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‘Novembre – Dicembre 2021’ Category

Il Professor Zamboni ha appena dato alle stampe il suo ultimo libro “Nascoste nella Tela” (Mondadori Editori) nel quale unisce la sua passione per l’arte e il suo proverbiale occhio clinico, sempre mitizzato dai suoi numerosi pazienti. Il suo piacere per la scoperta, per l’indagine scientifica viene versato in questa novità in libreria svelando ai lettori i misteri nascosti nei dipinti di famosi pittori. Ne risulta un testo avvincente rivolto a qualunque fascia di lettori per la immediatezza del linguaggio usato. 

Per me re-incontrare Zamboni è, prima di tutto, un piacere per la sua simpatica schiettezza, tipicamente ferrarese, che rivedo identica. Una immediatezza che è anche in questa opera, non rivolta ai medici ma a tutte le persone attratte dall’arte, e ne diventa un valore aggiunto. 

Il nostro primo incontro risale a diversi anni fa. Fu dopo una presentazione di un suo studio, davvero stupefacente, condotto nello spazio. 

Ora mi fa davvero piacere condividere con i lettori la sua visione della ricerca medica e della comunità scientifica. 

Immagine dall’Ospite

Paolo Zamboni è un chirurgo e ricercatore italiano laureatosi presso l’Università degli Studi di Ferrara dove oggi è professore ordinario di Chirurgia Vascolare. È stato cofondatore e presidente della International Society for Neurovascular Diseases (ISNVD), società scientifica internazionale volta allo studio delle malattie neurovascolari. 

Professore, lei è stato insignito anche del titolo di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana in riconoscimento del suo operato in campo medico-scientifico per i suoi studi sull’emodinamica venosa e in particolare per quella cerebrale. Uno studio complesso il suo che ha portato alla definizione della insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) che continua a essere sotto l’attenzione della comunità scientifica. 

La definizione del difettoso funzionamento delle vene giugulari, inizialmente da noi descritto nei malati di sclerosi multipla, è stata molto contestata dalla comunità neurologica. In realtà la controversia scientifica non era tanto sulla scoperta vascolare in sé, ma era dovuta alla applicazione di terapie chirurgiche endovascolari su questi pazienti. Nel tempo molti altri ricercatori si sono occupati di CCSVI, trovando impensate correlazioni delle giugulari difettose con cefalea, sindrome di Meniere, Alzheimer, Parkinson ed altre malattie neurologiche, di fatto aprendo una porta fino a quel momento mai varcata dalla comunità scientifica. Una nuova possibilità per contribuire alla conoscenza migliore di malattie in parte ancora misteriose. 

Nell’evento del quale parlavo nell’introduzione, presentò uno studio per degli esperimenti che furono eseguiti da Samantha Cristoforetti sulla base internazionale orbitante. Fu un’avventura davvero incredibile, può raccontarla ai nostri lettori? 

Il progetto Drain Brain fu una fantastica esplorazione scientifica che ci permise di comprendere il contributo della forza di gravità in particolare sulla circolazione cerebrale. La fortuna di poter disporre della collaborazione in orbita di uno scienziato aggiunto come la nostra Samantha Cristoforetti è stato determinante per il successo della missione. Gli esperimenti erano molto complessi dovendo io coordinare da Terra, in una base predisposta dall’Agenzia Spaziale Italiana, tre laboratori dislocati fra Danimarca e Stati Uniti oltre al modulo orbitante nel quale Samantha doveva eseguire gli esperimenti di fisiologia umana su se stessa. Indimenticabile, credetemi. 

Quell’esperienza divenne poi la base di una pubblicazione scientifica, ma del resto di studi scientifici ne ha pubblicati diversi: la ricerca è quella strada che può trasformare una ipotesi e far nascere una terapia. Quante pubblicazioni ha effettuato finora? 

Moltissime. Ma vede le pubblicazioni sono, nella mia testa, un modo di consegnare ad altri scienziati, specialmente ai giovani ricercatori, dati e documenti validati che divengono un patrimonio scientifico per procedere in avanti e migliorare le condizioni di vita dell’Umanità. I nuovi strumenti diagnostici che abbiamo usato nello spazio ad esempio li abbiamo ora adattati e li stiamo usando sulle persone malate. 

Copertina del libro (Mondadori)

Il nuovo libro nasce quando si è reso conto che la sua passione per l’arte non le impediva di avere comunque l’occhio clinico: riconosceva nelle opere pittoriche, malattie e morbi che ora sono conosciuti. Come le è nata l’idea di farlo diventare un libro? 

Il libro di fatto raccoglie tanti anni di osservazioni. Opere pittoriche viste da milioni di occhi in cui si celano segni di malattie dei soggetti ritratti, malattie dello stesso pittore, o addirittura cervelli nascosti in affreschi delle chiese. Non avevo mai avuto il tempo di scriverlo. E’ nato perché gli ho dedicato i lunghi week-end del lock-down. 

L’ osservazione medica ai nostri giorni è sostituita dall’indagini strumentali. Quanto è utile nella diagnosi precoce per le malattie anche una lettura attenta dei segni?

Come nel mio libro la diagnosi medica è un processo indiziario, dove fondamentale è l’osservazione medica ed il colloquio medico. Pensate che molto spesso la risposta di una diagnosi precoce è nel racconto del paziente, nelle sue parole e nelle sue abitudini. Un qualcosa che oggi si tende a trascurare trincerandosi dietro alle tecnologie. Un grandissimo errore e regresso.

Abbiamo parlato di occhio clinico, anche nella lettura delle opere d’arte. Il ricorso al Dottor Google può ritardare la possibilità di una diagnosi corretta?

Caro Gabrielli io credo che l’occhio clinico sia una fusione e di esperienza e di talento del medico. Così come un calciatore puó essere più bravo di un altro a tirare una punizione o a colpire con il tacco o con la testa, così ci sono medici più inclini all’osservazione e a cogliere l’aspetto decisivo. Le tecnologie possono solo servire a confermare il loro sospetto ed il loro ragionamento. Google non puó lontanamente avvicinarsi. Come capirete leggendo Nascoste nella Tela gli occhi vedono solo quello che conoscono.

Questo libro poi – tra le righe – ci racconta quanto le malattie facciano parte della vita, quanto l’emergenza sanitaria per la presenza di una nuova malattia non sia un evento poi così raro, anche se certo una pandemia è un evento meno frequente. Lei ha studiato anche la situazione generata dal Covid 19, giusto? 

Ho fatto orgogliosamente parte del gruppo dei 13 ricercatori italiani che per la prima volta in studi autoptici ho dimostrato il meccanismo delle rarissime complicanze da vaccinazione anti Covid. Quel contributo ha trasformato una drammatica reazione sconosciuta in una condizione ora riconoscibile e trattabile. 

A tutti questi studi, lei affianca anche l’attività accademica di preparazione delle nuove leve in medicina. La Pandemia ci ha mostrato in modo chiaro anche quanto sia fragile la salute e precario il nostro sistema immunitario davanti ad un agente sconosciuto. Cosa si può fare per aiutare il Sistema Sanitario Nazionale a suo avviso? 

Dobbiamo ritornare a pensare che Sanità ed Educazione devono essere le due pietre angolari che lo Stato deve assicurare ai cittadini. Il numero chiuso imposto sulle Lauree in medicina e sulle specializzazioni, ha fatto si che in questo momento di emergenza non abbiamo abbastanza medici sul campo. Non dobbiamo più erodere il miglior servizio sanitario nazionale del mondo.

Il tema del riconoscimento è sicuramente uno dei più pregnanti dell’attualità sociale e politica, portato alla ribalta da tutte le contraddizioni emerse con la pandemia che continua ad imperversare con le sue varianti.

In realtà lo è sempre stato, anche se la “lotta per il riconoscimento” era prima irreggimentata  in categorie più leggibili come quelle, ormai superate, delle classi sociali. Axel Honneth, teorico del riconoscimento, (concetto già trattato da Hegel), riflette su come “i conflitti del nostro tempo possono essere interpretati come uno scontro tra diverse idee di libertà” e su come la pandemia, invece di aumentare la consapevolezza della libertà “positiva”, ossia dell’autolimitazione intesa come un potenziamento della propria libertà personale (come evidenziato già da Hegel, avviene nell’amore e nell’amicizia), ha acuito quello di libertà “negativa” ossia l’esasperazione delle libertà individuali, tendenza già in atto da molto tempo nelle nostre società.

