo”

    “C’è domani come giorno come altro opportuno possibile come quantità di tempo”. Trovo questo verso di “Colata di verde” molto delicato, un modo antico per dire che c’è il nuovo, il futuro, la speranza. Quanto è necessario soprattutto oggi guardare avanti?

    “Invece curiamoci di rallentare subito, perché cambiare comporterà un salto in lungo, slancio nelle gambe e spinta. Ci vuole metodo studiato per superare la gravità”

    “Figlia non riconosciuta di madre ignota”. Quanto ha significato questo aspetto della sua vita nella sua crescita, nel suo sviluppo e nella sua poetica?

    Fondatezza del perché leggo e scrivo e disegno. L’ignoto così non diventa ossessione”

    La consapevolezza di essere speciali per aver vissuto delle esperienze radicali, profonde quanto eterogenee, e avere continuato a camminare con questo bagaglio compressi verso terra” scrive di lei David Giacanelli. Lei è consapevole di essere un “essere” speciale?

    Particolare, sì, particolare quanto un albino o un uomo in kilt ad un concerto”

    Coraggiosa, impavida guerriera, con parecchie marce in più, ma non votata alla gloria ed alla fama. Per cosa vale la pena vivere Sig.ra Luigia?

    “Per esserci: meravigliosa opportunità vivere!”

    “Il suono dei versi ha un potere benefico”, per chi scrive e per chi legge. Quanto abbiamo ancora bisogno di scrivere e di leggere poesia?

    Data la brevità, la poesia sarà il linguaggio del futuro, svincolato dalla metrica e dai temi solo romantici”

    C’è chi dice e crede ancora che la poesia abbia il potere di salvarci. Perché è nella natura del poeta rimanere lontano dall’inferno dell’ignoranza e della meschinità. Lei ci crede?

    La poesia è angelica. Il poeta è soltanto un testimone attento, una piccola vedetta. Può sfracellarsi giù dal pinnacolo ad ogni folata di tentazione, vizio, colpa, peccato. Nessun uomo è santo, semmai può esercitare la beatitudine, ma è uomo”

    Mi vuole declamare uno dei versi più cari alla sua vita? 

    Ma davvero mi si chiede che attacchi “Le ceneri” di Gramsci? Tra l’altro le recito leggendole a mente, mai pronuncio quello che mi piace. Lo sacrificherei forzandolo all’impudicizia della prosa vocale e lo faccio al cimitero della Piramide”

    Alcuni suoi versi mi hanno riportato alla delicata profondità di Peppino Impastato: “I miei occhi giacciono in fondo al mare nel cuore delle alghe e dei coralli”. Vorrei concludere l’intervista con un suo pensiero su Peppino e su questi versi. Mi concede questo regalo? 

    “Dei bambini veri non diventeranno mai adulti, saranno vicini nei paesi, nelle merende di niente strofinate alle fette secche, avranno avuto per giochi soltanto le pietre aguzze sotto i piedi per correre. Peppino era un piccolo che seppe diventare grande, restando per la mano a sua mamma Felicia, che gli aveva insegnato il bello del nespolo, il canto del fringuello, tutto quello da avere finchè si può bere, finchè si può respirare, finchè il mare fa tuffare da una giornata libera. Quei bambini delle imprese da coraggiosi come bucanieri, sconfiggeranno vigliacchi serpi e loschi farabutti acquattati, avranno deciso, per vincere, dei massi lisci, podi da saltare a pieppari. Peppino era un mingherlino cui riuscì farsi gigante, andando alla ventura paurosa contro la criminale mafia che lo aveva minacciato di infamarlo, di ucciderlo, perché senza più sangue non sarebbe più cresciuto”.

    Ranzie Mensah, l’affascinante principessa del popolo Fanti del Ghana, è una raffinata interprete di musica gospel e soul dalla straordinaria capacità di coinvolgere ed emozionare il pubblico con la sua voce profonda, calda e sensuale.
    Nei suoi concerti musica, espressività corporea e danza si mescolano armoniosamente, sfiorando la pièce teatrale.
    Grazie all’intensità delle sue performance e alla sua forte presenza scenica, Ranzie ci avvolge in una miscela preziosa di suoni e parole dalle sfumature variopinte.

    Ciao Ranzie, quanto sono importanti le radici culturali per te?

    Le radici culturali hanno importanza per l’essere umano come le radici sono importanti per l’albero.
    L’albero ha bisogno delle radici per crescere ma deve anche spiegare i propri rami nella direzione opposta, verso il sole.
    Se l’albero dovesse “chiudersi” in se stesso, ovvero cercare di crescere nella stessa direzione delle sue radici, morirebbe.
    Nello stesso modo l’essere umano, pur riconoscendo le proprie radici, deve aprirsi all’altro, al mondo, all’intero universo, altrimenti la sua realtà si atrofizzerebbe e la sua cultura morirebbe.

    Tu hai condiviso il palco con Miriam Makeba che ha portato in giro per il mondo la storia delle sofferenze ed ingiustizie del vostro paese d’origine, che cosa ha rappresentato per te “Mama Africa”?

    Mama Africa” è stata il mio mentore.
    A parte la sua voce e la sua musica, ciò che rappresenta per me è la capacità e il coraggio di un artista di usare la sua arte per difendere i principi dell’uguaglianza e della giustizia anche a costo di sacrificare i vantaggi della propria carriera o della propria vita.
    Questo è ciò che ha fatto Miriam Makeba.
    E’ stata esiliata dal proprio paese per oltre 30 anni per la sua lotta contro l’apartheid, è stata dichiarata persona non gradita in diversi paesi del mondo per le sue dichiarazioni contro l’ingiustizia che regnava nel Sudafrica e la sua brillante carriera negli States è stata stroncata negli anni sessanta per la sua unione con il black panther Stokeley Carmichael.
    Miriam Makeba è morta sul palcoscenico a Castel Volturno cantando ancora una volta per la giustizia.
    Io vorrei seguire questo esempio nella mia vita di cantante.

    Durante la tua lunga carriera ti sei esibita in numerosi concerti in Africa, Europa e Nord America, qual è stato il live più emozionante?

    E’ veramente difficile dirlo perché sono stati molti i concerti emozionanti. Sicuramente ha significato molto per me cantare per i premi Nobel per la Pace all’auditorium di Santa Cecilia a Roma.
    La pace è un argomento che mi interessa particolarmente e ogni volta che sono chiamata a cantare per questo ideale mi sento onorata!

    Con la tua musica ed i tuoi progetti interculturali sei da sempre socialmente impegnata a diffondere messaggi di pace, ce ne vuoi parlare?

    Il mio stesso percorso di vita è stato interculturale.
    Sono nata nel Ghana. All’età di 5 anni siamo andati a vivere negli Stati Uniti e poi in Inghilterra per poi trasferirci in Zambia e poi in Uganda. Frequentavo scuole internazionali dove i miei compagni provenivano dai 5 continenti.
    Ho viaggiato in tanti paesi ed ho voluto dedicare la mia espressione artistica all’avvicinamento dei popoli perché oltre le differenze abbiamo tante cose in comune.
    Nelle scuole con i bambini da 3 a 12 anni presento progetti interculturali dove racconto l’Africa attraverso le fiabe, la danza, il canto, i proverbi, le ninna nanne perché queste espressioni sono comuni a tutti popoli e culture della terra.

    I bambini sono il nostro futuro ed è importante prepararli a questo intreccio di culture e di popoli che ormai è un processo inarrestabile.
    In una scuola materna ho chiesto ai bambini che mi guardavano con tanta curiosità: “Bambini, secondo voi, perché
    Ranzie è nera?”
    Una bambina di tre anni mi ha risposto: “Perché hai mangiato troppo cioccolato!”.
    Questa purezza, comune a tutti i bambini del mondo, è un patrimonio, un ispirazione costante per me!

    Nel luglio 2021 ho fondato La Melagrana, una Cooperativa sociale composta da mediatori interculturali e altri partner, di cui sono Presidente.
    L’obiettivo comune è quello di promuovere la dignità della persona al di là di ogni distinzione etnica, di colore, religione, cultura, lingua o status sociale, offrendo assistenza ai cittadini stranieri con servizi sociali, sanitari ed educativi e promuovendo la consapevolezza interculturale all’interno del tessuto sociale del nostro territorio.
    Le parole chiave sono: integrazione, inclusione, benessere e cooperazione.

    Quanto ritieni sia importante stimolare l’interesse dei giovani alla musica ai fini di una formazione culturale e spirituale?

    Frederick Nietzsche diceva “Senza musica, la vita sarebbe un errore”.
    Io dico che sarebbe un grave errore non introdurre la musica nell’educazione giovanile.
    Numerosi grandi filosofi e pensatori, da Einstein a Kennedy, hanno riconosciuto che la musica va oltre il semplice intrattenimento.
    Secondo la cultura africana, la musica eleva e purifica lo spirito, celebra la vita, è un ringraziamento per tutto ciò che abbiamo e ci permette di raccontare la nostra storia alle generazioni future.
    Eric Anderson dice: “E’ soltanto introducendo i giovani alla grandezza della letteratura, dell’arte drammatica e della musica e all’emozione della grande scienza che possiamo offrire loro tutte le potenzialità che sono dentro lo spirito umano e permettere loro di avere visioni e di sognare”

    Il fascino di un luogo influenza la rappresentazione, la nutre di contenuti e ne viene a sua volta impregnato, dove ti piacerebbe esibirti?

    Mi piacerebbe esibirmi all’Apollo Theater di Harlem perché è il tempio della musica dei neri che sono stati portati in America dall’Africa come schiavi, cantando le loro sofferenze e le loro speranze.
    E’ il tempio dei “negro spirituals”, del “gospel”, del “soul”, del “blues” e del “jazz”.
    Dice
    Paul Whiteman : “Il jazz è arrivato in America trecento anni fa in catene.”

    Paolo Conte è rimasto talmente affascinato dalla tua voce che ti ha fatto interpretare il suo brano “Don’t Break My Heart“, come è stato l’incontro con questo grande cantautore? C’è stata da subito una grande intesa tra noi. Io ero innamorata della sua musica e del suo stile inconfondibile.
    Dopo un suo concerto a Caracalla, é venuto a sentirmi all’anfiteatro di Asti, abbiamo cenato insieme e successivamente mi ha invitato a casa sua.
    Paolo Conte è un personaggio grande ed umile, con una profonda conoscenza e sensibilità per la musica.

    Ho nel cuore “Just a Dream”, uno dei tuoi preziosi album. Ci racconti come è nato ?

    Il CD “Just a Dream” è nato innanzitutto con un desiderio di fare una raccolta di alcune delle più belle canzoni del repertorio gospel.
    Il gospel è la musica della mia anima.
    Con il gospel mi spoglio di ogni cosa e esprimo quello che sono veramente: sono innamorata del divino, della trascendenza (ma con i piedi per terra). “Just a Dream” è anche il lavoro della maturità e attraverso questo lavoro lascio al mondo tutto ciò che desidero esprimere.

    Quale messaggio vorresti che fosse trasmesso attraverso la tua musica?

    Il grande filosofo e scrittore Leo Tolstoy diceva “La musica è la stenografia dell’emozione”.
    Attraverso la mia musica voglio soprattutto trasmettere l’emozione e la gioia della vita in tutte le sue sfaccettature.
    Vorrei essere al servizio degli altri quando canto, rimuovere i brutti pensieri, portare un briciolo di speranza, innalzare le anime, proporre un sorriso e avvicinare i popoli.
    Queste parole del
    Dr. Max Bendiner esprimono bene il concetto: “La musica potrebbe compiere la più grande di tutte le missioni: potrebbe essere il legame tra le nazioni, le razze … potrebbe unire ciò che è sconnesso e portare la pace a ciò che è ostile”.

    Progetti futuri?

    Ad agosto sarò in Canada, a Toronto per lo ‘Yensa Festival. A Celebration of Black Woman in Dance’, i cui principi guida sono la solidarietà, la sorellanza e l’eccellenza artistica.
    Home page – Yensa Festival
    Questa manifestazione, ideata e prodotta da mia figlia Lua Shayenne con la sua Dance Company, vuole dare risalto al talento e alla creatività delle artiste danzatrici e coreografe di colore che provengono da ogni parte del mondo.
    Sarà un susseguirsi di dibattiti, incontri, workshop e performance.
    Il tutto in una prospettiva femminile.

    https://youtu.be/uiVruv4kKBM

    “Il
    leone sulla giraffa”: Madre, giornalista, scrittrice, imprenditrice, Giovanna
    La Vecchia e le sue figlie inventano favole per costruire un piccolo angolo di
    paradiso

    Come
    nasce una favola?

