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Avendo accesso potenzialmente ad una infinità di informazioni, ci sentiamo forti di saper distinguere la realtà dalla finzione. Si parla spesso di “Fake news”, di disinformazione, di manipolazione della realtà, di propaganda politica e forse abbiamo iniziato a capire che se “c’è scritto sul giornale” questo non vuol dire che sia la verità.
Abbiamo compreso che nel mondo ci sono persone che manipolano i “fatti” per farli leggere in modo distorto e mostrare agli altri una “realtà diversa”. Già nel suo “L’Arte della Guerra” Sun Tzu (e siamo nel quarto secolo prima di Cristo) sintetizzava che “La guerra si fonda sull’inganno” e forse in questi anni – in questi mesi in particolare – più che in altri ci rendiamo conto di quanto possiamo essere preda di questa “arte” della manipolazione.
Complici eventi terribili e spaventosi abbiamo capito quanto questioni politiche, sociali o anche scientifiche, possano essere alterate dalle capacità retoriche di alcuni personaggi, e quanto possiamo essere influenzati dalle manipolazioni emotive.
Ecco.
Quanto riconosciamo questo comportamento nel dibattito pubblico? Quanto, leggendo queste poche frasi, ci sono venuti in mente personaggi e situazioni che abbiamo letto sui social network o visto in TV?
Ma che succede se questa “arte della guerra” ce la ritroviamo tra le quattro mura di casa? Siamo davvero capaci di individuarla, di gestirla?

Assertivamente” è il nuovo libro di Giusy La Piana e tratta la comunicazione focalizzandosi sull’affermare del proprio punto di vista, senza cedere alle tecniche (consapevoli o meno che siano) adottate dalle persone che hanno uno spirito manipolatorio.
Ne parliamo con l’autrice in un clima molto cordiale e simpatico, tanto che in pochi attimi ci troviamo a darci del tu con una naturalezza incredibile.

Giusy La Piana è nata e vive in Sicilia. È autrice di saggi, testi teatrali, televisivi e musicali. Terminati gli studi liceali ha conseguito il diploma di Autrice presso il CET di Mogol e contestualmente ha intrapreso la carriera giornalistica. Dopo la laurea magistrale in Scienze della Comunicazione si è specializzata in Scienze Criminologico-forensi, Psicologia investigativa, giudiziaria e penitenziaria, Counseling e Coaching Skills. Ha condotto ricerche in pragmatica della comunicazione e su cultura, scrittura e strategie di comunicazione delle organizzazioni criminali. È socio professionista della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana. Tiene corsi sulla comunicazione interpersonale e professionale.

Tra i suoi libri: “Strategie di comunicazione mafiosa” (SBC 2010), “Fare del male non mi piace. La carriera criminale di Bernardo Provenzano” (Castelvecchi 2016) e “Se menti ti scopro. Manuale di Sopravvivenza nella giungla quotidiana della comunicazione” (Ultra 2018)

Domanda: Mi sono avvicinato a questo libro – lo dico senza parafrasi – con una certa ritrosia da una parte e un po’ di curiosità dall’altra, perché all’Assertività davo un connotato di prevaricazione, quasi di voler imporre il proprio punto di vista agli altri. Ma non è così. Cos’è l’Assertività?

Risposta: Essere assertivi è scegliere un cammino costruttivo ed improntato verso la libertà: la libertà di essere noi stessi, nella consapevolezza dei nostri diritti e delle nostre responsabilità, di fare scelte coerenti con le nostre intenzioni e il nostro sistema di valori, di agire per la nostra realizzazione senza prevaricare sugli altri e senza soffocare noi stessi.

Il sottotitolo di questo libro molto interessante è “Strategie di Comunicazione Interpersonale”. Quanto è importante essere assertivi in una discussione o in una relazione? Qual è il ruolo dell’assertività nel promuovere relazioni più sane e rispettose?

Il comportamento assertivo offre certamente numerosi vantaggi per migliorare la comunicazione interpersonale e stabilire sani confini a tutela e rispetto della nostra dignità personale e professionale. È un ottimo modo per prendersi cura delle nostre relazioni amicali, sentimentali e professionali. Assertività e cuore aperto mantengono in salute le relazioni, poiché le persone assertive sono in grado di assumersi la responsabilità dei propri sentimenti, belli o sgradevoli che siano, e di condividerli.

L’Assertività, dici nel libro, non fa “immolare l’anima alla divinità del compiacimento altrui”. E’ una visione davvero molto “potente” e forte. Anche perché questa divinità è una divinità a volte maligna, che ha un volto oscuro.