Oggi assistiamo al bellum omnia contra omnes: terrapiattisti contro la scienza, complottisti contro  “integrati”, no-vax contro pro-vax, scienziati contro sé stessi, politici in lotta tra di loro (anche se questo lo è sempre stato, adesso è una lotta pericolosa che coinvolge le Istituzioni).

Emblematico è in questo senso l’ultimo rapporto 2021 del Censis sullo stato sociale del Paese, dove il dato significativo che emerge è l’irrazionalità che ha infiltrato il tessuto sociale: per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. Il 5,8% è convinto che la terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. 

C’è da chiedersi perché tutto questo. Il Censis parla di aspettative soggettive tradite, che inducono le persone a rifugiarsi nel pensiero magico e sciamanico. 

La situazione è però più complessa e chiama in causa le radici stesse della democrazia. Come affermava John Dewey, la democrazia deve poter trarre l’autorità dal suo interno, dalle fondamenta, ossia dal “popolo”, ecco perché è così importante l’Educazione, cosa di cui la nostra società è manchevole anche a causa del decadimento del sistema scolastico e universitario. Ma senza voler colpevolizzare sempre qualcun altro, manca anche la volontà delle singole persone di andare oltre gli echi e le false sirene, di approfondire e ricercare, superando l’infodemia al netto delle responsabilità dei sistemi dell’informazione. 

Si scambia infatti sempre di più la disponibilità di informazioni in una presunzione di conoscenza in ogni campo del sapere, in un “fai da te” dello scibile, ad uso e consumo del tutto individuale. 

Si pensi, anche in funzione dei bias e delle dissonanze cognitive o, più banalmente della credulità in persone non accorte o sufficientemente consapevoli, agli effetti nefasti o, semplicemente al disorientamento indotto da questo bombardamento incontrollato di informazioni.

Ormai, attraverso i social, si formano degli universi paralleli, dei convincimenti personali, dei pregiudizi, che sono spesso contro il senso scientifico e le regole stesse della vita comune.

Questo è un altro dei problemi della nostra società che vede sempre di più la riduzione della dimensione pubblica e sociale a scapito di quella individuale e virtuale, dominata dagli algoritmi e caratterizzata dalle cosiddette “casse di risonanza” (le eco chambers, dove risuonano gli echi di tutti quelli che la pensano nello stesso modo). 

Ormai è preponderante il regno del privato e dell’individuale, dove c‘è sempre meno spazio per il riconoscimento dell’altro. Sempre Dewey affermava che la bassa interazione sociale, la scarsità di relazioni nello spazio pubblico, diminuisce l’intelligenza collettiva. Ed è proprio quello che sta avvenendo, una società oscurantista che fa sempre meno uso della ragione, preda delle paure e delle fobie e dunque facile preda delle false credenze e delle manipolazioni.

In tutto questo dobbiamo mettere il decadimento dell’Etica pubblica ed il conseguente scadimento della politica, ormai priva di visione ed appiattita sul contingente, sempre più ridotta a rappresentazione invece che a rappresentanza e, quando va bene, a pura governance amministrativa ma senza progettualità, anzi costretta ad ingaggiare competenze e prestigio dall’esterno, incapace di farsi classe dirigente. Mai così attuale la frase di De Gasperi: ” il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”. Ma dove sono gli statisti in Italia? Tutto è teso al presente, all’immediato, come dice la filosofa Donatella Di Cesare, siamo in un’ “immanenza satura” dove non c’è più visione del futuro. 

Tra l’altro, da questo fiume di denaro che è il PNRR ci si aspetterebbe insieme ad una vera progettualità, più coraggio e generosità. 

In tal senso possono essere interessanti alcune delle proposte avanzate dal Forum delle Disuguaglianze Diversità.

Ecco perché è così importante il tema del riconoscimento, non solo da parte della Politica ma anche da parte delle singole persone, perché l’Altro siamo noi, non solo per la nostra stessa identità ma come esseri appartenenti ad un unico genere umano.

Non debemus, non possumus, non volumus” è la risposta che Pio VII diede all’ufficiale napoleonico che entrato al Quirinale, richiese la cessione dei territori dello Stato Pontificio all’Impero Francese. Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo. Era l’anno domini 1809.

Immagine dal Web

Mi sono chiesto, personalmente, quanto questa sensazione sia entrata dentro di me.
E devo riconoscere che le gambe effettivamente sono molli, ma la curiosità di andare avanti, la sensazione che “il meglio deve ancora venire” c’è sempre. Questa esperienza in questa nostra testata giornalistica non ne è solamente un sintomo, ma ne è la misura. Durante tutto il periodo pandemico, durante il Lockdown più duro – quello ci ha visto cantare dai balconi per intenderci – e durante la lunga fase di avvicinamento ad una nuova “normalità”, Condivisione Democratica è stata sempre attiva, anzi si è arricchita di nuove curiosità, di nuove firme, ed è diventata come un prolungamento di quei balconi che abbiamo usato per sentirci più vicini, anche se chiusi ognuno nella propria casa.
Mi è venuto naturale seguire curiosità, vecchie e nuove, e andare in profondità su argomenti che “prima” probabilmente avrei lasciato correre via. Ho reincontrato visi amici, anche se coperti dalle mascherine, e scoperto nuove amicizie, nuove energie.
Certo non è un posto “tranquillo“. Come in ogni redazione ci sono confronti, la documentazione di quello che si vuole portare al lettore, le corse per la pubblicazione, i miglioramenti dell’ultimo minuto sui singoli articoli.

Immagine dal Web

Anche questo articolo, del resto, nasce da questo processo di approfondimento. Partendo dall’articolo che ho citato prima, sono andato a leggermi altri articoli, studi psicanalitici che hanno cercato di dare una spiegazione a quel senso di abbandono. Sostanzialmente – davvero semplifico brutalmente – questo fenomeno può essere o “il rimbalzo” o un modo diverso di affrontare quello che negli USA hanno chiamato “the Great Resignation“, la “Grande Rinuncia”, un fenomeno che si è visto nei primi periodi del 2020: una impennata nelle cessazioni volontarie dal lavoro ed un aumento repentino delle separazioni e delle cause di divorzio.

Lo shock per il crollo del “tran tran” quotidiano ha dato a tutti noi il tempo di analizzare due false percezioni della realtà, quelle che gli psicologi chiamano Bias Cognitivi:

  • Il “Sunk Cost Bias” – il Bias dei Costi Irrecuperabili – secondo il quale poiché si è già sostenuto un “costo” (economico, di tempo, di emozioni) per ottenere qualcosa, quel qualcosa vada preservato anche se non più adatto, perché quanto profuso non può essere recuperato.
  • L'”Opportunity Cost Bias“, che da una scarsa percezione del fatto che qualsiasi scelta attuata implica sempre e in ogni caso un costo che si affianca al valore o al beneficio che si può avere.

Questi due Bias sono quelli che ci fanno continuare a far fare sempre le stesse cose, sono quelli che ci fanno rimanere nella nostra “Comfort Zone” anche se ci sta un pò stretta. L’insegnamento della Pandemia è che se tutto questo cambia, se la sciagura si abbatte sopra di noi (come in un film sui “disastri”, tanto in voga alla fine degli anni ’70), rimaniamo solo con le nostre forze e dobbiamo ripensare tutto.
E proprio in quel momento può scattare in noi, la risposta che citavo all’inizio: “Non debemus, non possumus, non volumus”.

Questo numero è dedicato al riconoscimento dell’altro, all’apertura verso le altre persone senza nessuna forma di pregiudizio, per questo mi fa particolarmente piacere ospitare il Dott. Sergio Valeri che proprio in questo periodo alla sua professione chirurgica ha affiancato un percorso di sensibilizzazione verso la cura e verso i pazienti, fondando una associazione che verrà presentata a breve e che ha come motto, bellissimo: “Rari, ma non soli”.
Lo incontro nel suo studio ed è sempre un piacere parlare con lui , perché lui, lo scopriremo nell’intervista, è davvero sempre in movimento, con la sua professionalità e il suo travolgente senso dell’ironia.
Ma prima di raccontare quello che ci siamo detti nel pomeriggio passato assieme, un passo indietro per raccontare chi è il nostro ospite: il Dott. Sergio Valeri si occupa principalmente di Chirurgia Oncologica ed in particolare di Chirurgia dei Sarcomi. 