    In
    molti modi ed ognuno di essi assume un significato straordinario quando il
    risultato è un dono prezioso per il lettore curioso in attesa del miracolo
    della narrazione.

    “Dunque, una madre e due figlie, che invece di fare quello che fanno tutte le persone comuni, ossia andare in libreria, comprarsi un libro di storie, leggerselo in santa pace, lo inventano e se lo scrivono in proprio. E l’idea non è affatto male, è quasi come farsi il pane in casa, che non è buono solo perché lo mangi, ma soprattutto perché lo lavori, e intanto che lo lavori chiacchieri, ridi, inventi forme fantasiose, intriganti, qualche volta spettegoli. Ecco, farsi il pane in casa dà soddisfazione perché fa l’effetto di una storia, e una storia, proprio come il pane fatto in casa, deve tenere vicini, insieme, chi la racconta e chi l’ascolta. Deve aiutare a ‘stare’, voce del verbo stare, il verbo migliore del mondo.

    (Scatto dell’Ospite)

    Le
    storie esistono proprio per questo, conta più lo stare della trama, e anche se
    non tutti sono d’accordo lo dico lo stesso, anzi lo ripeto con maggiore forza,
    un genitore che ‘sta’ conferisce energia e credibilità a qualsiasi racconto,
    trasformandolo in un atto educativo compiuto.

    Se
    non c’è nessuno che ‘sta’, tutte le storie sono inutili. Come accade oggi nella
    comunicazione virtuale, dove nessuno ‘sta’ ma tutti credono il contrario.”

    Domenico Barrilà.

    Il leone sulla giraffa (Antonio Stango Editore, pag. 100, euro 15) è la recente pubblicazione di Giovanna La Vecchia in collaborazione con le tre figlie Chiara, Maria ed Iris. La prefazione è di Domenico Barrilà, noto psicoterapeuta e analista adleriano, scrittore, da oltre trent’anni impegnato nell’attività clinica. Il libro è corredato da bellissime illustrazioni di Francesco Barbetti. Si tratta della prima pubblicazione di favole per bambini della scrittrice e giornalista Giovanna La Vecchia.

    Oltre
    vent’anni di giornalismo, diverse pubblicazioni di narrativa, poesia,
    saggistica, ha ricoperto il ruolo di capo ufficio stampa per importanti
    aziende, organismi, enti pubblici e privati in ambito nazionale. Come nasce “Il
    leone sulla giraffa”?

    “Nasce da una felice intuizione di una madre e le sue tre figlie, Chiara, Maria ed Iris. Per alcuni anni ho ideato ed organizzato presso le scuole elementari svizzere, dove vivo dal 2014, corsi di “inventastorie”, scrittura creativa, giornalismo, teatro e poesia. Mi sono accorta di come i bambini, soprattutto quelli più problematici, con vissuti anche molto difficili e complessi, riuscissero ad esprimere sentimenti positivi attraverso le parole e l’immaginazione. Erano percorsi attraverso i quali raggiungevano un equilibrio interiore molto profondo e duraturo. Accadevano dei piccoli miracoli e le espressioni di negatività, attraverso l’immaginazione, si trasformavano in personaggi o eventi grazie ai quali si poteva facilmente anche ipotizzare il loro disagio.

    (Copertina de “Il Leone sulla Giraffa”)

    Ma
    il libro nasce anche e soprattutto da una urgenza ed emergenza personale,
    quella di trasformare il dolore in guerrieri di pietra, clown, contadini,
    scolari, maggiordomi, giraffe e leoni, baroni, principesse, galline, topi e
    ghepardi. Personaggi strampalati, divertenti, buffi, che rappresentavano tutte
    le difficoltà, di volta in volta magicamente superate, che stava vivendo la mia
    famiglia. I momenti in cui io e le mie figlie eravamo insieme sdraiate sul
    prato a guardare il cielo o sul letto ad immaginare le stelle e la luna al
    posto di un soffitto, si trasformavano in viaggi straordinari, avevamo la
    libertà, che in realtà non ci era temporaneamente concessa, di essere dovunque
    volevamo e per tutto il tempo che desideravamo. La separazione dei genitori,
    vissuta con problematicità e drammaticità, per due bambine è qualcosa di terribile,
    a volte bisogna inventarsi un mostro, magari con sette teste che sputa fuoco e
    calpesta i fiori ad ogni suo passo, e magari un principe bellissimo su un
    cavallo alato che ferma il mostro e salva il castello, il re, la regina, la
    principessa e tutto il mondo. I figli impareranno che non ci sono sfide
    impossibili e che affrontare le difficoltà non sempre vuol dire soffrire, può
    significare crescere con la consapevolezza di come è realmente la vita, né
    bella, né brutta, semplicemente vita”.

    Sulla
    copertina, sotto al titolo, scrive “fiabe favolose per creature avventurose –
    otto storie consigliate dagli 8 ai 100 anni”, quindi in pratica è un libro per
    tutti?

    “I
    nostri personaggi raccontano vissuti di ogni tipo ed in ogni luogo, reale,
    immaginario, sogno. Ciò che accade alla gallina Teresina, al vecchio contadino,
    al principe Magrino, al leone, alla giraffa, al barone di Santandrè, al bambino
    dispettoso o alla principessa insonne in realtà è ciò che potrebbe accadere ad
    ognuno di noi a qualsiasi età. L’amore, la libertà, la malattia, i vizi ed i
    capricci, la solitudine, la prepotenza, l’arroganza e l’inganno fanno parte di
    tutti noi nei diversi momenti della nostra vita. Anche i luoghi rappresentati,
    la selva oscura, Benzo Benzo, la savana, Pirulì, Tvlandia, rappresentano a
    volte un punto di partenza altre un traguardo, un approdo, una salvezza. Ed
    ancora tutti i sentimenti che coinvolgono i personaggi, il coraggio, l’onestà,
    la fiducia, l’amore rassicurano il bambino sulla circostanza che, a volte gli
    adulti possono sbagliare ed anche tanto, possono perdersi, smarrirsi, anche
    sparire, ma nulla di tutto ciò è necessariamente “per sempre”. La parola
    “definitivamente”, mi disse un mio caro amico settantenne, non esiste, questo
    ai bambini può far paura, ma i miei personaggi interagiscono con ogni forma di
    sentimento ed emozione, e ne escono fuori sempre vincenti e forti”.

    Quindi
    con queste favole ha voluto in qualche modo affrontare il tema della
    separazione, della perdita, del cambiamento?

    “Una
    vicenda molto complessa ha visto me e le mie due figlie coinvolte in un
    distacco temporaneo ma molto doloroso. Brevi ma intensi gli incontri quotidiani
    durante i quali il tempo doveva essere necessariamente ‘impreziosito’ per
    lasciare impresse nel cuore e nella mente delle mie bambine la voce ed il
    calore di una madre piena d’amore. E cosa può esserci di più prezioso al mondo
    che il dono di una favola? Chiedevo alle mie figlie di ‘darmi i personaggi’,
    così le piccole coautrici iniziavano a scavare sempre più a fondo della loro
    curiosità, fantasia, immaginazione e magia. Mi chiedevano di ‘inventare una
    nuova storia con i loro protagonisti’ e così accadde il primo miracolo, senza
    affannosa ricerca o disperata volontà di stupire, abbiamo dato vita a qualcosa
    che ci terrà legate per sempre, e che le piccole ricorderanno anche da adulte,
    quando il peggio sarà passato ed il male, forse, speriamo, le avrà abbandonate
    lasciando spazio e rendendo eterno un sentimento forte e tenace. Non a caso il
    primo personaggio del libro è un guerriero con il cuore di pietra alla ricerca
    di un vero cuore pulsante che possa fargli provare il sentimento più bello del
    mondo, l’amore. Il nostro viaggio avventuroso è durato otto storie e, sempre
    non a caso, si è concluso con il felice coronamento di una bellissima e dolorosa
    storia d’amore. Nulla è un caso in questo libro, neppure le illustrazioni di
    Francesco Barbetti, che ha saputo cogliere il significato di questo lavoro con
    estrema sensibilità ed intensità, entrando a far parte anche lui, con grande
    garbo, di questa vicenda di cui, inconsapevolmente, ha rappresentato tutto il
    senso.  Lui non conosceva cosa stava
    accadendo nella vita reale”.

    Le
    favole sono state scritte tra il 2016 ed il 2017, ma sono state pubblicate solo
    a dicembre dello scorso anno. Ha volutamente atteso che Maria ed Iris fossero
    più grandi affinchè potessero vedere quelle storie come “favole per tutti i
    bambini” prendendo un po’ le distanze da quanto accaduto.

    “Esatto.
    Avevamo tutti bisogno di far trascorrere un tempo sufficiente per
    familiarizzare maggiormente con tutti i personaggi. Rileggerlo adesso è stata
    un’esperienza incredibile, tante cose sono cambiate, non mi riferisco agli
    eventi esterni. Siamo cresciute e abbiamo lasciato che anche Maria, Iris e
    Giovanna abitassero tra quelle pagine. C’è stato un distacco tra il prima ed il
    dopo e forse anche i personaggi delle otto storie sono cambiati nel frattempo.
    Lo sapremo nel seguito de “Il leone sulla giraffa” perché quello che abbiamo
    intenzione di fare è continuare a raccontare, nella prossima pubblicazione,
    cosa è accaduto agli stessi personaggi della prima edizione e credo che in
    quella occasione si aggiungeranno anche una mamma e due bambine che ne combineranno
    delle belle. Tutto è cambiato in questi anni, dalla scrittura alla
    pubblicazione del libro.

    Mentre inventavo queste favole con e per le mie
    figlie avevo i minuti contati, il tempo da trascorrere con loro era limitato e
    appena finita la storia se ne sarebbero andate via mano nella mano con il padre
    senza neppure rendersi conto di ciò che stava accadendo. Ed io raccontavo di
    principesse, leoni, baroni, bambini capricciosi e dispettosi, circensi.
    Ridevamo sdraiate nell’erba a guardare il cielo. Dentro di me ipotizzavo che
    una semplice folata di vento ci avrebbe potuto sollevare da terra per farci
    scomparire. Volevo andare lontano. Non mi accorgevo che in realtà eravamo già
    lontanissime, catapultate in quelle storie che ci hanno guarito e ci hanno
    salvate. “Il leone sulla giraffa” è la dimostrazione di come si possa
    descrivere il paradiso pur vivendo l’inferno, di come l’immaginazione, la
    creatività e la poesia siano i veri miracoli del nostro tempo, di ogni tempo.
    Le bombe esistono e distruggono ogni cosa, ma noi continuiamo a vivere il
    nostro sogno e ad urlare libertà”.

    Ci racconti delle sue tre figlie Chiara, Maria
    ed Iris, protagoniste fondamentali in questo volume. Tre personalità molto
    diverse eppure legate da un sentimento forte e profondo. Come le presenterebbe
    ai lettori le coautrici de “Il leone sulla giraffa”?

    “Posso descriverle con
    un breve racconto scritto poco prima della pubblicazione del libro, mentre
    riflettevo sulla ovvia frase “i figli sono tutti uguali”. Mi piace riproporlo
    in questa intervista.

    “Sono madre di tre figlie uniche.

    I figli sono tutti uguali. Non è vero, non è assolutamente vero. Lo diciamo noi genitori pensando di non deludere nessuno e convincendoci che sia la cosa giusta, eticamente corretta da dire. Mai bugia più grande ed inutile. I figli sono TUTTI figli unici e li amiamo in un modo completamente diverso, “problema” sconosciuto a chi ha un solo figlio. “Problema”…mi vien da ridere. Ricchezza, risorsa, bellezza, straordinaria sensazione di avere davanti tanti altri sé completamente diversi, unici, “pezzi” unici, con crepe, difetti e particolarità che ci rendono “miliardari” anche senza un soldo e senza un bel niente di niente. Le guardo tutte e tre, ogni volta che posso, me le guardo sempre più in profondità, arrivo fin dove posso e fin dove credo di poter arrivare, consapevole del fatto che c’è un universo infinito a me ancora sconosciuto, e grazie a Dio, mi ripeto incessantemente. Non voglio conoscere tutto, non voglio sapere tutto, non voglio vedere tutto. Mi piace da impazzire quando d’improvviso arriva qualcosa di completamente inaspettato e sorridendo mi dico “questo me lo sarei aspettato da Maria, non da te” oppure “somigli sempre di più a Chiara”, “non parlarmi come farebbe tuo padre!”. Sempre più spesso dico idiozie del genere, il più delle volte quando la rabbia si impossessa di me e mi trascina in vocabolari fin troppo ovvi e scontati ed allora sono loro che mi guardano come se non fossi io, ma mia madre o mia sorella, mai mio padre, purtroppo, la persona più equilibrata e pacata che io abbia mai conosciuto nell’universo.