La compiacenza apre la porta all’infelicità ed è nutrimento per l’altrui arroganza. Sta a noi capire che alla fine di ogni processo, di ogni momento sfidante, arriva sempre l’opportunità per aggiungere un pizzico di consapevolezza in più rispetto al passato. È fondamentale chiedersi: “Cosa faccio ogni giorno di nuovo per provare a cambiare le cose?”. Possiamo creare nuovo benessere condiviso alzando la leva della compassione, della gratitudine e della gioia in modo da sfocare la tendenza tossica alle lamentazioni e alla rassegnazione.

Mi ha colpito molto che in parte questo libro è stato scritto come fosse un manuale. Ci sono nozioni teoriche, ma anche casi pratici ed esercizi per aiutare i lettori a sviluppare l’assertività. A chi può essere utile questo “manuale di comunicazione”?

Imparare l’assertività già da giovani rappresenta sicuramente un’ottima base di partenza per la propria qualità di vita. Questo libro è destinato a chiunque voglia mettere in azione il proprio potenziale. A chiunque attraverso una comunicazione costruttiva e proattiva voglia migliorare la qualità delle relazioni, superare momenti di crisi e conflitti sul fronte personale e professionale, coltivare una buona stima di sé, tutelare i propri valori personali e spazi esistenziali. A chiunque lavori nel campo delle relazioni: dagli educatori agli psicologi, dai medici ai manager, dai politici ai consulenti. L’assertività è utile pure per agevolare il dialogo tra genitori e figli, nelle dinamiche tra amici e tra colleghi, ma anche per imparare a dire no, a fare o ricevere critiche, per negoziare e per la realizzazione di obiettivi. Inoltre, visto che è in corso una verticalizzazione dell’odio online, con un incremento di messaggi carichi di intolleranza, discriminazione ed esclusione, è fondamentale imparare ad essere assertivi anche nelle nostre comunicazioni sui social.

Nell’ambito di una società in cui spesso prevalgono approcci comunicativi aggressivi, quanto può essere dirompente l’assertività per “rompere” il circolo di una comunicazione manipolativa?

L’aggressività distruttiva è uno dei volti della disistima di sé. Più l’assertività si diffonderà come stile comunicativo cui aderire naturalmente, meno bullismo attecchirà nelle scuole. Più abbracceremo l’assertività e più difficoltà avranno ad attuare le loro strategie i manipolatori, i prevaricatori e gli approfittatori che incroceremo.

Una delle tue specializzazioni professionali è in Criminologia. Ma quanto c’è di criminale nella manipolazione sentimentale che
si può avere in un rapporto di coppia?

La manipolazione riesce ad insinuarsi dove sono presenti mancanze, fragilità o paure. Il manipolatore per mantenere il suo potere spesso fa leva sul nostro senso di colpa. E più la manipolazione prende campo e più l’autostima di chi la subisce rischia di sgretolarsi. Anche in questo caso la pratica assertiva può aiutare a non perdere di vista se stessi e ad intraprendere le necessarie azioni di contro- manipolazione per ristabilire i giusti confini, prendere le legittime distanze e porre limiti alle pretese dell’altro. A conclusione di una delle presentazioni di Assertivamente, una ragazza si è avvicinata timidamente a me e ha detto: “Sono dentro una brutta situazione e non so come uscirne. Gli uomini che cercano di distruggere noi donne alla fine di cosa si nutrono? Quale sarebbe il loro guadagno?”. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime quando l’ho invitata a non cercare giustificazioni nei confronti di chi la starebbe maltrattando. E ho aggiunto che chi tenta di distruggerci si nutre proprio della nostra devastazione. Non la conoscevo ma ho riconosciuto il suo sguardo dalla vitalità appannata. Lo stesso che ho visto in decine di persone che erano impantanate in situazioni di dipendenza affettiva, in relazioni distruttive con partner manipolatori, sopraffattori, persecutori. Purtroppo nel nostro Paese c’è una guerra in atto da molti decenni ma di cui l’opinione pubblica si ricorda, per poche ore o giorni, giusto il tempo che si esaurisca la curiosità su tutti i dettagli emersi dopo l’ennesimo femminicidio. È una guerra che ammazza oltre 100 donne l’anno. A portarla avanti sono individui umanamente mediocri e mentalmente programmati alla pretesa di dover sottrarre ogni forma d’indipendenza alla donna che prendono di mira, che considerano come cosa da possedere, fino ad arrivare a strapparle anche l’ultimo refolo di ossigeno vitale. Bisogna ricominciare dalle basi: da “quell’ama il prossimo tuo come te stesso” inteso come profondo rispetto per se stessi e nei confronti di chi ci circonda.