Si laurea nel 1995 e si specializza in Chirurgia Pediatrica (2002) e in Chirurgia Generale (2015) e nel frattempo ottiene un Master di II livello in Chirurgia Pancreatica Avanzata (2014) ed uno in Chirurgia dei Sarcomi dei Tessuti Molli (2017), lavorando comunque come Dirigente Medico presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma (dal 2008). Dal 2019 è Referente della Chirurgia dei Sarcomi presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. 

Dottore, un Curriculum davvero di tutto rispetto il suo. Immagino che nel frattempo, mentre conseguiva le varie specializzazioni, lei operasse, continuasse la sua instancabile attività in sala operatoria. Quante operazioni esegue? 

Caro Ing. Gabrielli grazie per l’opportunità offerta.

Immagine dell’Ospite

Lei ha detto il vero; durante il conseguimento delle varie specializzazioni e master, la mia attività operatorio continuava. La mia settimana lavorativa è composta di tre sedute di sala operatoria (8-20) in cui mediamente eseguo 5-6 interventi a seduta. Parliamo quindi di circa 18 interventi a settimana. “Fortunatamente” non si tratta sempre di patologia chirurgica complessa. A questo tipo di intervento infatti, vengono intervallati interventi di piccola e media chirurgia, durante i quali ho la possibilità di insegnare e far crescere i giovani chirurghi che lavorano con me. Non ci dobbiamo infatti dimenticare che lavoro in una struttura universitaria, la fucina quindi dei medici di domani.

A questo unisce le sue attività di divulgazione dentro e fuori le aule universitarie per la preparazione delle “prossime leve”. E’ così importante avere una equipe specializzata nella cura?

Come in parte anticipato nella domanda precedente, ho la fortuna e la responsabilità di un gruppo di lavoro, costituito da giovani medici in formazione a da neo-specialisti. Il gruppo e la realizzazione dello stesso, sono fondamentali. Da soli non si va molto lontano. Ed è per questo che dedico diverso del mio tempo lavorativo alla sua formazione. 

Immagine dell’Ospite

Solo in questo modo posso avere la certezza che il modus operandi sia sempre lo stesso. 

Ricordo nell’equipe, coordinata dalla Prof.ssa Rossana Alloni, il Dott. Luca Improta, la Dott.ssa Chiara Pagnoni, la Dott.ssa Michela Angelucci, la Dott.ssa Claudia Tempesta e la Dott.ssa Sonia Sabbatini.

Ma il mio obiettivo però non è solo “formare” o far crescere. 

Come dico sempre ai colleghi che lavorano con me, loro devono superare il “maestro”.

Quindi in sintesi direi che per affrontare i Sarcomi sia necessaria la preparazione di una equipe specialistica, ma anche la conoscenza da parte dei medici di base, per avere una tempestiva diagnosi di primo livello.

La ringrazio di questa domanda, che va a centrare due degli aspetti salienti della patologia di cui mi occupo. 

Immagine dell’Ospite

Il primo è la conoscenza, da parte dei Medici di Base, dell’esistenza dei Sarcomi. Solo in questo modo possono indirizzare il paziente in un centro di riferimento e quindi iniziare il corretto iter terapeutico. Da qui l’esigenza di un evento “formativo”, che ho organizzato ad Ottobre, e rivolto ai Medici di Medicina Generale. L’obiettivo era appunto renderli edotti sulla patologia e sui primi passi da compiere nei confronti di un paziente affetto da sarcoma.

Il secondo è l’importanza del centro sanitario di riferimento volto ad una patologia neoplastica, quale appunto i sarcomi, rara. 

I sarcomi degli adulti rappresentano circa l’1% di tutte le malattie neoplastiche. Per raro però non si fa riferimento alla scarsità di mezzi terapeutici, ma appunto ad un semplice dato epidemiologico. Si apprende quindi come sia indispensabile l’esistenza di un centro sanitario di riferimento, che contempli la presenza di tutte le figure sanitarie coinvolte nella cura dei sarcomi (oncologo, chirurgo, radioterapista, radiologo, anatomo-patologo, psicologo) e che sia collegato a tutti gli altri centri distribuiti sul territorio nazionale. Infatti solo dal confronto clinico tra i vari centri è possibile condividere esperienze, tecnica e evidenze scientifiche, principio cardine alla base della cura di qualsiasi patologia.

Immagine dell’Ospite

Con questa doppia visione, il Campus Bio-medico è diventato un Centro di riferimento a livello Europeo sul trattamento dei Sarcomi

E’ stato quello, mi riferisco all’inserimento del Campus Bio-Medico nella rete sanitaria internazionale Euracan sul trattamento dei sarcomi, un risultato ottenuto dopo 18 mesi di duro lavoro volti al miglioramento del servizio sanitario erogato ai pazienti con sarcoma, al perfezionamento del PDTA sui sarcomi (percorso diagnostico-terapeutico assistenziale) e successivamente al superamento di tutti i parametri clinici e scientifici posti quale conditio sine qua non per far parte della rete Euracan.

Quanto ha influito la pandemia su questo processo di identificazione tempestiva? L’emergenza Covid ha un po’ monopolizzato gli ospedali: pensa che ne risentiremo a livello di prevenzione?

L’emergenza Covid ha indubbiamente messo a dura prova il Sistema Sanitario Nazionale. Uno dei tanti aspetti emersi durante la pandemia è stato quello, purtroppo, di rallentare un percorso schedulato di follow up di un paziente con patologia neoplastica. A mio avviso però l’esistenza dei centri di riferimento, quale in nostro, ha permesso, con enormi sacrifici, di poter “onorare” la campagna di follow up dei pazienti oncologici.

Questo momento storico ci ha mostrato cosa significa “la salute pubblica”: il Lockdown è stato un modo per proteggerci anche a discapito dell’economia. Ma proteggere la salute è anche un modo per rendere solida la nostra struttura sociale. La tempestiva permette di avere un alto livello di qualità della vita?

Immagine dell’Ospite

Domanda questa complessa, che non può certo essere evasa con una breve risposta.

La protezione e la salvaguardia della salute pubblica sono elementi imprescindibili alla base di un alto livello di qualità della vita. Ma la protezione della salute pubblica passa per diversi aspetti che vanno sempre garantiti. Mi riferisco alla possibilità di accedere alla cure per tutte le classi sociali, a prescindere dalla “posizione” economica o alla regione di appartenenza. E nello stesso tempo le cure sanitarie DEVONO essere all’altezza dei più alti standard professionali e scientifici. Come ottenere tutto questo? Con investimenti mirati, con una pianificazione “sanitaria” del territorio e con il RISPETTO della meritocrazia

Parliamo di malattie molto impattanti a livello sanitario, per costi elevati, ma anche personale, psichico, familiare.

La diagnosi di malattia oncologica spariglia tutti gli equilibri. 

E mi riferisco non solo a quelli economico-sanitari, ma soprattutto a quelli personali del paziente. Di salute non solo fisica, ma anche psicologica. E al peso che si riversa sulla famiglia. Peso che molto spesso non è possibile “condividere” con la società, in quanto mancante della giusta organizzazione. 

Il fenomeno della cosiddetta “emigrazione sanitaria” ne è un esempio.

Cosa può fare a mio avviso un medico? 

Essere un professionista serio, preparato e coscienzioso. 

Immagine dell’Ospite

Da qui nasce l’idea dell’Associazione dei Pazienti e dei familiari dei pazienti affetti da Sarcoma.

L’idea dell’Associazione Pazienti sarcomi dei Tessuti Molli nasce dallo stimolo di “dare” qualcosa in più ai pazienti affetti da questa patologia, e ai loro familiari. 

E’ infatti una Associazione di pazienti, rivolta ai pazienti. Il presidente sarà una paziente da me curata. 

L’Associazione si chiamerà SARKNOS. E all’interno del Consiglio Direttivo ci saranno altri pazienti.

Ho sempre pensato che il sentirsi parte di un gruppo, in cui il denominatore comune è la malattia, possa essere di aiuto per tutti i singoli componenti. 