    (Scatto di Iris)

    Ebbene sì, la figlia preferita è Iris. Lo ammetto, voglio essere onesta. La sua dolcezza è disarmante. Sconvolge il tempo e lo spazio, irrompe, travolge. Morbida e liscia come seta, calda come lana, rotonda come una perla, straordinaria nelle sue esternazioni. E’ la parte di me che non sono mai riuscita a far crescere, è quello che mi è sempre mancato per essere “perfetta”. Penso “E’ arrivata per farmi capire che con la calma e con il sorriso si può arrivare dovunque, anche lontanissimo, andata e ritorno”. Non esplode mai, rimane ferma, ferita, offesa e piena di dolore, si nasconde il viso tra le mani, per qualche istante, poi sposta le mani e sorride illuminando il pianeta di stelle. S’accende tutto ed un calore potente si diffonde tra le carni ed il sangue. Mi sento sciogliere, mi dissolvo, evaporo, svanisco da quel mio essere irruenta e prepotente e divento un angelo, mi spuntano due enormi ali e mi sollevo da terra. Lei lo sa l’effetto che produce e se la ride tra sé e sé, come se nulla fosse ed invece è tutto. Ha occhi immensi, di un colore imprecisato, indefinibile, che cambia con il tempo, con le svariate passioni che vive, con lo stato d’animo, con le parole, con i gesti, con i sapori del cibo e con gli orari del giorno e della notte. Comunica con le minuscole venature delle pupille, paralizza quando li sgrana, quegli occhi da aliena e li punta verso una qualsiasi direzione, si riconoscerebbe in mezzo a milioni di esseri pensanti, vien voglia di rapirla e di portarla su un altro pianeta per vedere l’effetto che potrebbe causare il suo esserci. Ha un pugno forte e grande, ma è quando arriva con la mano aperta che riesce ad essere sè stessa, con una sola carezza fa crescere prati di girasoli in mezzo al deserto.

    (Scatto dell’Ospite)

    Ebbene sì, la figlia preferita è Maria. Lo ammetto,
    voglio essere onesta. La sua creatività è disarmante. Sconvolge il tempo e lo
    spazio, irrompe, travolge. Quando la cerco per tutta casa per punirla o
    sgridarla o rimproverarla, lei appare “travestita”, una nuvola leggera, una
    piuma, un soffio di vento leggero e fresco, mille colori addosso come fosse il
    più perfetto tra tutti gli arcobaleni. Gesticola, si agita, balla, canta,
    scompigliata, scapigliata, scalmanata, scomposta. Mi punta gli occhioni giganti
    addosso e improvvisa uno show davanti al mio dito puntato. La sua camera è un
    accampamento, a volte ospita gli indiani d’America, altre indigeni africani,
    poi arrivano eserciti dalla Mongolia o geishe ammalianti bianche come
    porcellane. Lei arriva da Palenga, ne parla perfettamente la lingua
    incomprensibile, la notte viaggia, il giorno è assonnata e stanca, si nutre
    appena giusto per sopravvivere, tutto l’annoia, è al di sotto delle sue
    aspettative. Legge al mattino alle sei e mezza prima di andare a scuola, fa
    lunghe passeggiate da sola nei boschi, raccoglie sassi e legni e foglie. Ha un
    innato talento in tutto ciò che fa. E’ sorprendente. E’ bellissima quando in
    silenzio adagia il suo viso sulla mia spalla e si lascia baciare. E’ preziosa.
    Creatura misteriosa. Incomprensibile. Passa dal sorriso al pianto in un
    istante. Non se ne conosce il motivo e non è poi così importante conoscerlo. Si
    autoguarisce da ogni tipo di ferita. Si lascia amare ma ama con enorme
    difficoltà, perché amare è darsi completamente e per lei questo è difficile.

    Ebbene sì, la figlia preferita è Chiara. Lo ammetto,
    voglio essere onesta. La sua forza è disarmante. Sconvolge il tempo e lo
    spazio, irrompe, travolge. Impossibile starle dietro, impossibile anche
    camminarle di fianco, di lato, a destra, a sinistra, sotto, sopra. Guerriera
    disarmata, in giro per il mondo con valigia e computer. Se lo mangia questo
    stupido mondo insignificante. Se lo ingoia e lo risputa fuori migliorato.
    Coraggiosa come una tempesta. Furiosa e furibonda. Un fiume in piena senza
    rive, argini, approdi. Non si attracca al suo porto anche perché porto non ne
    ha e non ne vuole. Impaziente, insaziabile, incontentabile. Sufficiente a sè
    stessa. Si basta da sola. Si autogestisce. Si autodistrugge. Ma poi si rialza, si
    ricompone e ricomincia. Tutto da sola come fosse l’unica abitante di un pianeta
    abbandonato dagli esseri umani, un’apocalisse. Babilonia. “Mamma so io cosa
    devo fare”, la frase che ripete incessantemente come un mantra, se ne vuole
    convincere, in realtà sa bene che ha bisogno di me ed io di lei, gemelle
    diverse, ma incredibilmente uguali. Potente. Attila. Fa paura. Purtroppo anche
    a sè stessa. Si contorce frequentemente dal dolore per tutto quello che non
    riesce a sputare fuori perché teme di ferire, di far male, di sbagliare.

    Ho tre figlie uniche, sono madre di tre figlie uniche,
    raro caso al mondo. Mi sento la donna più ricca del pianeta e la più fortunata
    e la più completa. Anche loro dicono di avere una mamma unica, una sola. Raro
    caso al mondo. Siamo pezzi unici in attesa di un sogno gigante, di quelli che
    non durano una sola notte, ma una vita intera. Nel frattempo inventiamo fiabe:
    “Sai nascono cosi fiabe che vorrei dentro tutti i sogni miei e le racconterò
    per volare in paradisi che non ho. E non è facile restare senza più fate da
    rapire, e non è facile giocare se tu manchi”. Abbiamo imparato a giocare tutte
    insieme, sempre, per non farci più del male e per non farci fare più male da
    nessuno. Non è difficile il gioco che facciamo, semplicemente non ha regole,
    così, incredibilmente nessuno vince mai e nessuno perde mai”.

    Madre a 15 anni, in un sud di quasi quarant’anni fa,
    uno scandalo che la portò ad abbandonare la sua terra per trasferirsi a Roma
    dove ha vissuto per quasi trent’anni. E’ stato forse questo avvenimento a
    lasciare intatto ed immutato quel suo sguardo da bambina sul mondo?

    “Sicuramente quella esperienza ha fatto sì che sentissi dentro di me l’esigenza di recuperare quegli anni persi, quell’adolescenza bloccata, quello smarrimento e quella paura che andava prima o poi necessariamente guardata in faccia senza filtri.

    (Illustrazione da “Il Leone sulla Giraffa”)

    Ho affrontato la belva scrivendo il mio primo romanzo autobiografico “Le apparenze”, ho cercato di perdonare tutti, principalmente me stessa ed è nato in quel momento il bisogno di fare qualcosa per aiutare tutti i bambini ad affrontare i loro dolori più grandi. Perché a 15 anni ero una bambina, che vestiva con i maglioni di lana giganti ed i calzettoni al ginocchio. Quella subita fu una vera e propria violenza da parte di tutti, la società condannava una bambina e le dava anche un nome ben preciso e non proprio piacevole. Ma io non mi identificavo in quella etichetta piena di cattiveria e pregiudizio. Io mi sentivo come la gallina Teresina, la principessa insonne, il leone in fin di vita salvato dalla giraffa, il bambino dispettoso e capriccioso al primo giorno di scuola che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione, la gazzella spaventata, tutti i personaggi de “Il leone sulla giraffa” hanno qualcosa di quella ragazzina costretta a lasciare la sua città per evitare le maldicenze e per salvare la buona reputazione della famiglia. Ma non è stato certo solo quell’episodio a formare la donna che sono diventa

    (Illustrazione da “Il Leone sulla Giraffa”)

    ta. Quasi trent’anni fa ho perso mia sorella e l’anno dopo mio padre, i miei punti di riferimento più importanti. Poi un matrimonio approdato ad un divorzio disumano e disonesto. Il 10 febbraio di quest’anno, l’anniversario della morte di mia sorella Mariella, ho ripensato un po’ alla mia vita. Quasi trent’anni senza di lei.

    Stavo per addormentarmi, Maria, mia figlia,
    chiacchierava senza smettere un attimo. Ho guardato l’orologio. È apparso quel
    numero 10 che mi ha riportato alla memoria quella sera. Roma. Policlinico
    Umberto I. “Mi dispiace. Non ce l’ha fatta”. Fine della storia. Le solite
    spalle di un camice bianco che se ne va e ci lascia a digerire quel dolore
    inconcepibile, inaccettabile, ingiusto. E poi subito dopo aver visto il numero
    10 sul mio orologio ho guardato Maria che si era addormentata. Iris era nella
    sua stanza, dormiva anche lei. Chiara mi aveva scritto poco prima o poco dopo
    la mezzanotte subito prima di addormentarsi, per darmi la buonanotte. Continuavo
    a pensare a come risolvere ciò che sta accadendo. Il mio problema di sempre.
    Lui. Il padre delle mie figlie. E allora ho ripercorso in pochi secondi
    un’altra storia. Agosto 1984, avevo 15 anni e mezzo. Avevo partorito a Roma da
    un mese più precisamente il 3 giugno. Avevo lasciato mia figlia in ospedale,
    sulla sua cartella clinica la scritta
    ADOTTABILE. Ero tornata a casa mia a Crotone. Lo scandalo
    era stato evitato, ingenuamente pensavamo. Non era trascorso un solo istante in
    cui non avessi pensato a mia figlia Chiara Ileana Francesca, chiamata con i
    nomi delle tre infermiere presenti al parto. Il 14 agosto prendo la decisione
    di tornare a Roma per riprendere mia figlia. Mia madre decide di accompagnarmi.
    Partiamo troviamo una stanza vicino la stazione termini. Andiamo al tribunale
    per i minorenni ci dicono che occorre fare una causa e bisogna trovare un
    avvocato. Apriamo l’elenco telefonico a caso, il primo nome che appare, una
    cabina telefonica, l’appuntamento. Dopo pochi giorni l’udienza. C’è stato un
    errore. Prima del compimento dei 16 anni non si può scegliere se riconoscere o
    non riconoscere un figlio. Un errore commesso in ospedale. Mia figlia deve
    tornare da me. Dopo qualche ora rivedo Chiara e fino al 15 novembre rimango con
    lei a vivere in un istituto per ragazze madri a Monteverde. Avevo 15 anni e
    mezzo, mia figlia 2 mesi. Quando le luci dell’istituto si spegnevano la sera
    iniziavo a piangere e smettevo solo quando arrivavano le prime luci dell’alba.
    Ho vissuto così per tre mesi ma a me sembrarono 30 anni. C’erano le sbarre alle
    finestre. Una guardia al cancello per impedirci di scappare. Ragazze
    abbandonate dalla famiglia, con realtà di droga, prostituzione, violenza. Avevo
    15 anni e mezzo, mia figlia due mesi. E quella sera, il 10 febbraio di
    quest’anno, in quel  preciso istante in
    cui una figlia mi dormiva vicina, un’altra nella stanza di fianco ed un’altra
    ancora, quella del miracolo, mi aveva dedicato il suo ultimo pensiero prima di
    addormentarsi, dicevo a me stessa “Se ho superato tutto questo puoi tu uomo mettermi
    in difficoltà fino al punto di farmi crollare, soccombere, spezzarmi? E no,
    caro mio, hai fatto male i conti ed hai scelto la donna sbagliata per
    esercitare tutto il tuo potere distruttivo. Una madre che si è vista strappare
    sua figlia una volta ed è sopravvissuta, stai pur certo e sicuro, caro uomo,
    che sarà in grado di sopravvivere anche a te. Rincara pure la dose ed io di
    quella scena ne farò un tempio in cui pregare non un dio qualunque, ma il dio
    delle madri e dei figli, e non lo pregherò per me, ma per te, affinché abbia
    pietà e non ti faccia pagare un prezzo troppo alto per tutto il male che hai
    fatto, prezzo che tu di certo non saresti in grado di sopportare. Amen e così
    sia”. Da quel 3 giugno 1984 non ho mai smesso neppure per un giorno di pensare
    a come fare del bene a bambine e ragazze a cui è stato impedito finanche di
    sognare, non solo di sperare. Mi sono impegnata in battaglie gigantesche
    affinchè nessuno si arrogasse il diritto di mettere un’etichetta ad un essere
    umano, soprattutto se piccolo, indifeso e spaventato dagli eventi. Anche “Il
    leone sulla giraffa” è un piccolo contributo in tal senso. Se sono capace io,
    ancora oggi a 53 anni di inventare e raccontare favole, chiunque può farlo in
    qualunque condizione si trovi, anche sotto le bombe, sotto le dittature e sotto
    tiranni che non hanno nulla di essere umano ma somigliano sempre di più al
    mostro dalle sette teste di cui mi raccontava mio padre quando avevo appena
    pochi anni”.