Nei tuoi libri precedenti ti sei occupata del mondo criminale delle mafie. Qual è il grado di comunicazione manipolatoria che c’è all’interno del tessuto mafioso? Ti faccio la domanda perché è davvero sorprendente – come poi riporti nel sottotitolo di uno dei tuoi libri – che Provenzano, uno dei Boss più importanti di “Cosa Nostra” sostenesse che “non gli piace far del male”…eppure…

Ho iniziato a studiare sotto il profilo criminologico-comunicativo le strategie di comunicazione criminale circa 20 anni fa. Ogni volta che un laureando mi scrive per comunicarmi di aver utilizzato i miei libri per la sua tesi, ogni volta che altri autori mettono in bibliografia i miei lavori, mi rendo conto di aver seminato bene. La comunicazione della mafia è molto più di un linguaggio: non è solo un codice, è ragionamento, combinazione astrusa fra delirio e implacabile logica, fra paranoia e lucida razionalità. I parametri di moralità o di concezione di bene o di male che conosciamo e usiamo all’esterno dell’organizzazione criminale non sono applicabili al suo interno. Il mafioso non si percepisce dalla parte del torto, non considera come un disvalore la sua azione criminale e persino quando ha già all’attivo omicidi, estorsioni e traffici è convinto di essere molto religioso. L’adesione all’organizzazione mafiosa spesso è figlia dell’illusoria convinzione di fare il vero salto di qualità. Mentre apparentemente tutto tace, la mafia comunica e dissimula, intessendo le sue sotterranee ma incisive “tecniche di persuasione” per agganciare politica, imprenditoria, professionisti e manovalanza varia.

    Gio mi apre la porta e mi invita ad entrare dentro casa sua. I suoi occhi, scuri e profondi, riescono ad avere sempre un’incredibile luminosità. Lo abbraccio con affetto, quell’affetto che lega due anime in sintonia. C’è così tanta bellezza attorno a me che ne rimango estasiata, ogni oggetto è pregno di arte ed ha una storia tutta sua che vorrebbe raccontare. Una cosa in particolare mi rapisce lo sguardo: uno splendido cuore sacro incorniciato.
    “Adoro gli EX voto” gli dico.
    “Adoro i cuori” mi risponde lui, ed è in quel momento che spuntano, come richiamati all’appello, tantissimi cuori, in ogni sorta di materiale, forma o colore. Ci accomodiamo sul divano, mi offre una birra e iniziamo la nostra chiacchierata.
    Mi trovo qui perché non ho potuto non pensare al suo lavoro artistico riflettendo sul significato della parola “insolito” e perché lui è stato carino ad accogliere con entusiasmo una proposta fatta senza il minimo preavviso.

    Salvatore Giò Gagliano, per gli amici Giò è un artista vercellese, un educatore presso ANFFAS onlus Vercelli e un arte-terapeuta. Classe 1977, ama definirsi un diversamente fotografo, la sua passione è catturare la bellezza umana, la sua arte è vederla anche dove gli altri non sanno farlo, e incanalarla nelle sue foto, per renderla fruibile e leggibile a tutti. Lontano da stereotipi e discriminazioni, ci insegna ad abbracciare la diversità, che è una ricchezza inestimabile per tutti noi, e a tenere viva la curiosità per le tante storie che le sue immagini narrano.
    Dal 2000 lavora come educatore e ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, sia in Italia che all’estero.

    Origini

    Come è nata la tua passione per la fotografia e cosa rappresenta per te?
    È una passione che ho fin da piccolo, quando, per la prima comunione mi hanno regalato una macchinetta della kodak con cui ho iniziato a sperimentare, coinvolgendo mia cugina che mi faceva da modella. Il vero lato artistico, però, è arrivato nel 2000, dopo un percorso accademico nel quale mi sono cimentato prima con la pittura e la scultura. Precisamente durante la preparazione di una mostra, una triennale di giovani artisti, che in quell’anno affrontava il tema della guerra. Mi ricordo che avevo a disposizione degli oggetti specifici per costruire un’istallazione: delle cassettine di legno e plastica, che rappresentavano le guerre del passato e le guerre presenti, alle quali ho aggiunto un collage di fotografie in cui avevo immortalato tutti i miei familiari, intervenendo infine a livello pittorico. È stato lì che ho realizzato il grande potere della fotografia per comunicare agli altri quello che avevo dentro, quando la pittura e la scultura non mi bastavano. Ho capito che in questo modo sarei potuto andare oltre e da quel momento le foto sono diventate il mio mezzo artistico.