Il mio sogno è che si possa raggiungere una tale alchimia all’interno dell’associazione tale che un singolo paziente che sta attraversando una fase negativa del suo percorso sanitario, possa trovare giovamento e aiuto anche soltanto confrontandosi con un altro paziente, che magari quella fase l’ha già vissuta.

Ci tengo a precisare inoltre che l’aiuto dell’Associazione non sarà “solo” per i pazienti. 

Penso infatti che anche i medici avranno la fortuna di migliorarsi grazie al confronto diretto con i pazienti.

L’associazione verrà presentata a breve con un evento.

L’evento a cui lei fa riferimento e che si terrà con l’inizio dell’anno nuovo, ha diverse finalità. La prima è quella di far incontrare e riunire tutti i pazienti affetti da sarcoma e da me operati presso il Campus Bio-Medico. L’evento infatti è “ritagliato” solo per loro. Al suo interno ci saranno momenti divulgativi, non scientifici, sulla malattia intervallati da momenti di assoluto svago grazie alla presenza di attori comici e cantanti.

Altro motivo è, come detto, la presentazione dell’Associazione con le sue finalità. Mi auguro quindi che ci possa essere la più ampia accoglienza da parte dei pazienti.

Ultima finalità, ma per me molto importante, è il desiderio di poter rivedere tutti i pazienti da me curati. Le confesso che sono un sentimentale e con tutti i miei pazienti sono riuscito ad instaurare un rapporto particolare, intenso, diretto. Il poterli rincontrare sarà per me motivo di gioia.

So che lei ha avuto un tentennamento nella scelta di medicina all’inizio del suo percorso universitario. Ora, da Ingegnere a Medico, ma perché ha scelto la Medicina?

Le confesso che non era un sogno che nutrivo da bambino.

La scelta di fare Medicina la si deve a mia madre. 

All’età di 18 anni, finito il Liceo, dovevo scegliere in quale facoltà iscrivermi. La mia scelta cadde su Veterinaria (ho sempre amato gli animali). A quel tempo la facoltà “migliore” era a Perugia, a circa 180 Km da Roma. Mia madre, donna apprensiva, si oppose alla scelta e opto per Medicina e Chirurgia.

Ora, a distanza di più di 30 anni, ringrazio quel suo materno ”ostruzionismo”.

Per maggiori informazioni si possono consultare i siti internet dedicati al Dott. Sergio Valeri e ai Sarcomi.

Sono le 22 di un lunedì sera, anzi del lunedì sera prima di Natale, attendo Marta mentre preparo due calici di Valpolicella, dopo queste giornate intense in profumeria, è più che meritato. Marta, con il suo ciuffo colorato e lo sguardo vivace, sembra che non conosca il significato della parola “stanchezza”, entra in casa con il suo solito entusiasmo. Il cane le abbaia, il freddo pungente le è rimasto incollato addosso. Prendo il quaderno e la biro e ci accomodiamo. Iniziamo con un brindisi a noi. La ringrazio per avermi concesso questa serata, quest’intervista a cui tengo particolarmente. Marta, che passa le giornate insieme a me tra profumi, creme e prodotti di bellezza, in realtà inizia il suo lungo percorso come criminologa e contemporaneamente, sostenuta da una continua instancabile formazione, si occupa anche di uno sportello antiviolenza. Stasera, insieme, proviamo a scoperchiare questo “vaso di Pandora” come ama definirlo lei. 

Logo AIED (dal sito Web)

L’associazione per cui lavora è la AIED (Associazione Italiana Educazione Demografica), che ha sede a Roma, e nasce nel lontano 10 ottobre 1953 ad opera di un gruppo di giornalisti, scienziati e uomini di cultura, di diversa estrazione politica, ma con una comune ispirazione laica e democratica. 

Sul sito ufficiale dell’AIED (www.aied-roma.it) tra gli obiettivi posti troviamo:

• diffondere il concetto ed il costume della procreazione libera e responsabile;

• promuovere e sostenere iniziative rivolte a migliorare la qualità della vita ed a tutelare la salute della persona umana, a livello sia individuale che collettivo;

• combattere ogni discriminazione tra uomo e donna nel lavoro, nella famiglia, nella società, ed ogni forma di violenza sessuale e di violenza sui minori, fornendo assistenza e tutela -anche legale- alle persone che ne siano vittime;

• promuovere e realizzare attività di formazione e di aggiornamento professionale sulle tematiche dell’educazione sessuale del personale docente delle Scuole e degli Istituti di istruzione di ogni ordine e grado, promuovendo altresì corsi di educazione sessuale per alunni e genitori.

La AIED si occupa inoltre di vari progetti nelle scuole primarie, come il riconoscimento delle emozioni, l’educazione affettiva, il riconoscimento dell’altro (empatia). Progetti che secondo Marta andrebbero fatti ovunque. 

Immagine dal Web

Marta, tu fai un secondo “lavoro” bellissimo, e sono davvero contenta di poterne finalmente parlare con te. Lavori già da parecchi anni presso lo sportello antiviolenza dell’AIED, a Novara, l’unico centro antiviolenza dell’associazione.  Raccontami come funziona.

È principalmente uno sportello d’ascolto, che lavora in sinergia con il CAV (Centro Anti Violenza) gestito dal comune, a cui compete poi l’effettiva messa in protezione delle donne, perché banalmente è l’unico che ha i fondi per farlo. All’AIED arriva solo una piccolissima parte dei soldi stanziati dalla regione e naturalmente non sono mai sufficienti. Noi siamo 5 operatrici di sportello, di cui una assistente sociale (l’unica retribuita) e due psicologhe. Abbiamo un telefono, al quale siamo reperibili tutto il giorno, che teniamo a turno, mentre siamo raggiungibili fisicamente il lunedì dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 e giovedì dalle 9 alle 12, solitamente su appuntamento. 

C’è inoltre un numero nazionale, il 1522, che dà alle donne i riferimenti della zona, che può attivare comunità o gli alloggi del comune. Per quanto riguarda noi, la donna ci contatta e noi ci occupiamo di ascoltare le sue necessità per fare poi una valutazione sulla gravità della situazione e stabilire un piano per andare in contro alle sue esigenze e problematiche. Chiediamo alle nostre assistite quali siano le loro aspettative in merito a questi incontri, se vogliono mettere sé stesse e i figli al sicuro, se vogliono separarsi, o solo essere ascoltate. Si può poi continuare ad offrire uno spazio di ascolto, un aiuto psicologico o un aiuto legale, naturalmente gratuiti. In alcune occasioni riusciamo a creare un gruppo di auto mutuo aiuto, in cui le donne si confrontano e si supportano vicendevolmente, mediate dalla psicologa. In casi gravi, ci si rivolge alle forze dell’ordine, agli assistenti sociali o al CAV, che si attiva per la messa in protezione, attraverso alberghi momentanei, comunità o alloggi. 

Spesso vengono familiari o amiche a richiedere il nostro aiuto, ma abbiamo bisogno che sia la vittima a contattarci, altrimenti abbiamo le mani legate. Solo in caso di minori possiamo pensare di fare una segnalazione immediata agli assistenti sociali, che hanno poi la facoltà di intervenire. 

L’associazione è di per sé un consultorio, questo ci permette di auto-sovvenzionarci, in parte, ma anche di mantenere un profilo basso (non c’è scritto da nessuna parte che lì si trovi uno sportello antiviolenza). Questo consente alla donna di recarsi da noi in tutta tranquillità, anche nel caso venisse “controllata” dal marito/compagno. 

L’obiettivo principale per tutto il tempo in cui abbiamo in carico una donna vittima di violenza è, una volta garantita la messa in sicurezza, il suo EMPOWERMENT, ovvero la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale.

(Immagine dal Web)

Cos’è davvero la violenza sulle donne? Quando si pensa a questo si pensano a clamorosi fatti di cronaca, a donne picchiate, a ossa rotte e occhi neri.

Per spiegarlo con “leggerezza” diciamo, consiglio sempre di vedere il film “TI DO I MIEI OCCHI” di Iciar Bollain perché te lo fa capire prima attraverso le emozioni e poi sul piano razionale. E credo sia importante. Eliminare i pregiudizi per capire a fondo. 