    Il male che si riceve ed il dolore che si subisce possono trasformarci in
    qualcosa che non vorremo mai essere?

    “No, assolutamente no. Noi a casa abbiamo un nostro particolare modo di affrontare le “botte” che la vita ci ha dato, ci dà e ci continuerà a dare.

    (Illustrazione da “Il Leone sulla Giraffa”)

    Una botta? due chili di farina lievito olio e
    sale. Due botte? Raddoppiamo le quantità e di pane ne vengono fuori due. Tre
    botte? Triplichiamo tutto e la casa profuma di famiglia, figli, pasta, pane e
    torta di mele. E no, potremmo essere bestie, animali feroci, orchi, draghi
    maledetti, streghe e malvagi guerrieri avidi di conquiste, e invece sforniamo
    fiabe e pane e ne facciamo dono anche ai nemici, perché lo dobbiamo a noi
    stesse, non diventare mai come loro. Che poi chi lo sa, qualcuno trasformó i
    pani ed i pesci moltiplicandoli, può darsi che quel pane pieno d’amore in bocca
    ai peggiori demoni si trasformi in veleno e allora sarà ciò che deve essere, ma
    per noi rimarrà sempre il più grande gesto d’amore. Siamo fatte così e si illuda
    pure chi pensa di averla fatta franca. Non cerchiamo vendetta, noi gridiamo
    giustizia in questo ed in tutti i mondi possibili. Nulla può renderti ciò che
    tu non sei, nulla può tirar fuori da te ciò che tu non hai”.

    Domenico
    Barrilà è l’autore della prefazione de “Il leone sulla giraffa”, molto
    intuitivo il suo paragone tra le favole ‘fatte in casa’ dalle autrici ed
    il pane caldo e fragrante, accogliente e nutriente che ‘fa famiglia’
    sempre e comunque, ovunque in ogni casa ed in ogni angolo dell’universo.

    “L’incontro con Domenico Barrilà è stato
    illuminante, un uomo che da sempre si occupa del disagio giovanile, che ha
    scritto tantissimo dimostrando di conoscere molto bene i giovani, il contesto
    sociale con tutte le sue trasformazioni ed i suoi velocissimi cambiamenti. Uno
    psicoterapeuta attento e scrupoloso cui ho affidato le mie favole nella speranza
    che avesse tempo e voglia di leggerle e di commentarle insieme per lasciare un
    messaggio ai lettori. E’ stata una gioia grande quando mi ha inviato il suo
    scritto cogliendo straordinariamente ed esattamente la natura profonda di
    questo lavoro per me così importante. Non potrò mai smettere di ringraziarlo e
    di essergli riconoscente. Ogni sua espressione è pregna di significato. “Le
    storie che fabbricano, che si leggono tra di loro e poi ci raccontano, sono
    piene zeppe di “vecchia” umanità, quella che se muore siamo morti tutti. Non
    c’è una sola delle otto fiabe che non contenga un monito intelligente, privo di
    moralismo”, scrive Barrilà. E conclude “Ce n’è per tutti i gusti, ma solo per
    chi è disposto a credere che il futuro esiste solo se ci portiamo appresso il
    meglio del passato, compresa quell’innocenza che per tanti è diventata una
    zavorra invece è una solidissima zattera”. Straordinario”.

    Il libro è corredato da numerose colorate
    illustrazioni di Francesco Barbetti. Com’è nata questa solida collaborazione?

    “Conoscere Francesco è stato un altro miracolo
    di questo lavoro,
    io li chiamo così i
    momenti importanti, non un caso, perché il caso non esiste, esistono equilibri
    fatti di istanti irripetibili, di unioni di cuori e neppure è un caso che un
    padre abbia compreso così bene il messaggio d’amore di una madre, pur essendo
    all’epoca del nostro incontro, due perfetti sconosciuti, legati solo dalle
    fiabe scritte e da pubblicare.
    È esattamente
    ciò che avrei voluto. Grazie davvero ad un grande artista, oggi amico sincero e
    lavoratore instancabile. Le modifiche al lavoro originario di Francesco sono
    state minime, quasi inesistenti. Ha colto sin da subito esattamente ciò che
    avevo in mente, senza nessun tipo di difficoltà. Una intuizione ed una
    sensibilità incredibili accompagnate da una mano delicata e leggera. Le
    illustrazioni sono poesia pura. Il libro non sarebbe stato quello che è e non
    avrebbe rappresentato il messaggio che avevo deciso di trasmettere senza i suoi
    disegni bellissimi”.

    Alcune
    delle favole contenute nel libro sono state messe in scena con la
    partecipazione di sua figlia Chiara Stirpe, che ha collaborato anche nella
    stesura del volume. Sua figlia è un ingegnere presso una multinazionale, come è
    riuscita a coinvolgerla in questo progetto?

     “Chiara è un essere speciale, un elfo, una
    fata, uno gnomo, un folletto che mi ha sempre sostenuta in ogni folle idea ed
    iniziativa, spesso partecipandovi in prima persona, interprete dei miei
    racconti in veste di attrice drammatica o comica. Un piccolo gioiello nella mia
    vita, senza il quale non sempre avrei avuto modo di ‘brillare’ pur con spunti e
    pensieri ‘luccicanti’. Indimenticabile la sua interpretazione della gallina
    Teresina, vestita di piume, tacchi altissimi e spacco vertiginoso, una tra le
    più belle rappresentazioni teatrali dei miei scritti. Improvvisava davanti ad
    un pubblico,  bambini ed adulti,
    entusiasta e partecipe che non riusciva a trattenere le risate. E’ un po’ tutto
    fatto in casa questo lavoro, ma una casa davvero particolare, nessuno si è mai
    sottratto alle mie direttive, sono un capo esigente ed intransigente, mi viene
    concesso tutto perché agli artisti, si sa, non si può mai dire di no e non si
    possono porre limiti,  come ad un
    sonnambulo, se lo svegli mentre vaga per tutta la casa in preda al suo
    disturbo, le conseguenze sono imprevedibili, o come un funambulo, se lo distrai
    mentre esegue il suo esercizio con le sue regole ed il suo equilibrio, può
    accadere il peggio. Io sono una mamma a metà tra l’uno e l’altro. Ad ogni modo
    mi temono e questo serve a me ed a loro”.

    Incredibilmente queste favole sembrano
    cresciute irrigate da fiumi di lacrime e di risate. Sembra un miracolo in
    equilibrio perfetto.

    “Di risate ne abbiamo fatte tante, fino a
    sentirci male, fino quasi a non respirare. Ma io credo fermamente che ciò che
    ha contato di più sono state le lacrime.

    Potrei versare tutte le lacrime del mondo ma
    non basterebbe a raccontare questo bellissimo dolore che vivo per voler amare così
    tanto e a tutti i costi la vita, di cui, sono sincera nel dirlo, non cambierei
    neppure un giorno. Ci vuole poco per essere felici, ma occorre un grande cuore
    ed una coraggiosa fantasia per rimanere per sempre bambini”.

    “Ciò
    di cui sono convinto è che i parlamenti debbano riprendere in mano le redini
    del mondo e costringere la finanza a fare un bel passo indietro”.
    Ivan Grossi, una vita dedicata alla
    scienza, alla tecnologia ed al progresso, ci racconta cinquant’anni di storia
    italiana.

    Era il 2004, il mio giornale mi aveva
    inviata a Cortino, un comune abruzzese in provincia di Teramo di 609 abitanti,
    per seguire il progetto “Ecotourism: places ad traditions”, che aveva
    come obiettivo la diffusione e la valorizzazione del turismo ecologico e vedeva
    coinvolti 12 partners provenienti da Italia, Spagna, Germania, Croazia, Grecia,
    Cipro, Portogallo e Lituania. Un progetto molto interessante. Io seguivo
    solamente la parte italiana. In quella occasione il gruppo formato da diversi
    professionisti, giornalisti, ambientalisti, scienziati, letterati, artisti e
    agricoltori condivise tre giornate memorabili all’insegna delle tradizioni e
    del buon cibo, ma soprattutto di lunghe passeggiate “raccontate” da
    gente del luogo in cui tutto veniva vissuto con semplicità e profondo
    interesse. Mi ritrovai quasi tutto il tempo a dialogare con un uomo
    incredibilmente gentile, sensibile, carismatico ed affascinante di cui
    inizialmente ignoravo completamente il ruolo: era il direttore del progetto,
    Ivan Grossi.

    Laureato in fisica, consulente senior
    nel settore dell’innovazione tecnologica per diverse importanti società a
    livello internazionale, docente di comunicazione pubblica ed istituzionale,
    consulente del ministero degli affari esteri ambasciate d’Italia a Beirut e a Tirana, formatore di personale, coach,
    direttore generale presso la pubblica amministrazione, programmatore-analista e
    coordinatore, studioso presso l’università di Glasgow, Delaware (Usa), Belfast,
    autore di numerose pubblicazioni in diverse lingue e paesi, dal 2011 presidente
    dell’Associazione Amici dell’Osservatorio della Pro Civitate Christiana di
    Assisi.

    Amante del jazz e della poesia del Novecento
    italiano, della poesia arabo-musulmana, interessato alla saggistica, alla
    fantascienza, alla letteratura di viaggio, ai film d’autore, all’arte
    contemporanea e d’avanguardia.

    Le sue parole, nel corso degli anni,
    hanno sempre avuto un valore alto, durante conversazioni e scambi a distanza,
    mentre uno camminava in montagna e l’altro in riva al mare.

    In questo momento particolarmente
    delicato abbiamo apprezzato molto i suoi interventi e lo ringraziamo per
    l’intervista concessa che proponiamo, con grande piacere, ai nostri lettori.

    Nella nostra introduzione abbiamo
    tentato di sintetizzare un curriculum imponente. La sua esperienza in ambiti
    così tanto diversificati la rende un referente importante per fare il punto
    della situazione in questo momento storico arduo. Anni di difficoltà che ci
    impongono riflessioni profonde. Qual è il suo pensiero in proposito?

    “Concordo con il caratterizzare questi
    anni come anni difficili, anni in cui – grazie anche allo sviluppo tecnologico
    – i luoghi decisionali si sono lentamente ma inesorabilmente spostati da quelli
    “democratici” – i parlamenti, i consigli regionali e comunali – ai consigli di
    amministrazione di aziende private che ora non si riuniscono nemmeno più sul
    territorio su cui ricadranno le loro decisioni. Non è inverosimile immaginarsi
    un amministratore delegato a Chicago che decide delle sorti di centinaia o
    addirittura migliaia di lavoratori di una fabbrica, in provincia di Modena, che
    opera nel settore elettromedicale. Quanto appena citato mi fa ricordare che
    nella seconda metà dell’Ottocento uno scrittore portoghese, Eça de Queiroz, in
    una sua opera intitolata O Mandarim (Il Mandarino) si immaginava come avrebbe
    potuto comportarsi un portoghese se avesse avuto la possibilità, schiacciando
    un pulsante, di uccidere un mandarino cinese in cambio di un tangibile
    vantaggio in Portogallo: quella finzione letteraria è diventata oggi realtà e
    l’amministratore delegato di Chicago è il portoghese dell’opera di
    Eça de Queiroz, i lavoratori della
    fabbrica modenese sono i mandarini di oggi: sacrificabili per un vantaggio a
    Chicago. Tutto questo credo stia a testimoniare che le difficoltà attuali
    vengono da lontano e sono tutte figlie del modello economico di sviluppo che,
    soprattutto in Occidente, è stato adottato, modello che è responsabile anche
    dei cambiamenti climatici, come ha ricordato in una recentissima conferenza
    Emilio Padoa-Schioppa, dell’Università di Milano-Bicocca.