    [Immagine fornita dall’Ospite]


    Nel 2004, con “I Volti della Passione” sono riuscito ad unire le mie due vocazioni: l’arte ed il sociale, ambito nel quale avevo appena iniziato a lavorare. Questo progetto è nato per la Biennale del Mediterraneo. Mi sono reso conto che in tutta la storia dell’arte nessuno aveva mai affrontato il tema delle disabilità, se non per mettere in ridicolo i suoi soggetti, come facevano nel Settecento, per esempio. Ho subito pensato alla Pietà del Michelangelo, come passione, coinvolgendo Roberta, una ragazza con la sindrome di down, e Andrea, un ragazzo spastico, nei panni di Cristo, per vedere cosa ne uscisse fuori. Gli abiti vennero realizzati da mia madre e da mia zia, io ricreai il calice del Bacco del Caravaggio mettendo insieme un
    candelabro con un piatto di vetro sopra, e gli scatti furono effettuati tutti in analogica.
    Questo progetto è durato fino al 2009, quando ho realizzato la mostra. Grazie al Comune di Vercelli sono stati diffusi più di 30 cataloghi in tutta Italia e le mie foto sono arrivate a svariati giornali di arte. Negli anni a seguire, altri fotografi hanno trattato progetti simili, alcuni con mezzi e sponsor anche molto importanti, ottenendo grande risalto.

    Parlami dei tuoi progetti.
    Attualmente mi sto dedicando a Kouros, un progetto benefico che ha come protagonista Marco. Marco è un ragazzo ventenne, che due anni fa ha perso la gamba destra in un incidente in moto. Io sono venuto a conoscenza di questa storia un anno dopo, leggendo l’articolo su Facebook, in cui si parlava anche di una raccolta fondi “una mano per una gamba”.
    Naturalmente mi sono sentito in dovere di dare il mio contributo, ma rendendomi subito conto che fosse una goccia in mezzo al mare. Volevo fare di piu. Ho contattato Marco su instagram, dicendogli che mi avrebbe fatto piacere conoscerlo e sostenerlo, con l’unico mezzo di cui disponessi, ovvero la fotografia.
    Oltre a questo, il mio desiderio era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che anche senza una gamba si può fare, come ha fatto Marco, e, contemporaneamente dimostrare che un arto mancante non priva un corpo della sua bellezza.

    [Immagine fornita dall’Ospite]


    Ci siamo incontrati e lui mi ha raccontato la sua storia. Io non lo sapevo, ma la ASL passa una protesi, la cosiddetta “gamba di legno”, che come si può facilmente intuire è una protesi molto rigida, che limita i movimenti. Per avere una “gamba” che gli conceda dei movimenti normali e fluidi è necessario un bell’investimento economico: la cifra è di 58 mila euro, ogni anno prevede circa 2 mila euro di manutenzione e ogni 5 anni andrebbe cambiata. Sono rimasto colpito dalla serenità con cui ha affrontato tutto questo: quando Marco si è risvegliato ha pensato di essere fortunato e che sarebbe potuta andare peggio. Era grato per essere rimasto in vita. Questo per me è stato come una pugnalata nel cuore. Per me lui è un eroe, un
    mito e da qui nasce la connessione con le antiche statue greche, con la loro eterna bellezza,
    seppur private di una gamba o un braccio. La rappresentazione visiva è il Kouros: questo giovinetto che mantiene sempre una posizione molto eretta e che ha la particolarità di avere la gamba sinistra leggermente avanti rispetto a quella destra, come nel caso di Marco, in cui la sinistra è quella sana.
    Non credo alle coincidenze, ma credo che le cose capitino in un preciso momento, per un preciso motivo, per farti fare qualcosa di particolare.
    C’era bisogno di un progetto forte! Non volevo fare delle fotografie in studio, fine a se stesse.
    Ho pensato che il Museo Leone potesse essere perfetto con i suoi reperti archeologici. Il museo, non solo ha accolto con grande entusiasmo il progetto, ma ci ha messo a disposizione tutto lo spazio possibile per scattare, ci ha concesso l’utilizzo di reperti che raffigurano gambe, piedi o braccia (come rimando al nome della raccolta fondi “Una mano per una gamba”) ed ha riservato grande attenzione nei confronti di Marco. Inoltre ha esposto 6 delle 27 fotografie all’interno del museo vero e proprio, dislocando addirittura un’anfora antica per collocare una nostra foto. La mostra sta andando bene ed è di sostegno alla raccolta fondi, a cui partecipa anche la vendita all’asta delle foto. Il progetto vercellese si concluderà il 2 giugno, ma il mio desiderio è quello di portarlo anche fuori e dargli quanta più visibilità possibile.