La donna subisce violenza quando le viene esercitato potere, controllo, prevaricazione, quando viene agito l’annullamento della persona con superamento dei limiti e quando vi è squilibrio delle posizioni. La violenza domestica è ogni tipo di violenza fisica, psichica, economica e sessuale all’interno di una relazione affettiva attuale o passata. La violenza psicologica, il ricatto emotivo, le intimidazioni sono forme di violenza altrettanto pericolose della violenza fisica, perché minano l’autostima, l’identità, la personalità della vittima.  È un’azione reiterata nel tempo che porta la vittima ad una condizione di instabilità emotiva e mentale. Si basa su tecniche, spesso inconsce ma ben precise, di oppressione, privazione di potere, isolamento del partner da altri legami significativi e supportivi, costante svalutazione, derisione, gelosia, minacce ripetute di abbandono e annullamento. Si arriva a creare un vero e proprio clima di terrore (correlato ad un’alta percentuale di suicidi). La vittima cade gradualmente in una spirale di violenza che parte dall’intimidazione e dal controllo, si evolve nella svalorizzazione e nella segregazione, fino all’aggressione fisica e sessuale, per poi avere la riappacificazione (chiamata anche luna di miele) spesso innescata dalla minaccia della vittima di andarsene, e che passa inevitabilmente attraverso il ricatto dei figli. Si chiama ciclo della violenza perché ha una natura ripetitiva, in cui la fase ‘luna di miele” dura sempre meno perché il maltrattante teme l’abbandono, ed in effetti, è il miglior momento per la vittima per chiedere aiuto . 

Agita prevalentemente dagli uomini, è una delle più frequenti violazioni dei diritti umani presente in tutti i paesi, culture, etnie, classi sociali, livelli culturali e di reddito e fasce di età. Dal 20% al 50% delle donne ha subìto una qualche forma di violenza da parte di qualcuno dei componenti della cerchia familiare. Troppo spesso la violenza domestica non viene denunciata né documentata per diversi motivi, tra cui le convinzioni culturali, la paura delle ritorsioni, ma anche a causa di operatori non adeguatamente formati per registrare i dati in maniera conforme.

Chi si rivolge al vostro sportello? Qual è il profilo della donna vittima di violenza? E quale è il profilo del maltrattante? Quanta consapevolezza c’è dietro a ciascun ruolo? 

Allo sportello si rivolge una media annuale di 60 donne, quasi tutte del novarese. Hanno un’età media compresa tra i 45 e i 50 anni, di etnie diverse e che arrivano da contesti culturali ed economici molto diversi. Ci arrivano donne italiane come donne straniere, in egual misura e quasi tutte hanno figli. In comune hanno tanti anni di isolamento, denigrazione e sensi di colpa. La vittima vive in uno stato di tensione costante perché quello che all’inizio poteva sembrare l’uomo perfetto si trasforma in un trappola fatta di violenza inaspettata, perpetrata da colui che ha scelto la vittima come compagna di vita e sostiene di amarla.

La vittima sperimenta negli anni un crescente senso di inadeguatezza e di disorientamento, che non le permette di fronteggiare in maniera congrua i maltrattamenti, né di sottrarsi alla minaccia di violenza perpetrata costantemente dal partner. La teoria dell’attaccamento di Bowlby e gli approfondimenti sulle funzioni metacognitive contribuiscono a chiarire come la spirale, di cui abbiamo parlato prima, diventi stabile nel tempo e come le emozioni disfunzionali non regolate, tipo la rabbia e la paura, costituiscano i denominatori comuni nei legami di coppia violenti, a prescindere dalla storia di vita e dalle caratteristiche dei partner. La spirale della violenza è dominata dal senso di impotenza della vittima rispetto alla possibilità di modificare la situazione e di uscirne. La teoria dell’attaccamento evidenzia quanto la relazione violenta sia caratterizzata dal fatto che le vittime si sentano spesso legate ai loro partner abusanti. Sono le stesse situazioni di pericolo e paura ad attivare paradossalmente il sistema di attaccamento creando legami forti, anche quando la figura dell’attaccamento è la fonte stessa di minaccia. La vittima sente di non poter ricevere un trattamento migliore in altre relazioni e finisce per incolparsi dell’abuso subìto. Si crea una dipendenza che genera ansia nei confronti della separazione. C’è una grande difficoltà che non viene mai percepita dall’esterno. Molto spesso neanche i genitori o gli amici sono consapevoli di ciò che accade nell’ambito familiare della vittima. E quando c’è un tentativo di richiesta di aiuto spesso viene preso sottogamba, sminuito o addirittura la vittima rischia di essere accusata di essere “eccessiva”. Purtroppo le evidenze italiane parlano di una quota significativa di violenza familiare che resta in ombra, che non viene denunciata alle autorità e non conduce ad una richiesta di aiuto. Un fattore importante da considerare è la prevenzione : la possibilità di individuare il rischio di violenza nelle relazioni di coppia è nevralgica in quanto il fenomeno sta rappresentando una vera e propria emergenza sociale. 

Lo scopo principale dei maltrattanti è il totale controllo della donna. La violenza nasce da emozioni disregolate , carenza nella capacità di mentalizzazione e sintonizzazione. Le radici della distruttività vanno cercate nel fallimento della funzione difensiva dell’aggressività e nella fragilità del sé,  che può dar luogo a comportamenti violenti verso le parti vissute come minacciose. Ne deriva una perdita della capacità riflessiva, ovvero che considera l’altro come persona in grado di provare effettivo dolore o sofferenza psichica e/o fisica. In questa condizione il controllo degli impulsi aggressivi, che deriva in buona parte dallo sviluppo di capacità empatiche e di identificazione, viene annullato. 

Da questo puoi facilmente dedurre quanto in realtà manchi la consapevolezza in entrambi i casi.

Esiste un centro a Torino, che si chiama “Il Cerchio Degli Uomini” che offre una sorta di prevenzione della violenza domestica, ma come puoi immaginare l’affluenza è nettamente inferiore rispetto al corrispettivo femminile. E la partecipazione è assolutamente volontaria. Quando invece bisognerebbe fare molta più prevenzione, partendo soprattutto da alcune categorie sociali, prettamente maschili e che sono in possesso di potere e armi. La sensibilizzazione e l’educazione alle emozioni fin dall’infanzia sono strumenti fondamentali in questa battaglia. 

Prima hai detto che quasi tutte le donne che si rivolgono allo sportello hanno figli. So bene che questo è l’argomento che più ci sta a cuore. Nell’immaginario collettivo i figli sono quella cosa che va accudita e protetta dai mali del Mondo. Come crescono questi bambini? 

Nel caso dei bambini si parla di violenza assistita intra-familiare, che è l’esperienza di qualunque forma di maltrattamento (fisico, verbale, economico, sessuale) subita da una figura affettivamente significativa (genitori, fratelli, nonni…). Può essere diretta, e vedere il bambino presente agli episodi di violenza, o indiretta, in cui il bambino ne percepisce gli effetti attraverso i segni fisici o comportamentali (paura, ansia, panico). I bambini, nel vedere i genitori, o le figure di riferimento, da cui dipendono, provano disorientamento e paura. Perché hanno, da una parte, una figura minacciosa e violenta e dall’altra disperata, impotente e spaventata. Questi bambini non impareranno a gestire le loro emozioni in maniera corretta, penseranno che sia normale subire minacce, violenza e disprezzo e dunque diventare a loro volta adulti violenti o al contrario sottomessi. Impareranno a minimizzare la propria sofferenza perché sentono di non poter chiedere aiuto ai genitori. 

Per analizzare questo dobbiamo pensare prima a tutte le conseguenze negative che la donna deve affrontare: traumatizzazione cronica, sindrome da stress post traumatico e la compromissione delle capacità di accudimento della prole e di attenzione ai loro bisogni. 

E, sebbene le madri si preoccupino sempre che i figli non si accorgano delle violenze, vengono giocate da numerose emozioni negative, come sensi di colpa, vergogna, rabbia, paura, umore depresso, innescando in un secondo momento meccanismi di distacco dal proprio sentire, e diventando, anche con i figli insensibili, estraniate dagli altri e disinteressate. Vivono però in uno stato fisiologico di costante vigilanza e allerta e sono ipersensibili ai segnali di pericolo, rischiando di sviluppare reazioni di rabbia a fronte di stimoli lievi.