    Non ho ricette, soprattutto perché
    sono fermamente convinto del primato della politica sulla finanza e la
    tecnologia ed anche perché non sono un decisore politico. Ciò di cui sono
    convinto però è che i parlamenti debbano riprendere in mano le redini del mondo
    e costringere la finanza a fare un bel passo indietro. Per chiudere questa
    breve riflessione, credo che se dovessi, fra i tantissimi problemi che abbiano
    di fronte, individuarne uno ed uno solo non avrei dubbi: l’immigrazione, non
    certo per alzare muri o affondare barconi bensì per cercare, a livello globale,
    una soluzione che permetta ad ogni uomo e ad ogni donna di avere una vita
    dignitosa per sé e per i propri figli. Leggiamo di sofferenze indicibili cui
    sono sottoposti i migranti davanti alle quali l’unica cosa che mi viene in
    mente è il grido di Primo Levi: Se questo è un uomo!”

    Oltre cinquant’anni di attività
    professionale in ambiti differenti con uno sguardo scientifico. Com’è cambiato
    il mondo in questo lungo lasso di tempo?

    “L’unica cosa certa è che il mondo è cambiato molto non solo nelle cose ma soprattutto sono cambiate le persone, le scale di valori riconosciute e utilizzate. Posso tentare di sintetizzare cosa è cambiato nel mio mondo, nella sfera delle mie relazioni sociali, nei luoghi di lavoro che mi hanno ospitato: è pertanto una visione molto parziale di un cambiamento più ampio e più profondo che ha coinvolto l’intero mondo. Non avendo paura di tradire il fatto che ho la barba bianca, sono passato dall’uso a scuola della “cannetta” con il pennino (e i diversi tipi di pennino per i diversi tipi di tratto), che si intingeva nel calamaio alloggiato nel banco (che il personale della scuola riempiva ogni mattina) all’uso della Apple Pencil sul mio iPad mentre sto condividendo ciò che scrivo con un collega in quel momento molto lontano da me. La tecnologia mi ha salvato – almeno per ora – la vita aiutandomi a curare una malattia per la quale trent’anni fa la prognosi sarebbe stata assolutamente infausta.

    (Scatto dell’Ospite)

    Questi pochi esempi spero diano la dimensione di quanto la tecnologia, che ha tradotto in beni e servizi le conquiste scientifiche, sia progredita in un lasso di tempo assolutamente breve, soprattutto se comparata con quanto avvenuto nei secoli passati. Come mi chiede la gentile intervistatrice, per questo benessere abbiamo dovuto pagare un prezzo: la qualità dei rapporti umani e la progressiva perdita delle “radici” culturali. Non sono un laudator temporis acti. il lavoro che ho svolto è sempre stato all’insegna dell’innovazione, tuttavia si è voluto a tutti i costi – nella maggior parte delle situazioni – tagliare i ponti con le tradizioni, con gli stili di vita che caratterizzavano territori, comunità, gruppi sociali per tendere ad una omologazione almeno su scala continentale se non addirittura su scala planetaria. È in atto, ma non da ora, un processo di omologazione che se da un lato mi fa sentire a casa in qualunque città perché ritrovo gli stessi negozi, gli stessi cibi, gli stessi spettacoli dall’altro sento tutto questo estraneo perché costruito negli uffici marketing e non grazie al lento evolversi di un processo locale. Forse è chiaro ormai ai più che, come dice Stigliz, la globalizzazione così come è stata realizzata abbia favorito solo un ristrettissimo gruppo sociale e finanziario ed abbia penalizzato tutto il resto del mondo. Come risultato tangibile della trasformazione (in senso negativo) dei rapporti umani abbiamo di fronte ai nostri occhi il modo in cui viene gestito il problema delle migrazioni di massa (come vede – gentile intervistatrice – è un tema che ricordo spesso): fin dal momento in cui queste persone disperate lasciano la loro terra per puntare verso l’opulento Occidente, reso opulento da secoli di prelievo di risorse da quelle terre da cui provengono i migranti, inizia per loro un viaggio che non ho riserve a definire simile ai viaggi in treno per Treblinka. Confido nelle giovani generazioni per marcare un significativo cambio di rotta nel segno della solidarietà: da questo punto di vista, la mia generazione, quella del Sessantotto, ha mancato clamorosamente l’obiettivo”.

    Cos’è la paura?

    “La paura è una compagna di viaggio necessaria. La paura di non essere all’altezza del compito assegnato è la molla che mi spinge ad impegnarmi, a non sopravvalutarmi. Ho pagato a caro prezzo il non aver avuto paura nell’affrontare certe situazioni. Anche mentre rispondo a queste domande, postemi da una gentilissima ed apprezzata giornalista, la paura è seduta qui vicino a me e mi ricorda che ciò che sto per dire non sia scontato ma interessante, che l’ovvio è sempre pronto ad entrare in scena. E certe indecisioni nell’eloquio (che purtroppo il testo non potrà riportare) sono il tangibile segno della sua presenza. A volte mi assalgono paure irrazionali che coinvolgono persone a me molto molto care: fortunatamente sono molto sporadiche ed ho imparato a gestirle. Non ho paura di morire e di questo devo ringraziare la mia professoressa di lettere del liceo Giacomo Leopardi: “è funesto a chi nasce il dì natale” possiamo leggere nella splendida poesia dedicata al pastore dell’Asia. È il prezzo che dobbiamo pagare per vivere e sarei disposto a pagarlo cento volte in cambio di cento altre vite!”

    (Scatto dell’Ospite)

    Il tema di questo numero di
    Condivisione Democratica è l’apparenza. Quanto conta ciò che non si vede?

    “L’apparire ha molte valenze, sia
    positive che negative: anche il non apparire ha questa doppia valenza che
    dipende da come e perché la si usa.

    L’abito non fa il monaco, si è sempre
    detto, ma in tanti contesti – più attenti alla forma che alla sostanza,
    probabilmente perché non in grado di valutarne il merito – vestirsi in un certo
    modo, utilizzare un certo tipo di linguaggio fa la differenza. Come ho
    affermato in altre occasioni, se in forza di una crescita culturale a tutto
    tondo, il tendere ad un certo modello, ad un certo stile di vita, anche se si
    deve fare ancora della strada, ti suggerisce di cominciare a comportati “come
    se fossi già al traguardo”, quell’apparenza rappresenta la palestra in cui
    esercitarsi per impratichirsi di un ruolo cui si aspira. Se invece l’apparenza
    è solo una maschera per coprire vizi e animo cattivo allora il
    compito degli altri è togliere
    quel mantello. Specularmente, a volte un aspetto “dimesso”, al limite da
    sembrare ciò che non si è, può servire a mettere a suo agio l’interlocutore o
    valutarne le capacità a rapportarsi con persone meno attrezzate. Ho utilizzato
    quest’ultima tecnica più volte quando volevo capire quanto fosse preparato il
    mio interlocutore su un determinato argomento (di cui ritenevo di avere buone
    conoscenze). Mi fingevo un principiante, di poche letture su quel tema: dalla
    chiarezza con cui mi illustrava un certo tema potevo comprendere quanto chiara
    fosse per lui ciò che mi stava esponendo. E’ una tecnica che ritengo molto
    utile per farsi un’idea – in un tempo ragionevolmente breve – del livello di
    preparazione di una persona. Peraltro Churchill diceva che riesci a dire una
    cosa in modo chiaro solo se la conosci molto bene”.

    La scienza e la tecnologia hanno fatto
    passi da gigante. Qual è il prezzo che abbiamo dovuto pagare?

    “La mia è una risposta “di parte” avendo avuto una formazione molto legata alle discipline scientifiche per antonomasia: la fisica e la matematica sono per me le categorie con cui non solo comprendere la scienza ma il modo principale con cui leggere il mio quotidiano. Il Determinismo è un faro! È ciò che mi ha permesso di tenere ferma la barra nella bufera della pandemia dove si elevavano a leggi universali ciò che si era appreso su Facebook confondendo discipline deterministiche con quelle probabilistiche, facendo equivalere opinioni personali ad evidenze scientifiche.

    (Truccato da Nonno Gatto dall’adorata nipotina Cecilia – 5 anni)

    Una necessaria premessa, propedeutica
    all’analisi del prezzo che il consorzio umano ha dovuto pagare. Il progresso
    scientifico, da cui deriva quello tecnologico, ci ha permesso di mettere in
    soffitta l’ “ipse dixit” (chiunque si voglia individuare con ipse), ovvero la
    categoria che ha permesso di condannare Galileo Galilei; inoltre ci ha  costretto a non credere a ciò che ci viene
    detto ma a rispettare solo “le evidenze scientifiche”, il metodo galileiano in
    ultima analisi, consapevoli tuttavia che ogni passo in avanti nella conoscenza
    non sarà mai un passo definitivo e che potrà essere smentito,
    corretto o inglobato da un futuro
    passo in avanti. Si pensi alla legge della gravitazione universale di Newton e
    la relatività generale di Einstein, dove la seconda ha inglobato la prima.
    Sgombrato la strada dal macigno dell’ipse dixit e con in mano la bussola del
    metodo galileiano, si è potuto riprendere un cammino per tanti secoli ridotto
    ad una strettoia. Abbiamo dovuto accantonare tante illusioni, tante superstizioni,
    tante false verità che l’umanità si era costruita nel tempo: ora la Terra non è
    più al centro dell’universo, il grembo di una Donna non è più un semplice
    contenitore ma un co-attore nella creazione di una nuova vita, l’Uomo non è
    stato creato in un paradiso terrestre ma è il frutto di un’evoluzione che
    peraltro non lo aveva previsto, per citare il noto saggio di Telmo Pievani.
    Certo abbiamo dovuto ammettere che il miraggio fosse solo un fenomeno ottico
    che la fisica spiega perfettamente; abbiamo dovuto accettare che i vaccini
    abbiano più efficacia del decotto della nonna, anche se non sempre sortiscono
    l’effetto desiderato (la medicina è una disciplina probabilistica non
    deterministica!)  e consolarci con il
    fatto che quelli salvati sono molti, molti di più di quelli cui il vaccino ha
    nuociuto. Per farmi capire: se lascio cadere un sasso, qualunque sia la sua
    forma o il
    suo peso, esso cadrà sempre a terra e con la stessa
    accelerazione grazie alla forza di gravità, quando invece somministro un
    farmaco, anche se è passato al vaglio di tutti i protocolli di sperimentazione
    fin qui noti, avrò un’alta probabilità che sortisca l’effetto desiderato (la
    guarigione di una certa patologia) non la certezza.

    In ultima analisi, il prezzo che
    abbiamo dovuto pagare alla scienza è la perdita di una lettura semplificata (a
    volte addirittura semplicistica) del mondo che tuttavia ci viene restituito
    sotto la forma di una aumentata capacità di saper leggere la Natura.