    Un altro progetto in partenza è “Corpus”, un altro progetto benefico a cui sono stato invitato e che probabilmente partirà in autunno al museo del Duomo di Vercelli. Per questo lavoro sto creando un libro d’artista, un percorso sulle persone e la pelle che abitano, con le sue cicatrici, imperfezioni, con le sue malattie, con i suoi vissuti e la sua forza. Saranno 300 fotografie con la copertina in ecopelle rilegata con i fili di sutura. Ogni pagina sarà uno zoom, senza nessun riferimento al soggetto, ma solo con la descrizione delle peculiarità di quella pelle. Ho fatto una ricerca sui social per raggiungere l’ambizioso numero di soggetti da ritrarre e sono rimasto stupito delle risposte positive che ho avuto già in breve tempo.

    Ricordi un momento preciso o un incontro specifico che ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo attraverso l’obiettivo?
    Attraverso I’obiettivo no, ma ci sono stati degli eventi durante le mostre che mi hanno toccato, uno in particolare, durante la mostra “I Volti della Passione” al Palazzo del Moro a Mortara. In questo spazio c’erano due ingressi: un’entrata ed un’uscita. Ad un certo punto due signore, anche un po’ trasandate, sono entrate dall’uscita e si sono fatte un giro piuttosto rapido della mostra. Il mio pensiero è stato “queste non hanno nemmeno capito di essere ad una mostra”.

    Le signore, alla fine del giro si sono avvicinate a me per condividere le loro impressioni. Mi sono sentito come se mi avessero preso a schiaffi, perché con uno sguardo veloce avevano colto tutta l’essenza della mostra e della mia arte.
    Siamo esseri umani, capita a tutti di peccare, perfino a te, che del non fermarsi all’apparenza ne hai fatto il pilastro portante del tuo lavoro e della tua arte.
    Da quel momento, ogni volta che faccio un pensiero del genere mi torna in mente quel ricordo e mi riprendo. È cambiato il mio modo di approcciarmi agli altri, non che prima giudicassi, perché sono sempre stato molto aperto, ma cerco di evitare questi scivoloni. Le differenze mi hanno sempre affascinato. Da piccolo ero ammaliato dai cinesi e dai loro occhi a mandorla ed ero incuriosito dal mio compagno delle elementari che aveva un ritardo mentale. Per me è ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri a rappresentare il punto di forza dell’umanità.

    PROCESSO CREATIVO
    Come descriveresti il processo che segui per entrare in contatto con i tuoi soggetti? Come costruisci una relazione di fiducia con loro? Qual è il segreto per cogliere l’autenticità e la personalità dei tuoi soggetti?

    [Immagine dell’Ospite]

    Sono io che mi faccio condurre da loro, non sono io che conduco, come ho fatto con i miei ragazzi ( i ragazzi dell’ Anffas di Vercelli). Quando ho costruito “I Volti della Passione”, ho scelto i quadri sia per somiglianza che per caratteristiche, perché sapevo di andare a tirare fuori qualcosa da quella persona. Rosetta, per esempio, è appassionata di gioielli e bigiotteria, metterle quel orecchino di perla la faceva stare bene. E così ho fatto sempre, sia con i miei ragazzi, sia con gli altri modelli con cui ho lavorato. Solitamente sono io che chiedo agli altri cosa vorrebbero fare e quali sono i loro limiti. Anche con Marco è andata così, mi sono fatto guidare da lui, dai suoi movimenti. Intervenivo per suggerirgli di fermarsi solo quando la posizione mi sembrava giusta. Io mi fido e mi affido agli altri. È così che nasce il mio processo creativo. In base alle loro abilità e alla loro capacità di darmi fiducia a loro volta.
    Mi piace creare la relazione, è un momento intimo. È come fare l’amore: ti devi fidare e affidare, perché, che tu sia vestito o svestito, davanti all’obiettivo sei comunque nudo e vulnerabile. Vedo tante foto in giro che sono perfette a livello tecnico, ma che non trasmettono nulla.