Un attaccamento sano con il caregiver è importante per lo sviluppo delle capacità fisiche e mentali dei figli. Determina la fiducia negli altri, regola le proprie emozioni, permette di interagire in maniera adeguata con il mondo  e permette di prendere consapevolezza del proprio valore come individui. In situazioni di violenza domestica, le figure di attaccamento sono instabili, imprevedibili o addirittura minacciose. Il bambino sente che non può fare affidamento su di esse, che dipende, per la sopravvivenza, da figure che sono una minaccia per la sua salute mentale e fisica e non ha modo di sottrarsene. Sviluppano strategie mentali intense per superare il paradosso e la paura costante.  

Durante la crescita si può sviluppare una sintomatologia più o meno grave, che comprende disregolazione delle emozioni (incapacità di tollerare, modulare o superare emozioni negative come paura, rabbia e vergogna), problemi nella regolazione delle funzioni corporee (disturbi del sonno e dell’alimentazione, iperreattività o bassa reattività agli stimoli circostanti e difficoltà di adattamento ai cambiamenti, sintomi dissociativi e bassa consapevolezza del proprio corpo, problemi somatici (mal di testa), difficoltà nel riconoscere e descrivere le emozioni (soprattutto in età adolescenziale), ridotto controllo degli impulsi, mancanza di attenzione, condotte aggressive, costante stato di allerta (ma ridotta capacità di identificare correttamente ed evitare il pericolo), comportamenti di autoconsolazione o autolesionismo, disturbi nella percezione del sé e nelle relazioni ( sentimenti di vergogna cronici, odio verso se stessi, sfiducia, diffidenza e timore verso gli altri e tendenza all’isolamento sociale). Sì possono addirittura avere regressioni a precedenti stati di sviluppo.

Non fatico ad immaginare le difficoltà a cui andate in contro in questa vostra missione, dalla mancanza di risorse, alla burocrazia, all’aspetto umano ed emotivo, con chi si presenta allo sportello e con chi non dà il giusto valore al vostro lavoro. Ci va sicuramente una grande motivazione per andare avanti, considerando anche che il ritorno economico è inesistente nella maggior parte dei casi, dato che parliamo di volontariato, e assolutamente inadeguato come lavoro remunerato. 

È un lavoro frustrante in effetti, con rare, ma importanti soddisfazioni. Ti ritrovi a fare i salti mortali tra raccolte fondi e burocrazia, e dopo tanta fatica, noi e queste donne ci vediamo sbattere pure delle porte in faccia. Affrontare processi infiniti. Aspettare l’intervento degli assistenti sociali che sono oberati di lavoro e ai quali manca la specificità necessaria. Non dico niente di nuovo quando sottolineo l’importanza di snellire alcune procedure. Alle volte è di vitale importanza. Pensa ad una donna, che dipende economicamente dal marito, come la maggior parte delle donne vittime di violenza, che ha bisogno di una consulenza legale per sporgere denuncia contro il marito e deve prima andare a fare l’ISEE. Laddove è possibile infatti cerchiamo di indirizzarle verso la separazioni civile, sempre sostenute da una consulenza legale gratuita, perché attraverso la denuncia e i processi si inizia un percorso troppo lungo e complicato, soprattutto per un soggetto fragile. Non molto tempo fa si è rivolta a noi una giovane donna del Congo, che doveva divorziare dal marito e che aveva ancora le carte del matrimonio nel suo villaggio, custodite dal “santone”. Nel mentre lei era in Italia, a vivere in una casa con i bambini e il marito chiuso a chiave in una camera, che le lasciava il frigo vuoto, non le dava soldi per comprare cibo o pannolini per i bambini. Per risolvere situazioni così, devi poterti affidare a tutta una serie di servizi che devono funzionare. 

25 novembre, La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ne vogliamo parlare? 

Sarebbe un evento meraviglioso, se si facesse meno politica e si pensasse in modo più pratico e propositivo. Per esperienza personale ti posso dire che è davvero inconcludente. Che poi parlarne possa essere una campagna di sensibilizzazione va bene, ma le organizzazioni che si occupano davvero di difendere e sostenere le donne, con migliaia di volontarie, hanno bisogno di fondi, di aiuti concreti, di una gestione più oculata del soldi , che spesso vengono fatti figurare in cose inesistenti. C’è bisogno di formazione, sia sul campo, sia per essere più efficienti nel presentare richiesta per i fondi Europei (conoscere i bandi, poter presentare dei progetti ben strutturati, utilizzare poi i fondi in maniera ottimale). 

Questo è il numero di Condivisione Democratica con il quale si chiude l’anno e, come ogni anno, questo è il momento di bilanci e di buoni propositi e – per alcuni soprattutto – quello degli Oroscopi.

Questo numero è dedicato alla mancanza di pregiudizio, lo so benissimo, ma in effetti quale modo migliore di raccontare il pregiudizio se non immergendosene dentro? E gli oroscopi sono la summa del pregiudizio! 

Tutto, per gli oroscopi, è in qualche modo premeditato, ognuno di noi, in qualche modo, è predestinato a comportarsi in un certo modo, seguendo le indicazioni del proprio segno zodiacale: per chi ci crede, è sufficiente conoscere il giorno di nascita – e per i più fini anche l’ora di nascita – per avere una valutazione dell’animo umano di chi è di fronte, conoscerne le propensioni e le peculiarità personali.

Per preparare questo oroscopo mi sono documentato, ho studiato il piano astrale e cercato di comprendere bene gli influssi dei vari astri sulla psiche e sul destino umano.

Questa, in sintesi, la mia previsione astrologica per i vari segni zodiacali per il 2022. Un Oroscopo scritto da chi non crede negli oroscopi.

Vogliamo provare a capire se funziona? Proviamo a vedere se ho indovinato il vostro futuro fra sei mesi o un anno!

ARIETE

Ariete è il segno che più di altri è governato da Marte, dall’influsso combattivo e ostinato del Pianeta Rosso, ma anche dal Dio della Guerra. Dio della Guerra, ma capace di dare passioni travolgenti.

Il 2022 sarà un anno importante, di passaggio, di lavoro preparatorio ma con tante soddisfazioni sul lavoro. La pazienza sarà la dote richiesta principalmente. Tra Gennaio e la prima metà di Febbraio si vedranno i risultati del lavoro fatto nel frattempo che poi ripartiranno verso Dicembre in ottica del nuovo anno. Nel mezzo, un’estate coperta da Giove che darà un pò di soddisfazioni per lo studio e la programmazione della professione, con una strizzatina d’occhio ai sogni, ai progetti e alla fortuna, che può arrivare ad Agosto.

Tanta pazienza e si vedranno i frutti.

TORO

Nel 2022 un occhio particolare alle cose pratiche, alla concretezza, al lavoro e agli affetti consolidati. Non ci saranno passioni travolgenti, ma la scoperta – o la riscoperta – di affetti genuini e profondi. Ma a guardare le influenze di Venere e Marte che danzano sui vari quadranti, ci saranno situazioni particolari diverse volte (Febbraio, Aprile, Giugno e ad Agosto) e occasioni da prendere al volo. Da Agosto in poi, tanta attenzione alle cose pratiche sul lavoro, per il forte influsso di Giove.

Un buon lavoro, a testa bassa.

GEMELLI

Non sarà semplice aspettare, ma da Agosto in poi, Giove cambierà l’impressione data fino a quel momento e le cose inizieranno a girare per il verso giusto: Saturno farà cadere qualche regola (qualche senso di colpa?), Marte metterà nuova forza e nuova energia (Inizia a programmare le vacanze, perché saranno molto rigeneranti!) tanto sulle cose pratiche del lavoro, quanto nelle passioni che saranno solide e brucianti. La Luna, l’astro che più di tutti porta all’introspezione, ai racconti notturni, farà visita a Marzo e Settembre, per giudizi importanti.

Una liberazione e nuove opportunità.

CANCRO

Anno di lavoro duro, il 2022 per il Cancro, con Giove che in trigono da una forte influenza da Gennaio a Maggio e poi da Ottobre fino a fine anno, quindi un bel pò di tempo a disposizione per progetti e per raccogliere i frutti di quello che si fa. Estate fiacca sul lavoro ma interessante per i progetti in due da Giugno fino a fine Luglio, dopo un inizio di anno non proprio esaltante. Un Compleanno non scoppiettante, insomma, ma con belle soddisfazioni.

Tempo per nuovi progetti.