    Diverso discorso è per le tecnologie.
    Il benessere di cui soprattutto il mondo occidentale gode è merito delle
    innovazioni tecnologiche: la plastica ad esempio ha permesso di realizzare
    oggetti utili a costi molto bassi: dalla semplice terrina per l’insalata al
    bypass cardiaco, passando per i paraurti di un’auto, per la tastiera del
    computer. Tutto molto bello, comodo, a basso costo se …. in mezzo all’oceano
    Pacifico (Great Pacific Garbage Patch) non si fosse formata un’isola di rifiuti
    di plastica ampia come la Spagna (alcuni dicono come gli Stati Uniti). Ci si
    chiede: la compromissione della vita degli oceani vale la comodità di una
    terrina per l’insalata? Credo che i lettori di questa interessante rivista
    digitale (Condivisione Democratica) siano anche frequentatori dei social media:
    io li uso molto sia per informarmi sia per tenere i contatti sia ancora per
    divertimento. È davvero bello poter interagire con immediatezza anche con chi
    sta dall’altra parte del mondo, è molto utile avere informazioni di prima mano,
    è molto comodo potersi fare aiutare nella ricerca di un ristorante o di un
    prodotto ed un istante dopo prenotare (avendo anche uno sconto) o ordinarlo ed
    il giorno dopo averlo a casa. Come avrà facilmente compreso vivo appieno il mio
    tempo (in altri contesti si sarebbe usata la locuzione “è uomo del suo tempo”).
    Tutte queste comodità hanno però un costo molto alto per ciascuno di noi che
    navighiamo grazie ad un browser (uso prevalentemente Safari), utilizziamo un
    motore di ricerca (uso Google, peraltro ho tenuto tanti seminari sui motori di
    ricerca), teniamo i contatti con i social (uso molto Facebook e Instagram,
    abbastanza Twitter e Telegram e ormai l’indispensabile WhatsApp) però pagando
    il prezzo che tutto ciò che caratterizza la mia presenza sulla rete è diventato
    di proprietà dei grandi player della rete (Google, Facebook, ecc.) che
    utilizzano i miei dati per fare business. I miei interessi, i mei gusti
    interessano chi produce beni o servizi in grado di incontrali o soddisfarli; le
    mie convinzioni politiche interessano le organizzazioni politiche ma anche la
    polizia (per non parlare dei servizi di intelligence); i miei orientamenti
    sessuali o religiosi possono interessare un datore di lavoro o un gruppo
    sociale. La mia immagine può essere utilizzata, insieme a migliaia e migliaia
    di altre, per costruire un archivio con cui istruire un algoritmo di
    riconoscimento facciale; oppure la mia immagine essere scelta da un altro
    algoritmo fra i probabili responsabili di un certo fatto criminoso perché l’identikit
    fornito all’algoritmo lo rimanda alla mia immagine; oppure le ormai ubique
    telecamere davanti cui transito spostandomi semplicemente da un punto all’altro
    della città permettono ai gestori di quelle telecamere di ricostruire i miei
    spostamenti, in modo analogo a ciò che può fare il gestore della SIM del nostro
    smartphone che sa in ogni istante dove siamo ed a che velocità ci spostiamo. In
    sintesi, paghiamo tutto ciò in termini di compressione delle
    libertà individuali. Il mio
    maestro mi ammoniva sempre: comincia a
    preoccuparti seriamente quando ti
    renderai conto che non potrai più metterti le dita nel naso senza che nessuna
    ti veda. Siamo giunti purtroppo a questo punto.

    D’altra parte chi sarebbe disposto a
    ritornare al solo telefono a gettoni, allo scambio epistolare per dare ed avere
    notizia? L’importante è non lasciare tutte queste informazioni nelle mani dei
    consigli di amministrazione di imprese private senza aver varato norme
    stringenti che ne regolino l’acquisizione e la conservazione. Ritorno al
    problema del ruolo centrale dei parlamenti che dovrebbero urgentemente normare
    questo settore, con norme sia a livello nazionale sia sovranazionale. Come ben
    sappiamo in Internet non esiste la dimensione spaziale – ogni web è lì a
    portata di un click – e questo costringe ad avere una normativa sovranazionale
    oltre ad una nazionale. Come si può ben comprendere stiamo pagando un prezzo
    molto salato per potere fruire dei servizi di una società digitale.

    Se il mondo digitale è così “costoso”,
    altri settori tecnologici sono meno voraci. Penso ad esempio all’aumentata
    sicurezza nei trasporti (le auto sono sempre più sicure), alle macchine
    salvavita (come quelle per la dialisi o i pacemaker) che sono sempre più
    affidabili ed efficienti, alle protesi sono sempre più sofisticate per citar
    solo alcune applicazioni della tecnologia delle quali non potremmo fare a meno.
    Credo che si possa convenire che se arriveremo in breve tempo ad una normativa
    sulla gestione delle informazioni personali il bilancio dell’uso delle
    tecnologie possa essere certamente positivo senza alcuna riserva. D’altra parte
    chi sarebbe disposto a tornare al calesse, alla candela, al decotto di lino?”.

    Nel 1970 si laureava in fisica presso
    l’Università di Bologna con una tesi sperimentale svolta presso l’Istituto
    Nazionale di fisica nucleare
    .
    Cosa significava essere uno scienziato allora quando tutto sembrava ancora
    da scoprire ed il futuro appariva come qualcosa da costruire per un mondo
    migliore e possibile?

    “Sono approdato all’università solo pochi anni prima che scoppiasse il Sessantotto e la facoltà che frequentavo fu uno dei centri di quel movimento mosso dall’utopia di rivoluzionare il mondo. Allora ci si credeva, si leggeva la scienza prevalentemente in chiave sociale e di classe. Come lei certamente saprà il filosofo di riferimento era Herbert Marcuse e L’uomo ad una dimensione il verbo a cui attingere, la scienza doveva essere strappata dalle mani “del capitale e dei padroni” ed essere messa a disposizione delle masse proletarie e degli operai.

    (Bologna – Scatto dell’Ospite)

    Parole d’ordine che allora avvolgevano e convincevano ma che oggi, a più di 50 anni di distanza, stento francamente a comprenderne la reale valenza e soprattutto il vero obiettivo. Di allora ricordo la passione per i passi da gigante compiuti dalla fisica nei 50 anni precedenti: dalla relatività alla meccanica quantistica, dalla fisica nucleare all’uomo sulla Luna. Erano la conferma che la fisica ed anche la matematica permettevano di leggere correttamente il mondo e che tutto ciò avrebbe reso il mondo migliore. Non avevo fatto i conti, non avevamo fatto i conti, allora con gli altri attori sociali, oltre gli scienziati. Infatti ero ancora all’università quando scoppiò la bomba alla filiale della banca nazionale dell’agricoltura in piazza fontana a Milano; già lavoravo al Centro interuniversitario CINECA quando cominciarono ad apparire le prime stelle a cinque punte inscritte in un cerchio (il simbolo delle Brigate Rosse), quando fu rapito Aldo Moro e quando scoppiò la bomba alla stazione di Bologna. In un simile contesto sociale le utopie o anche semplicemente le aspirazioni personali e collettive passano in secondo piano perché è in pericolo il bene primo: la democrazia. Ho dovuto attendere gli anni Ottanta per riprendere a “sognare” un mondo migliore grazie alla scienza e alla tecnologia e ciò è successo quando fui chiamato ad unirmi al gruppo di lavoro che avrebbe dovuto assistere il ministro (meglio la ministra) della pubblica istruzione di allora a redigere e tradurre in pratica le linee guida del Piano nazionale informatica per le scuole medie superiori. Gli anni del progetto furono l’occasione per adottare soluzioni innovative, per formare una classe di docenti più preparata (ebbi la responsabilità di organizzare la formazione complessivamente circa 6.000 docenti). Furono anni in cui sperammo che una scuola più in linea con i tempi potesse garantire agli studenti di allora un futuro meno difficile: non potevamo immaginare che dieci anni dopo sarebbero arrivati ministri della pubblica istruzione che invece di aiutare la scuola pubblica a migliorarsi ancora avrebbero adottato provvedimenti che la avrebbero fortemente penalizzata a vantaggio della scuola privata. Per fortuna quegli anni Novanta videro l’uscita di Internet dai laboratori di ricerca (al Centro presso cui ero cominciammo ad utilizzare Internet nel 1986) e raggiungere il grande pubblico. Fu quella l’occasione per far conoscere questa tecnologia ai decisori nazionali e locali e dar vita alle prime reti civiche. Fui coinvolto fin dal suo concepimento alla progettazione e alla realizzazione della rete civica Iperbole (vinse il premio europeo della Bangemann Challenge) e l’utopia (in parte realizzata) di portare il Cittadino all’interno delle istituzioni e in grado di interagire con esse in tempo reale. Erano le basi per quella democrazia diretta che tanto mi interessa e che sarebbe stata di stimolo per quella rappresentativa. Il modello Iperbole (acronimo di Internet per Bologna e l’Emilia-Romagna) lo esportai in tante altre città dell’Emilia-Romagna e in altre regioni italiane. La tecnologia più recente veniva portata nelle case dei Cittadini e avrebbe dato loro la possibilità di far sentire la propria voce. Forse una delle utopie sessantottine concretizzata?”.

    I temi legati all’ecologia sono stati
    sempre a lei molto cari. Gli esiti però non sembrano essere stati quelli che
    tutti si auguravano, cosa è andato storto? C’è ancora la speranza di poter fare
    qualcosa di buono, giusto, sano e corretto?

    “Il tema mi è sinceramente caro anche
    se, come lei ben sa, non sono un esperto. Le opinioni che mi sono fatto sono il
    frutto di letture (buone) e di ottime conferenze come quella di sabato scorso
    di Bruno Carli, accademico dei Lincei, cui ho assistito. Lei mi chiede cosa sia
    andato storto: la risposta non può che essere al plurale, vale a dire che il
    comportamento di ognuno di noi ha contribuito a far ammalare il nostro pianeta.
    Certo con responsabilità affatto diverse fra un presidente del Consiglio e chi
    scrive, ad esempio, ma con la consapevolezza che è sul modello di sviluppo che
    occorre intervenire in primis. Scrive infatti il prof. Carli in un articolo del
    2020:

    <<Come risultato della crescita della popolazione e dell’aumento dei
    consumi, la domanda di energia e risorse è cresciuta talmente che tutte le
    evidenze scientifiche mostrano che ci stiamo scontrando con i limiti
    fondamentali del pianeta.
    >>, ed ancora sempre Carli in un saggio del
    2017 edito da il Mulino: <<La scienza ci dice che è in corso un
    cambiamento climatico, che questo è causato dall’uomo, che in futuro alcune
    risorse e alcune regioni del pianeta potrebbero non essere più utilizzabili nei
    modi in cui siamo abituati e che per arrestare questo processo occorrono
    interventi drastici […]. Se e come agire sulla base di queste conoscenze è ora
    una scelta politica che riguarda la strategia con cui vogliamo gestire il
    futuro nostro e del pianeta
    >>. Da ciò che ho letto ed ascoltato
    non esiste una soluzione: occorre trovare il concerto fra le diverse soluzioni
    ognuna delle quali ne ottimizza l’applicazione, tenendo conto anche di fattori
    specifici. L’unica cosa certa è che occorre fare presto, molto presto e bisogna
    farlo tutti assieme: non è sufficiente – anche se utile – che solo una parte di
    noi diventi virtuosa, occorre che lo si diventi tutti. L’anidride carbonica
    emessa in aria in Italia contribuisce al problema del riscaldamento e non solo
    dell’Italia ma dell’intero globo. Occorre puntare, sottolineava Bruno Carli,
    sulle energie rinnovabili, sull’efficientamento energetico, sul passaggio
    all’elettrico abbandonando l’uso dei combustibili fossili”.

    Non sempre la scienza è stata legata a
    progetti autonomi ed indipendenti, spesso si è arresa al servizio di interessi
    economici molto importanti che in qualche modo l’hanno indirizzata verso
    obiettivi pilotati e commissionati. Chi può e deve difendere la scienza da
    percorsi fuorvianti e dannosi?

    “Certamente l’episodio più importante
    di indirizzamento della scienza verso obiettivi discutibili è individuabile nel
    progetto Manhattan, vale a dire la realizzazione della prima bomba atomica e la
    conseguente distruzione di Hiroshima e Nagasaki, che ha visto la partecipazione
    dei più preparati fisici e matematici allora esistenti. Per inciso ricordo che
    un ruolo fondamentale in quel progetto fu ricoperto da Enrico Fermi cui è
    dedicato l’istituto di fisica dell’Università dell’Illinois e un grande
    laboratorio di ricerca, il FermiLab, entrambi negli USA. Da quell’esperienza,
    certamente fondamentale dal punto di vista scientifico, Fermi trasse un
    insegnamento che fu poi recepito nello statuto del Centro Europeo di Ricerche
    Nucleari (CERN) di Ginevra: un centro di ricerca accademico non può essere
    utilizzato per ricerche coperte da segreto militare. Fu questo il testamento
    che Fermi, morì infatti pochi mesi dopo, consegnò ad Edoardo Amaldi, incaricato
    di redigere lo statuto del costituendo CERN. Alla sua domanda rispondo quindi:
    gli scienziati e solo loro devono decidere verso dove orientare la loro
    ricerca, almeno per quella parte della ricerca che viene detta di base, vale a
    dire che studia le parti fondanti dell’universo in cui viviamo. Questa ricerca
    deve essere finanziata senza condizionamenti se non quelli insiti nei metodi
    stessi che la comunità scientifica si dà, vale a dire che i risultati devono
    essere riconosciuti tali anche dagli altri scienziati. Se poi un governo o una
    società privata vogliono che si esplorino ad esempio le potenzialità e i campi
    di impiego di un nuovo materiale, che si cerchino farmaci per curare una certa
    malattia ecco tutto questo attiene alla trasformazione dei risultati
    scientifici in applicazioni tecniche ed industriali. Resta evidentemente il
    grande problema degli aspetti etici: se lo studio dell’atomo non ne pone, ne
    pone tantissimi lo studio e la manipolazione delle cellule. Non mi trova
    d’accordo che in alcuni settori di ricerca un comitato (ad esempio quello
    bioetico), formato anche da rappresentanti di confessioni religiose, o ad esse
    riferentisi, possano mettere il veto su una proposta di ricerca. Come vede,
    gentile sig.ra La Vecchia, pur essendo credente sono molto laico, una laicità
    corroborata anche da importanti letture come il saggio di Peter Harrison
    The Territories of science and
    religion
    ”.