    Che cosa è per te la bellezza?
    Non posso essere ipocrita e negare che la parte estetica non mi tocchi, ma io sono sempre stato affascinato dalla bellezza interiore, da quello che mi trasmettono gli occhi e il sorriso.
    Quello che viene da dentro rende bello il fuori. Ho fotografato tempo fa un soggetto fisicamente molto bello, eppure non ho sentito nulla guardando quelle foto, quella persona non mi è arrivata, vuoi perché non si è creato il giusto feeling, vuoi perché quella persona lì in quel momento non aveva nulla da trasmettere. La bellezza è sentire l’essenza di una persona e le sue fragilità, la bellezza è come si parla, come ci si muove, il profumo, la generosità nel dedicarsi agli altri.

    EVOLUZIONE PERSONALE
    Come è cambiata la tua visione del mondo e della bellezza attraverso il tuo lavoro?

    È stato un cambiamento enorme, io mi sono aperto sempre di più. L’arte mi ha aiutato e mi ha liberato dalle catene che io stesso mi ero messo. Mi ha dato il coraggio di espormi e di dichiararmi omosessuale. Mi ha liberato dal bisogno di mettere sempre delle etichette. L’arte mi ha aiutato anche nel periodo della pandemia, nel primo lockdown ho pensato di non farcela: casa lavoro, lavoro casa; a lavoro mi avevano tolto la parte più bella che è quella degli abbracci e a casa ero da solo. Mai come in quel momento ho sentito il bisogno di comunicare con l’esterno attraverso le immagini, ed è così che è nato il progetto “Hope”. L’arte aiuta sempre. Questa è una cosa che mi appartiene sin da piccolo, quando tornavo a casa da scuola arrabbiato mi mettevo a disegnare, invece di parlare con mia mamma. L’arte per me è sempre stata un grande veicolo e negli anni mi ha aiutato ad aprire ancora di più la mia mente, a mettere da parte i pregiudizi e le paure, a migliorare il rapporto con il mio corpo e con lo specchio, a liberarmi dai condizionamenti sociali che ci vengono inculcati fin dall’infanzia.
    Prendi l’Eurovision, per esempio, la vittoria di Nemo quanta critica ha sollevato perché lui è non binario, perché ha indossato degli abiti femminili, e siamo nel 2024.

    Il tuo modo di comunicare attraverso l’arte racchiude dei messaggi che hanno un grande valore umano e sociale. Questo sicuramente ha portato con sé delle difficoltà.

    [Immagine fornita dall’Ospite]

    Ho fatto posare una ragazza down nuda – e sorride. Il lavoro fotografico con la disabilità è stato non solo quello di dimostrare che un ragazzo con la disabilità ha anche delle abilità, ma anche quello di scardinare il canone estetico. Il primo impatto con una persona è visivo e io voglio far vedere un corpo non perfetto in modo perfetto e poi riparlarne.
    Un grande lavoro è stato quello di affrontare con le scuole, e soprattutto con i licei, il mio progetto “I Volti della Passione”. C’è bisogno di lavorare con i ragazzi in età scolastica in questo senso. Trovo che nel mondo attuale due cose non funzionino più tanto: la famiglia e la scuola, perché tutte e due hanno perso un ruolo importante che è quello di educare. La scuola distribuisce nozioni, la famiglia è assente tende a giustificare ogni pecca del proprio figlio, perché altrimenti dovrebbero ammettere le proprie mancanze e le proprie colpe.
    Venendo meno questi ruoli, abbiamo una società allo sbaraglio e dei ragazzi che sono stanchi, delusi e annoiati dalla vita. La vita non è tutta rose e fiori, è una continua gavetta e ti mette costantemente in difficoltà.

    A proposito di famiglia e di difficoltà, mi stavo chiedendo se avessi mai incontrato degli ostacoli nei progetti che includevano i tuoi ragazzi. Penso soprattutto quando hanno posato nudi, come hanno risposto le famiglie che hanno dovuto darti il consenso?
    Quando ho creato “I Volti della Passione” ci sono stati solo due genitori che non hanno dato il consenso. Uno non ha aderito a priori, trattandosi di un nudo, e una mamma ha deciso di ritirarsi dal progetto successivamente perché non si è sentita a suo agio a vedere la figlia ritratta così. Un aneddoto particolare che invece vorrei raccontarti riguarda la rassegna internazionale d’arte moderna sul tema delle streghe, tenutasi a Benevento nel Palazzo Paolo V, poco prima della pandemia. Avevano accettato il mio lavoro con Roberta, esponendolo, per poi ritirarlo a causa delle lamentele di alcuni genitori, che fraintendendo il significato del mio progetto, hanno pensato che associarsi la sindrome di down al concetto delle streghe.
    Ma Roberta è sempre stata una mia modella e musa, e in quanto tale ha sempre interpretato qualsiasi tipo di ruolo.