LEONE

Con il 2021 si chiude un capitolo faticoso, con poche emozioni. Giove smette di essere in opposizione mentre Saturno rimane ostinatamente contrario, complicando e rallentando i rapporti importanti, lasciando spazio a piccole distrazioni negli affari di cuore. Forse da Agosto in poi, Marte potrà dare nuova energia, capace di far superare le difficoltà.

Sul lavoro però finalmente qualcuno prenderà l’iniziativa, mettendo a frutto promesse fatte da tempo, ma attenzione: Mercurio sarà capace di giocare brutti scherzi e bisogna mettere a freno le parole tra maggio e giugno.

Energie per una costruzione elaborata.

VERGINE

Un anno segnato da Giove: lui porterà buone notizie per iniziative sul lavoro (tra maggio e luglio) alle quali darete un apporto controllando o supervisionando, sempre lui porterà occasioni per il cuore nei primi 5 e negli ultimi 3 mesi dell’anno. Ma a complicare le cose ci sarà Marte che da agosto metterà alla prova la vostra pazienza. Cercate di sfruttare il brevissimo tempo che Venere e Mercurio daranno nei primi tre mesi per sedurre: Mercurio è il messaggero degli Dei, con le ali ai piedi.

Cogliete il momento propizio senza esitazioni e poi costruite per bene.

BILANCIA

Il 2022 non sarà un anno eccezionale per gli amici della bilancia ma i primi mesi saranno davvero molto interessanti, perché permetteranno di disinnescare potenziali problemi: un dettaglio o una piccolezza tra Gennaio e Marzo potrebbe non sfuggire all’occhio attento di Giove in trigono.

Attenzione alle tensioni del cuore a Giugno, perché se superate bene, da Agosto ne vedrete i benefici, con Mercurio che a fine Settembre potrebbe accorciare distanze esistenti.

Occhio ai dettagli.

SCORPIONE 

Marte, vostro astro ispiratore, vi dona combattività e sensualità e quest’anno non sarà da meno. Nei primi 3 mesi Venere vi darà fascino per nuove conquiste o nuova linfa nei rapporti consolidati. Nel lavoro un po’ di sana conflittualità dialettica che vi darà modo di mettere in evidenza il vostro impegno, ma attenzione a non cadere nella polemica. La luna di febbraio suggerisce di verificare dei bilanci, o lo stato di avanzamento di lavori, mentre quella di fine luglio di tirar fuori le energie per cambiare qualcosa.

La consapevolezza di cambiare qualcosa e di valutare le proprie forze.

SAGITTARIO

Un anno intenso, faticoso, burrascoso, di cambiamento per gli amici del Sagittario. Fino a Maggio grande confusione tra cambi di rotta repentini dovuti al veloce Mercurio che farà andare sull’ottovolante l’umore, il lavoro e il cuore. Da metà Maggio a metà Ottobre grandi passioni e grande fantasia, grande creatività ma attenzione a Marte che da Ferragosto renderà tese tutte le intese a due e toglierà molte energie ma non la voglia fare bene.Attenzione ai noviluni di fine Maggio e di fine Novembre, ci sono novità.

Imparate a riconoscere i momenti propizi per sfruttarli nei momenti dissonanti.

CAPRICORNO 

Il 2022 inizia decisamente con il piede giusto regalando agli amici del capricorno un tempo importante per i sentimenti e anche per il lavoro, peccato poi si perda da marzo fino a fine ottobre. Fate subito incetta per consolidare il vostro rapporto. Tra Giugno e Settembre alcune sfide sul lavoro da cogliere rapidamente, senza tirarvi indietro. 

Attenzione a gestire le vostre energie dopo le vacanze perché sarà più difficile recuperare gli sforzi fisici.

Attenzione alle parole, ché non volano e possono essere pesanti.

ACQUARIO 

possiamo dirlo sicuramente il 2022 non sarà affatto un anno brutto per il Capricorno, anzi. Capirá come amarsi, fin dei primi mesi del nuovo anno, solo così si potranno avere rapporti schietti e solidi sia in amore che sul lavoro. Mercurio darà una mano a risolvere dei piccoli problemi a febbraio giugno e settembre. Dal 21 agosto Marte darà una mano per valutare le azioni migliori e darvi coraggio e determinazione.

Libertà di fare, e anche di sbagliare.

PESCI

Sembra proprio che il 2022 sarà un anno particolarmente fortunato per gli amici dei pesci. Mercurio Semplificherà lo stare insieme nei primi di marzo nella seconda metà di aprile e poi luglio, ma attenzione da Agosto, dal 21, perché Giove sarà in opposizione tanto da rendere difficili anche situazioni apparentemente semplici nelle mura di casa. Cercate quindi di dare il vostro meglio entro la metà di maggio in modo da sfruttare questo cielo particolarmente fortunato senza tralasciare occasioni.

Tanta fortuna, ma in breve tempo: la capacità di cogliere le occasioni, e di crearle.

Le statistiche ufficiali dipingono una realtà assai preoccupante. D’altronde, è in atto un cambiamento culturale lento ma, a quanto pare, inesorabile. Prova di ciò sono le diverse iniziative intraprese negli ultimi anni per contrastare il fenomeno: dalla scuola al quadro normativo di riferimento e perfino alla raccolta unificata dei dati mirata all’attuazione di politiche informate. Ne abbiamo parlato con la dott.ssa María Soledad Balsas, ricercatrice al Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET).

La violenza sulle donne è purtroppo un fenomeno molto diffuso a livello mondiale che però può assumere diverse caratteristiche a seconda dei contesti socioculturali. Qual è la situazione in Argentina?

Il tema della violenza sulle donne in Argentina ha acquisito molta visibilità sociale, soprattutto negli ultimi anni. Le donne possono essere vittime di diversi tipi di violenze: sia fisica che psicologica, a scopo sessuale oppure economica e patrimoniale e addirittura quella simbolica. Nel 2020, l’ammontare delle vittime dirette di femminicidi, l’espressione più estrema di ogni forma di violenza contro le donne, sono state complessivamente 250, ovvero 1,09 persone ogni 100.000 femmine. Nelle statistiche vengono considerate donne, travestite e transessuali. Si tratta per lo più di persone tra i 35 e i 44 anni d’età che sono state uccise spesso dai propri partner oppure dagli ex partner. Nel 86,05 per cento dei casi erano persone che avevano bambini e/o adolescenti a carico. 

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Tra il 2013 e il 2018, sono state identificate 242.872 donne sopra i 14 anni che si sono rivolte ai servizi sociali, alla polizia, alla giustizia, e al pronto soccorso in qualità di vittime di violenza di genere. Nel 86 per cento dei casi vengono identificate appunto come vittime di violenza psicologica, intesa come il danno emotivo oppure il venir meno dell’autostima per via di minacce, umiliazioni di ogni tipo e perfino l’isolamento. Particolarmente rilevante risulta la situazione delle donne al di sopra dei 50 anni, che nel 48,2 per cento dichiarano subire violenza da parte dei propri figli. Nel 97,6 per cento dei casi segnalati la violenza contro le donne accade in ambito domestico. 

Cosa è stato fatto per ribaltare queste cifre drammatiche?

-immagine dal Web

Per contrastare questi dati, sono state intraprese diverse iniziative che puntano a garantire la parità di genere in diversi ambiti. A livello istituzionale, negli ultimi 15 anni sono state approvate diverse leggi con evidente prospettiva di genere, l’ultima di cui è stata quella sull’aborto, passata a dicembre scorso. Un’altra legge (27.452/2018), d’importanza strategica secondo me visto l’ammontare di vittime a carico di minorenni, stabilisce un compenso economico pari a una pensione minima per i figli e le figlie delle vittime di femminicidio. Si conosce come “legge Brisa”. Brisa Barrionuevo aveva 3 anni quando sua madre, Daiana Barrionuevo, è stata ammazzata da suo padre e buttata al fiume, delitto per cui è stato condannato all’ergastolo. Sua zia si è fatta carico di Brisa e di altri due suoi fratelli. Ma avendo già tre figli non era facile per lei provvedere economicamente. Da questo caso è nata l’iniziativa legislativa.