    E’ giusto credere in una scienza ed in
    un progresso tecnologico ad ogni costo?

    “L’unica cosa che deve essere fatta ad ogni costo è ciò che può impedire qualcosa di irreparabile. La scienza e la tecnologia sono entità, mi passi questo termine, che per loro natura non possono essere cristallizzate. Si possono rallentare ma mai fermare o far regredire per la semplice ragione che la scienza nasce ed abita la mente dell’uomo. Pensi che Newton formulò la teoria corpuscolare della luce mentre era confinato in campagna a causa di una epidemia e aveva con sé solo carta e penna. Il raggio di luce che, entrando da un foro della finestra, disegna sulla parte opposta un “arcobaleno” lo spinge a indagare sulla natura della luce. Quali gli strumenti a disposizione? Una giornata di sole, un forellino in una finestra socchiusa, una stanza in penombra e la straordinaria mente di uno dei più grandi scienziati di sempre. Questo improbabile mix è il responsabile di uno dei più importanti risultati della fisica contemporanea; coinvolto nel calcolo delle traiettorie delle mitragliatrici della contraerea, a John von Neumann, forte anche di esempi precedenti (ad esempio Babbage, Zuse), fa sul foglio di un bloc-notes uno schizzo che alla stazione di Filadelfia (siamo all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale) mostra al direttore dei laboratori di calcolo di Aberdeen dell’esercito americano. Quello schizzo è lo schema funzionale di tutti i computer che dal 1943 in poi sono stati utilizzati, anche quello che il lettore sta utilizzando nel momento in cui legge questo articolo. Come vede la scienza non è imbrigliatile. Ci possono essere momenti in cui ingenti fondi vuoi pubblici vuoi privati possono essere resi disponibili per un certo settore di ricerca. Di norma questi settori coincidono con la presa di coscienza dell’esistenza di un importante problema (la necessità di abbandonare i combustibili fossili, ad esempio): la spinta ad impegnarsi “ad ogni costo” su questi temi ha alle spalle una motivazione condivisibile e spesso urgente. Quello che occorre assolutamente evitare è che il dirottamento di cospicue risorse finanziarie su questi temi urgenti impediscano agli altri settori di continuare il loro lavoro. Purtroppo non sempre c’è la sensibilità, da parte dei decisori politici, ad operare per non penalizzare nessuno”.

    Nel 1997 è ideatore del progetto TECA
    della Pro Civitate Christiana di Assisi per l’informatizzazione del museo e la
    digitalizzazione dei beni culturali ivi contenuti. Ci parli di questa
    importante iniziativa. Come nasce l’idea?

    “Nel lontano 1997, in aprile, alcuni professionisti di Faenza (che erano in contatto con la Pro Civitate Christiana, detta anche Cittadella di Assisi) vennero al Cineca per propormi di progettare la digitalizzazione del museo della Cittadella. Dagli inizi degli anni ’90 al Cineca mi occupavo anche di Digital Cultural Heritage e pertanto l’invito fu prontamente accettato. In quel periodo, ero impegnato in un importante progetto (detto NUME), in collaborazione con l’Università di Bologna, che aveva l’obiettivo di ricreare in 3D la Bologna medievale con la possibilità di vederne le trasformazioni nel tempo. Quel progetto mi permise di familiarizzare con le tecnologie più all’avanguardia (il progetto fu presentato ad un convegno negli USA) rivolte all’acquisizione e all’elaborazione di immagini in ambito culturale.

    (Una sala del Museo – Scatto dell’Ospite)

    Dopo una serie di sopralluoghi in
    Assisi, scrissi un progetto, dedicato all’informatizzazione del museo (che
    battezzai TECA – Testimonianze Ecumeniche alla Cittadella di Assisi) che
    presentai al MiBAC e che fu finanziato per intero: 1500 milioni di lire. Il
    progetto TECA fu realizzato fra il 2001 e il 2003 ed io ne fui il project
    manager. Il progetto TECA ebbe un’immediata ricaduta anche sulla biblioteca del
    Sacro Convento di Assisi, in cui sono conservati tra l’altro i manoscritti di
    san Francesco, perché appena si seppe che stavo lavorando per la Cittadella fui
    contattato per scrivere un progetto per digitalizzare gli antichi manoscritti
    conservati in quella biblioteca. Fu una vera emozione poter prendere in mano
    (dopo aver indossato un paio di guanti) i manoscritti del Poverello di Assisi.

    Tornando
    al progetto TECA, i suoi frutti possono essere così sintetizzarli:

    1. Digitalizzazione di 2681 opere della
      Galleria, pari al 65,9% delle opere conservate, e rendere accessibili i
      corrispondenti oggetti digitali via Internet;
    2. Protezione gli oggetti digitali con la
      tecnologia del watermarking (filigrana digitale);
    3. Creazione del catalogo on-line (OPAC)
      di 1535 opere, pari al 37,7% dell’intera collezione della Galleria, e renderlo
      accessibile via internet;
    4. Creazione del catalogo on-line (OPAC)
      di 35.002 volumi (pari al 50% del patrimonio conservato) e renderlo accessibile
      via internet;
    5. Digitalizzazione dell’intero fondo
      antico delle Cinquecentine, 17 volumi per complessive 8098 pagine, proteggerle
      con la tecnica del watermarking e renderle accessibili integralmente via internet;
      due di esse sono state trasposte anche in formato full-text;
    6. Creazione del catalogo on-line (OPAC)
      delle opere della Fonoteca registrate su supporto vinilico e renderlo
      accessibile via Internet. Sono state catalogate 6207 opere per complessivi 8150
      supporti;
    7. Conversione analogico-digitale dei
      dischi di maggior interesse e/o in precario stato di conservazione pari a circa
      140 ore di ascolto;
    8. Restauro digitale dei brani musicali
      compromessi da supporti in precario stato di conservazione;
    9. Creazione del portale attraverso cui
      accedere agli archivi, effettuare delle visite virtuali, avere informazioni
      sulle mostre, i seminari e le altre iniziative culturali, acquistare poster,
      riproduzioni, aderire all’Associazione “Amici dell’Osservatorio – ONLUS” [ora
      “Amici dell’Osservatorio della Pro Civitate Christiana Organizzazione di
      Volontariato (ODV)”]

    Tutto questo 20 anni fa”.

    Perché l’interesse per Assisi?

    “Ero stato in Cittadella per un
    convegno nel dicembre del 1971 ma lo consideravo un episodio che non avrebbe
    avuto un seguito. Furono le tante visite propedeutiche alla scrittura del
    progetto TECA a farmi prima conoscere quella realtà e poi legarmi con un affetto
    straordinario ai volontari laici che la gestiscono. Furono le persone con cui
    interagii, purtroppo molte di loro non ci sono più, che con la loro cultura,
    umanità e gentilezza mi accolsero subito come uno di loro. La “magia” che
    ancora pervade la Cittadella è quella di far sentire a proprio agio chiunque:
    dal credente all’ateo, dal conservatore al progressista, dall’uomo della strada
    al docente universitario. Nel corso degli anni (fu fondata nel 1939) tutti i
    grandi della cultura, delle arti figurative, del cinema e del teatro, della
    musica e della politica italiana si sono fermati in Cittadella lasciando
    preziose testimonianze in convegni e congressi, oltre a scritti e interviste.
    Si sono fermati in Cittadella ad esempio Rossellini, Vlad, Pasolini, Luzi, De
    Chirico, Moro ed anche papa Giovanni XXIII, amico fraterno del fondatore della
    Pro Civitate don Giovanni Rossi. Ho quindi iniziato ad affezionarmi a questa
    abbazia laica attraverso le opere d’arte conservate nella Galleria d’arte
    contemporanea (curata con abnegazione da Anna Nabot), che ospita capolavori del
    secondo Novecento italiano, con qualche eccezione come l’americano William
    Congdon, che per tanti anni frequentò la Cittadella, dopo essersi trasferito da
    Venezia ad Assisi. Un museo che sorprenderà per la ricchezza e singolarità
    delle opere ospitate, un numero importante delle quali appartiene alla
    collezione di Gesù lavoratore, opere in cui viene reso omaggio ai lavoratori,
    dal muratore al carpentiere, al fabbro attraverso la figura del Cristo”.

    Qual è attualmente la situazione
    dell’associazione e quali sono i progetti e le iniziative future?

    “Come tutte le associazioni di
    volontariato che non hanno alle spalle uno o più sponsor, l’associazione Amici
    dell’Osservatorio della Pro Civitate Christiana – Organizzazione di
    Volontariato (ODV) che presiedo dal 2011, la cui missione è assistere e
    promuovere il museo della Cittadella, ha sempre più idee di quante ne possa
    realizzare. Se da un lato i soci sono distribuiti un po’ in tutta Italia –
    negli scorsi anni ne abbiamo avuti anche dall’estero – permettendoci di avere
    un qualche riscontro anche in luoghi lontani da Assisi, dall’altro l’attività
    ricade prevalentemente sul presidente e sui consiglieri, non potendo contare su
    adeguate forze ubicate in Assisi. Oltre alla carenza cronica di persone
    fattivamente coinvolgibili, l’associazione vive una perenne situazione di
    inadeguatezza del budget a disposizione. Nonostante queste condizioni, non
    certamente ottimali, con tenacia e perseveranza cerchiamo di onorare gli
    impegni che lo statuto ci impone e quindi, grazie anche alla “quiete” del
    lockdown abbiamo messo a punto alcune idee progettuali per i prossimi anni.

    Partendo dalla considerazione che
    dalla realizzazione del progetto TECA ad oggi la tecnologia del web aveva fatto
    passi enormi, soprattutto in termini di accesso alle informazioni, alla loro
    condivisione e alla loro ricerca e che il look del sito web scaturito dal
    progetto (
    www.procivitate.assisi.museum) mostrava i segni del tempo, come una
    rosa recisa, abbiamo deciso di metterci mano. Delle scelte tecnologiche di
    allora tuttavia si sono rivelate time independent gli standard adottati per
    digitalizzare le immagini, la fase del progetto più onerosa sia in termini di
    tempo sia di risorse umane e finanziarie.

    La fase uno del progetto JANUS

    Con queste premesse, risulta
    abbastanza naturale pensare di cambiare la “cornice” ad una “tela” di pregio e
    con queste finalità è stato concepito il progetto JANUS. Il nome tradisce
    apertamente gli obiettivi: ci saranno due interfacce web, una per accedere alle
    informazioni del museo, l’altra per accedere al web dell’associazione: entrambe
    accederanno, tramite una opportuna interfaccia, a tutte le informazioni digitali
    esistenti (opere d’arte, stampe antiche, musica, libri, cinquecentine) come
    fossero in un unico archivio che sarà trasportato sul Cloud in modo da
    garantirne la funzionalità h24 ed avere una velocità di accesso molto maggiore
    da qualunque parte del mondo l’utilizzatore si colleghi. L’interfaccia web sarà
    multilingue: italiano e inglese per ora.

    Questa riorganizzazione dell’accesso
    alle informazioni digitali permetterà al visitatore virtuale di accedere a
    tutte le informazioni disponibili su un certo autore o una certa opera nelle
    diverse sezioni. Ad esempio, un visitatore interessato a Giorgio De Chirico (la
    Galleria conserva una splendida opera del grande maestro metafisico dal titolo
    Gesù Divino Lavoratore del 1951) digitando il suo nome otterrà l’immagine della
    tela del 1951, le immagini dei 4 disegni conservati nel Gabinetto delle stampe,
    l’elenco dei libri che sono dedicati a lui.

    Le interfacce web permetteranno di
    soddisfare le esigenze di visitatori affatto diversi: dal semplice “curioso”,
    all’appassionato di arte, allo studioso e al ricercatore.

    Il progetto JANUS esplorerà anche la possibilità
    di creare delle immagini NFT (Non-Fungible Token), immagini digitali uniche e
    non replicabili, per dare la possibilità al museo di crearsi una fonte di
    finanziamento vendendo gli NFT delle sue opere, avendo già la base digitale per
    realizzarle.