    Se un giovane artista o fotografo venisse da te a chiederti dei consigli cosa gli diresti.
    Intanto io non mi considero un vero e proprio fotografo, mi piace definirmi diversamente fotografo. Un consiglio che darei ai giovani in generale è di non sentirsi mai arrivati. Fino all’ultimo giorno della tua vita tu non sarai arrivato. Bisogna volare bassi e non perdere mai la curiosità, quella di visitare mostre e di conoscere la realtà che ti circonda. Queste cose sono fondamentali. Se non viaggi e non conosci non ti puoi approcciare agli altri. Un altro consiglio, ma mi rendo conto che fa parte del mio modo di lavorare, è quello di creare una relazione. Per me è fondamentale non essere a senso unico, perché è un processo basato contemporaneamente sul dare e sul ricevere. Ho l’impressione che le nuove generazioni, rispetto alla mia, si brucino tutto subito. Io faccio arte perché è il mio ossigeno, il mio bisogno di comunicare con gli altri, ma mi sento il signor nessuno. Ora c’è il bisogno di emergere subito, anche senza alcuna dote né dedizione.

    Pensi che i social possano essere in qualche modo responsabili di questa cosa?
    Mah, credo che i social siano stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La mia convinzione è che tutto sia partito da un esperimento sociale, che personalmente ho trovato molto interessante e ho amato: il grande fratello. Secondo me questo ha portato alla creazione dei social e di tutto ciò che ne è seguito: delle persone sconosciute, senza nessun talento, entrano in questa casa, e una volta uscite da lì si ritrovano ad essere dei grandi personaggi. Questo ha fatto credere a tutti quanti, che pur essendo nessuno e pur non avendo delle capacità o talenti particolari, sarebbero riusciti lo stesso ad ottenere la fama.
    Tanti tra questi però sono finiti nel dimenticatoio, anche quelli che si pensavano intoccabili.
    Forse bisognerebbe scendere dal piedistallo. Forse solo la storia, se tu hai seminato bene, può acclamarti un grande artista. Gli artisti eterni sono quelli che non si sentono mai arrivati e che non sentono la rivalità, ma che si esplorano e si reinventano continuamente.

    Ginevra Amadio è giornalista e addetta stampa. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi in Scienze umanistiche, laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. Collabora con diverse testate e riviste, occupandosi prevalentemente di letteratura otto- novecentesca, cinema e rapporto tra le arti. Per Treccani.it – Lingua Italiana ha pubblicato un contributo dal titolo Quarant’anni fa, anni di piombo, sulle derive linguistico-ideologiche che segnano l’immaginario dei Settanta.

    [Immagine dell’Ospite]

    Ginevra, partiamo dalla stretta attualità. Visto che ti sei occupata specificatamente di queste tematiche, in particolare degli intellettuali e gli “anni di piombo”, cosa pensi del tweet di commiato alla brigatista Balzerani della prof.ssa Donatella Di Cesare, che ha sollevato tante polemiche e critiche? È stato veramente frainteso? Un problema di linguaggio? O un periodo che è stato tabuizzato come sostiene la Di Cesare? A scanso di equivoci, precisiamo che lei ha evidenziato che “malinconia” non significa “nostalgia” e che “le vie” sono state ben diverse, come testimonia tutta la sua storia personale e professionale. Ma infuriano ancora le polemiche.