Poi, la cosiddetta “legge Micaela” (27.499/2019), una giovane di 21 anni, attivista del movimento femminista “Ni una menos”, che è stata uccisa da un uomo condannato in precedenza per due violenze sessuali e reso libero, scatenò un intenso dibattito sociale sulle responsabilità dello stato in merito. Da questo dibattito è sorta questa iniziativa legislativa che prevede corsi di formazione obbligatori per i dipendenti pubblici appartenenti ai tre poteri dello Stato, sia per conoscere il quadro normativo di riferimento che per diffondere buone pratiche amministrative che riguardano la violenza di genere e il ruolo della donna nella società in generale. 

Un altro punto di svolta a livello istituzionale è stata l’approvazione nel 2006 della legge 26.150 che prevede nei diversi livelli del sistema educativo, dalla scuola dell’infanzia in poi, degli spazi formativi che promuovano la cura del proprio corpo, la consapevolezza sulla natura dei rapporti interpersonali, i diritti sessuali e riproduttivi, gli stereotipi di genere, ecc. Questa iniziativa rientra nell’ambito dei diritti dei bambini, le bambine e degli adolescenti. Così si punta su un cambiamento culturale a lungo termine i cui primi risultati incominciano a intravedersi tra le nuove generazioni. 

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A Suo avviso, il disagio socioeconomico può essere una chiave per interpretare questo fenomeno?

Infatti, si tratta di una realtà che tende a colpire le aree più povere ma, va anche detto, non in maniera esclusiva. L’anno scorso, ad esempio, l’opinione pubblica è rimasta sconvolta dall’uccisione di Silvia Saravia (69) in Neuss, una donna di alta società che è stata ammazzata dal marito Jorge Neuss (72), un noto imprenditore che si è suicidato poco dopo. E’ significativo notare il trattamento che questo caso ha avuto nei media argentini con relazione ad altre vittime di violenza di genere. A differenza dei connotati sessuali che presentano le uccisioni di donne di classe media e bassa, in questo caso la vittima è stata resa piuttosto invisibile, mettendo in evidenza un certo “patto di silenzio di classe”.

Come ha inciso la pandemia nella situazione che Lei descrive?

Il tasso di vittime dirette durante il confinamento è rimasto alquanto inalterato con relazione agli anni precedenti. Non vi sono ancora a disposizione dei dati per tracciare un quadro articolato. Ma possiamo avanzare qualche ipotesi. Il lockdown ha significato per molte donne, sia in Argentina che altrove, dei passi indietro nelle proprie autonomie. Rinchiuse in casa e oberate di lavoro, molte donne ci siamo ritrovate di fronte a situazioni che possono aver restituito certo senso patriarcale di controllo ai maschi che, non vedendo la loro posizione domestica di potere minacciata, avrebbero fatto meno ricorso alla violenza per assoggettare le donne. E’ ben noto, almeno in Argentina, che sono state soprattutto le donne ad assumere i compiti domestici e la cura della famiglia, ad agevolare la frequentazione scolastica dei figli in modalità DAD, oltre che compiere coi propri obblighi lavorativi. Questa situazione avrebbe indebolito la posizione oggettiva di molte donne, sia all’interno della propria famiglia che in ambito sociale. 

Il movimento Non una di meno è arrivato perfino in Italia. Di cosa si tratta?

Il movimento femminista “Ni una menos” è nato in Argentina nel 2015 per contrastare appunto i femminicidi, fa parte di una rete internazionale che lotta e manifesta contro le disuguaglianze di genere a 360 gradi. Viene definito come un movimento storico che si inserisce nella tradizione degli Encuentros Nacionales de Mujeres (dal 1986), la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto legal, seguro y gratuito e la lotta che tengono da più di 40 anni le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo

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Infine, cosa rappresenta il fazzoletto verde?

Il fazzoletto verde è nato per identificare la lotta per l’aborto in Argentina e in America latina, ed è riconosciuto ormai in diversi Paesi. La scelta del fazzoletto come accessorio di moda per rendere visibile questa richiesta non è casuale: può essere ricollegata al fazzoletto bianco che dal 1977 ha contraddistinto la richiesta di memoria, di verità e di giustizia portata avanti coraggiosamente da un gruppo di donne che, in piena dettatura militare, si riuniva di fronte alla casa di governo per scambiare notizie sui propri figli-e desaparecidos

Grazie dell’attenzione.

Grazie a Lei.

Può una semplice passeggiata per il centro di Bologna, trasformarsi in un complesso dialogo interiore, un po’ conflittuale un po’ metaforico, che possa essere traslato in un articolo per Condivisione Democratica? Sì, il momento che il filo conduttore di questo numero è: pregiudizio, incapacità di riconoscere l’altro, sostegno agli emarginati. Intanto, cosa ci faccio a Bologna? Una partecipazione in qualità di attrice, ad una serie tv. E il dilemma da cosa nasce? Per quanto sia precario ed incerto, quello dell’attore, rimane uno di quei mestieri in cui, per dire delle battute in modo credibile e muoverti con disinvoltura davanti ad una macchina da presa, sei omaggiata, coccolata e riverita. In un giorno guadagni quasi una mensilità di un lavoro normale e in più fai il lavoro più bello del mondo, almeno secondo me. Il primo senso di disagio lo provo già semplicemente nell’affacciarmi alla finestra del mio hotel, con vista sulla piazza della stazione. Fa un freddo cane, ma io sono a maniche corte, che spreco, 22 gradi davvero non sarebbero necessari. Guardo i passanti tutti incappucciati, penso alle persone che non hanno un riparo.

Immagine dell’Autrice

Prima di andare sul set ho qualche ora libera, decido di fare una passeggiata verso il centro. Cammino sotto gli innumerevoli colonnati, affascinanti quanto luogo prezioso e rifugio dalla pioggia per i senzatetto.  Vedo un primo povero, sistemato tra i suoi stracci a terra, con il suo piattino per le elemosina. Senza pensarci, raggiungo in fondo alla borsa gli spicci che ho e glieli porgo. Un uomo abbastanza giovane e molto grasso. Procedo poche decine di metri e vedo una donna, non vecchia e non grassa, che chiede anche lei le elemosina. Mi pento di aver dato gli spicci che avevo al signore precedente, solo perché grasso. Che stupido pregiudizio… poi arriva un signore di colore, riesco a trovare ancora qualche moneta, a lui non posso resistere. Sono vittima di un “razzismo al contrario”, ho quindi una tendenza innata a prendere le parti degli Africani. Anche questo un pregiudizio, no? Procedo verso la piazza principale e noto una situazione che mi porta all’argomento “incapacità di riconoscere l’altro”: una ragazza Europea, forse Italiana ma comunque bianca, è accovacciata intenta ad eseguire un’opera pittorica sul pavimento. Ha accanto un piattino per le offerte. Nel mentre mi rammarico di non poter darle un sostegno, noto un giovane credo del Bangladesh che, con un grande sorriso, ripone dei soldi nel piattino. Lo osservo mentre si allontana, magari verso la sua attività, il suo negozio o il suo ufficio, quello che sia.

Immagine dell’Autrice

Normalmente ben vestito, ha un passo deciso e soddisfatto: chissà quante ne ha passate, chissà se anche lui ha dovuto chiedere l’elemosina prima di poter trarre gioia nel farla a chi ora ne ha bisogno. Ecco, mi sono domandata, nel dialogo interiore che ha accompagnato i miei passi tra i vicoli, come questa stessa scena potrebbe essere interpretata in diverso modo a seconda dei nostri pregiudizi, di come riconosciamo l’altro, di come lo vediamo, di come siamo disposti a sostenerlo o ad emarginarlo. Io ho trovato questa scena semplicemente bellissima. Lascio a voi immaginare invece, come gran parte della gente avrebbe commentato, con le solite stupidaggini –  gli stranieri ci rubano il lavoro –  e simili. Sono giunta proprio in vista del palazzo su cui sono affissi da tanto, troppo tempo, i manifesti di denuncia sul caso Regeni e per la libertà di Zaki. Ora che, la meravigliosa notizia che Patrick è stato scarcerato, che la nostra preghiera collettiva si è trasformata in realtà, ecco che penso agli emarginati criminalizzati, i detenuti senza titolo, i perseguitati per un ideale. Il nostro Patrick Zaki, forse e mi auguro, avrà la forza in futuro, quando sarà davvero emerso dall’inferno in cui lo hanno gettato, di dar voce alle troppe persone che sono ancora private della libertà e combattere contro le ingiustizie di cui lui è stato vittima. Sarebbe una sorta di consacrazione della sua dura esperienza. Scommettiamo che lo farà?