    Inoltre le opere della Galleria d’arte
    contemporanea, una sezione del museo, verranno corredate di un codice QR per
    permettere al visitatore di avere sul proprio smartphone le informazioni utili
    per comprendere l’opera di fronte alla quale si trova.

    Il progetto JANUS è stato finanziato
    al 60% dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Perugia: il restante 40% è
    in parte coperto con i fondi dell’associazione che presiedo e per la parte
    rimanente contiamo su donazioni e sponsorizzazioni che sto cercando. Iniziato
    nel dicembre del 2021 avrà una durata di 12 mesi.

    Abbiamo già pensato ad una fase due e
    tre del progetto: il problema, come si può facilmente intuire, è rappresentato
    dalle risorse finanziarie.

    La fase due di JANUS prevede la digitalizzazione dell’epistolario
    degli autori le cui opere sono conservate nel museo. Si tratta di circa 10.000
    lettere che i diversi artisti, da De Chirico a Prosperi, da Carrà a Pirandello
    e Rosai, hanno scritto a don Giovanni Rossi per spiegare, commentare le loro
    opere. Molte lettere, tuttavia, vanno oltre il mero dato “contingente” e sono
    vere e proprie confidenze ad un sacerdote. Si ha un quadro molto umano di
    questi artisti, molti di loro pilastri dell’arte italiana del secondo
    Novecento. Crediamo sia importante mettere a disposizione questo materiale
    autografo a studiosi e ricercatori, senza compromettere l’integrità
    dell’archivio. Il progetto potrebbe essere completato nell’arco di 18 mesi e
    l’archivio generato integrato con quello creato dalla fase 1 di JANUS. Stiamo
    cercando i fondi e sarò felice di illustrare i dettagli ad un eventuale
    sponsor.

    La fase tre di JANUS è un progetto molto ambizioso. La Pro
    Civitate Christiana fondata nel 1939, come già ricordato, ha svolto un ruolo
    molto importante nella cultura e nella società italiana. Si sono fermati lì
    tantissimi protagonisti della cultura e della politica italiana: da Moro a
    Rossellini, da papa Giovanni XXIII a Roman Vlad, da Pasolini a Luzi per citarne
    solo alcuni.

    E queste persone hanno lasciato
    testimonianze scritte, sonore e di immagini ora conservate (su supporti
    analogici) nell’archivio generale della Pro Civitate Christiana. Inoltre i
    volontari ancora in vita e che hanno vissuto quelle passate stagioni e quelle
    più recenti sono “memorie” viventi cui vorremmo “far raccontare la loro vita” e
    rendere disponibili anche queste testimonianze ai posteri.

    Purtroppo l’archivio non è mai stato
    digitalizzato. Vorremmo intraprendere questa iniziativa per consegnare alla
    storia tutte queste informazioni. Il progetto è ambizioso ed anche molto
    costoso: ad una prima stima occorrerebbero non meno di 5 anni ad un team di
    almeno 4-5 persone in modo da mettere a disposizione del progetto competenze
    archivistiche, informatiche, biblioteconomiche avvalendosi anche di strutture esterne
    per realizzare le (lunghissime) interviste. Sarebbe molto bello che un
    importante mecenate, o un gruppo di mecenati, volesse associare il proprio nome
    a questa iniziativa che verrà consegnata alla storia. Anche in questo caso sarò
    lieto di poter esporre il progetto a chi potrebbe esserne interessato.

    Infine alcune informazioni sull’associazione che presiedo.: Associazione Amici dell’Osservatorio della Pro Civitate Christiana ODV (organizzazione di volontariato) ha sede in Assisi presso la Pro Civitate Christiana (nota anche come Cittadella di Assisi) in via degli Ancajani 3 – 06081 Assisi è stata fondata nel 2000 per aiutare il museo della Pro Civitate dopo il terremoto del 1997. Ha soci sparsi in tutta Italia e si finanzia con le quote sociali, le donazioni e il 5 x mille e con questi fondi assiste il museo, purtroppo non per tutte le necessità per l’esiguità delle risorse disponibili. L’indirizzo di posta elettronica è amiciosservatorio@gmail.com e il sito web è www.amiciosservatorio.org”.

    (Scatto dell’Ospite)

    Una breve visita virtuale del museo
    può essere effettuata raggiungendo questo link

    L’idea di essere un uomo di scienza è
    sempre stata presente nella sua vita?

    “Mi è sempre sembrato naturale
    occuparmi di scienza fin dai tempi del liceo quando mi resi conto che il
    professore di matematica e fisica (ho frequentato il liceo scientifico Serpieri
    di Rimini) era l’unico in grado di catturare il cento per cento della mia
    attenzione. L’iscrizione a fisica fu una cosa quasi naturale (oggi sceglierei
    matematica, ma questo è un altro discorso), così come fu casuale il mio
    diventare un informatico. Lo stesso giorno in cui mi laureai andai nella sede
    del Cineca a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, per salutare alcuni
    compagni di corso che già lavoravano là ed anche un professore di fisica, con
    cui ero in contatto, che aveva iniziato a collaborare con quel centro. Entrai
    come visitatore e ne uscii come dipendente. Non sono rimasto disoccupato
    nemmeno dodici ore! La matematica, l’informatica e le loro applicazioni nelle
    diverse discipline scientifiche prima e poi in quelle statistiche ed
    umanistiche divennero il mio “pane” quotidiano. Non ho mai preso in considerazione
    il cambio di campo.

    Tuttavia qualcosa cominciava a
    bruciare sotto la cenere: una costante necessità di leggere “cose” non
    tecniche: mi appassionai alla letteratura ispano-americana e
    portoghese-brasiliana di cui ho letto tantissimo, mia appassionai alla musica
    sinfonica e da camera (che nel 2005 abbandonai per abbracciare il Jazz),
    all’arte senza aggettivi.

    Quando agli inizi degli anni ’90 mi fu
    proposto di occuparmi di tecnologie digitali per i beni culturali queste due
    passioni, quella professionale e quella privata, avevano trovato una casa
    comune.

    La scienza e soprattutto il metodo
    scientifico fanno così parte del mio modo di pensare che ho elaborato – per
    alleggerire quest’intervista, della quale la ringrazio infinitamente – una
    teoria matematica dei vizi.

    Questa teoria afferma che il numero di
    vizi di ognuno di noi è una costante (detta K) e che i vizi si dividano in
    confessabili (Vc) e inconfessabili (Vi). In formula:

    Vc + Vi = K

    Vale a dire che più si sembra
    perfetti, più vizi inconfessabili si hanno.

    È la santificazione dei mascalzoni!”

    Eppure il suo animo è fortemente
    “inquinato” da note artistiche, creative, poetiche e letterate, questo ha
    rappresentato un “disturbo” o una distrazione nella sua vita professionale?

    “Lo dicevo anche poco fa: l’amore per
    l’arte nelle sue moltiplici forme è stato prima un fiume carsico che ha trovato
    nel settore del digital cultural heritage il suo punto di emersione. Devo anche
    ammettere che l’informatica e solo lei (e non le altre discipline) mi ha come
    prosciugato perché è un campo in cui solo molto poco di quello che si è fatto
    ed imparato permane nel tempo. Mi spiego meglio: ciò che ho studiato di
    matematica all’università è ancora tutto completamente attuale e utilizzabile,
    ciò che ho imparato di fisica è al 99% utilizzabile. Ciò che ho imparato (e
    conoscevo molto bene) di informatica negli anni Settanta e Ottanta è
    utilizzabile solo al 20%, nella migliore delle ipotesi. Quindi le scorribande
    nel settore umanistico sono state una necessità che fortunatamente sono
    riuscito a rendere compatibile con l’attività professionale”.

    Che cosa vuole fare il dott. Grossi da
    grande?

    “Vorrei scrivere un libro. Ho provato
    alcune volte ad iniziare un’impresa di questo genere ma “il da fare quotidiano”
    ha sempre avuto la meglio”.

    La prima cosa che le viene in mente da
    dire ad un giovane oggi.

    “Leggi molto, leggi tutto ciò che ti
    passa sottomano. Studia, studia, studia e se hai la fortuna di amare il
    pensiero astratto studia matematica: è la più straordinaria costruzione
    astratta mai creata dalla mente umana”.

    I suoi impegni professionali l’hanno
    vista da sempre impegnato in giro per il mondo. Come si concilia questo con una
    famiglia?

    “È stato un problema che non sono
    stato capace di risolvere. Gli impegni professionali mi costringevano molto
    spesso a spostarmi in Italia e all’estero e devo confessare che amavo quei
    viaggi perché mi permettevano di incontrare persone, imparare cose nuove,
    visitare luoghi mai visti e non facilmente accessibili come quando, ad esempio,
    sedevo nel comitato creato dalla Commissione Europea per l’introduzione
    dell’Information Technology o in quello per la collaborazione fra università e
    imprese che si riuniva di volta in volta in un paese diverso. Essendo un
    comitato europeo riconosciuto venivamo ospitati nei palazzi delle istituzioni
    del paese ospitante: edifici per lo più storici che non avrei mai avuto la
    possibilità di visitare.

    Ho soggiornato per periodi abbastanza
    lunghi negli USA (in quelle occasioni portai con me la famiglia), la norma però
    era viaggiare solo o con colleghi. Fu durante questi lunghi viaggi che, per
    ottimizzare il contenuto della valigia, iniziai a portarmi dietro dei libri di
    poesie: un solo libro di poesie può farti compagnia per settimane perché le
    poesie si leggono e rileggono più volte anche durante la stessa giornata. Non
    lo si fa – almeno a breve – con un libro di narrativa. L’ottimizzazione del
    peso della valigia mi ha permesso di addentrarmi nello splendido universo della
    poesia.

    Non ricordo se nel 1986 o 1987
    trascorsi in trasferta più della metà delle giornate lavorative di quell’anno.
    Rientrando a casa una sera mia moglie mi chiese di mostrale i documenti prima
    di togliere il chiavistello. Come vede il problema c’è stato.

    Ora che non sono più in attività ho
    una regola aurea: prima gli affetti e poi il resto e finora sono riuscito a
    mantenere, nella stragrande maggioranza delle volte, questo impegno”.

    Il covid ci ha tolto momenti
    importanti e ci ha costretti ad un blocco forzato, ad una paralisi fisica ed
    emotiva. In molti parlano di perdita importante, ma ci sono state anche
    ricchezze altrettanto importanti. Fermarsi non sempre è un male. Qual è il suo
    bilancio?

    “Confesso che ho vissuto con una certa leggerezza i mesi del lockdown stretto del 2020. Lo stare in casa mi ha permesso di leggere ed ascoltare tanto Jazz. Con le video conferenze ho recuperato incontri sempre invocati al telefono ma mai realizzati. Avevamo (ed abbiamo) il vantaggio di abitare nello stesso edificio di un grande supermercato per cui non ci è mancato mai nulla né siamo stati costretti a lunghe file potendo decidere quando scendere. Avendo fatto la scelta di essere molto prudenti,  vuoi per le norme imposte, vuoi per i consigli di amici medici, abbiamo ridotto al minimo i contatti: la famiglia di mio figlio maggiore (il minore vive all’estero). Solo sporadicamente la famiglia di mio fratello e quella degli amici più cari: peraltro abitando tutti questi fuori provincia abbiamo dovuto attendere le necessarie autorizzazioni.

    (Manifesto di una delle Conferenze)

    Mi è mancato l’andare al cinema almeno
    due volte la settimana: dal marzo 2020 ad oggi sono stato al cinema una sola
    volta nel novembre scorso; mi sono mancati i viaggi; mi è mancata Assisi.

    Ho cercato di supplire a questa sosta
    forzata organizzando delle conferenze in modalità streaming, di fare riunioni
    in videoconferenza.

    Ho sempre indossato la mascherina
    anche se ora mi accorgo di essere un po’ insofferente.
    La sosta forzata cui siamo stati costretti, più che i regimi di
    semilibertà che mi hanno creato più problemi che vantaggi, mi ha permesso di
    essere padrone assoluto del mio tempo. La giornata era scandita dalle cose che
    volevo e mi piaceva fare. Avevo tirato fuori dal fondo di un cassetto un
    comodissimo abito da casa con cui sono entrato rapidamente in simbiosi. Un
    periodo che mi ha regalato tranquillità e tanto tempo per me. Un paio di mesi
    l’anno di lockdown li accetterei molto volentieri”.