    È proprio dal linguaggio che vorrei partire. La celebre frase pronunciata da Nanni Moretti in Palombella Rossa, “le parole sono importanti”, è ormai modulo locutivo comune e fotografa bene il senso di quanto si discute. Gli anni Settanta, formidabili e tragici, sono stati un periodo di violenza e furore, ma anche una delle fasi in cui si è maggiormente concretizzata la partecipazione alla vita pubblica. Gustavo Zagrebrelsky li ha indicati come il decennio di massima realizzazione dei principi della Carta Costituzionale: si pensi, ad esempio, al referendum sul divorzio e a quello sull’aborto, allo Statuto dei lavoratori, alla Legge Basaglia. Eppure, per qualche ragione che sfugge alla razionalità, si è scelto di collocarli in una lunga parentesi non ancora transitata dalla cronaca alla Storia. Ciò contribuisce a veicolare una narrazione parziale, che costeggia il campo dell’immaginario che per sua natura è una zona dai contorni ambigui, mai pacificati, in cui è possibile gettare ami e pescare ciò che più conviene. Giovanni Moro, figlio del Presidente DC ucciso dalle Brigate Rosse osserva che «a proposito degli anni Settanta abbiamo un linguaggio difettoso, fatto di parole ed espressioni che per lo più mancano di una sintassi che le connetta e le doti di significato». La stessa locuzione “anni di piombo” (che deve la sua fortuna al film del 1981 Die bleierne Zeit di Margarethe Von Trotta) innesca un cortocircuito in grado di censurare le bombe neofasciste e ricondurre in un unico fenomeno tutte le sigle della galassia armata dei Settanta, dalle Brigate rosse ai Nar. Ne deriva un’immagine dimidiata del decennio, che appiattisce sulla violenza politica un’esperienza più complessa, che vide coesistere molteplici forme di partecipazione, intervento e militanza, spesso radicalmente distanti da quelle dei gruppi armati. È in questa prospettiva che va letto il tweet della professoressa Di Cesare e la polemica che ne è seguita. Non si riesce, in questo Paese, a fare i conti con una fase storica complessa, a suo modo insondabile, “smarginata”, come tutto ciò che di contraddittorio esiste. Si ventilano complotti internazionali, manovre, giochi di Palazzo. E si dimentica la vita comune, i percorsi delle persone che a volte seguono tracciati terribili, sbagliati, incomprensibili. Con quelle parole, Donatella Di Cesare ha ricordato che una parte di Paese si è opposta a uno stato delle cose iniquo, ha combattuto la violenza neofascista e certe falde sotterranee delle istituzioni. Chi l’ha fatto ricorrendo alle armi ha compiuto un doppio errore: di azione e prospettiva. Non si può essere d’accordo con chi ha contribuito a imporre a quegli anni lo stigma del sangue. Ma parlare di “rivoluzione”, nella prospettiva della filosofa, equivale a un’altra cosa.

    Uliano Lucas. Sognatori e Ribelli, Bompiani 2018

    Molti intellettuali e accademici sono, a vario titolo, sotto “attacco”, Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, Tomaso Montanari, Roberto Saviano, solo per citarne alcuni. Sono scaramucce mediatiche o c’è qualcosa di più profondo, magari un voler intimorire gli intellettuali come alcuni sostengono o un voler porre fine all’egemonia culturale di sinistra?

    Credo che parlare di egemonia culturale sia oggi un modo per alimentare una polarizzazione strumentale. Da un lato – il caso Scurati è emblematico – ritengo gravissimo l’attacco agli intellettuali, perché quando si arriva a censurare il pensiero critico ci si trova difronte alla meschinità del Potere, a quell’arroganza “ottusa” di cui parlava Pasolini negli anni Settanta. Dall’altro laro, tuttavia, io credo che la destra abbia uno spasmodico bisogno di affermare la sua visione, il suo paradigma, quasi a voler recuperare anni di supposto ritardo iscrivendo nel proprio Pantheon, e nella propria visione, una serie di figure più o meno rapportabili alla propria ideologia. In questa prospettiva, l’ansia di affermazione coincide con un bisogno di “difesa” che comporta, anche, la delegittimazione di quanto percepito come ostile.

    Ma ha ancora senso parlare oggi di “egemonia culturale”? Assistiamo ad un paradigma che si vuole sostituire ad un altro.  Oppure ci potrebbe essere un modo diverso di fare cultura?

    Mi ricollego a quanto detto in precedenza; la sostituzione del paradigma è, per certi versi, una spia di debolezza. Intendiamoci: esistono pensatori di destra che hanno segnato e segnano il dibattito culturale, contribuendo a diffondere uno sguardo altro – si badi bene, non alternativo – per arricchire l’orizzonte interpretativo. Ma è miope contrappore una visione ad un’altra, continuare a lavorare per separazione o sottrazione. Ecco, uno dei mali di questo tempo, a prescindere dall’ideologia, è la parcellizzazione del pensiero, la piena abdicazione al principio di totalità. Ogni argomento, ogni tema, ha bisogno di essere letto nel contesto, di nutrirsi di ramificazioni, di rivoli di motivi, immagini, visioni che contribuiscono a dar vita a un mosaico cangiante, ricco e sfumato. La cultura dovrebbe trovarsi al centro di questa rete o meglio ancora, nascere da questa.

    Lavori in modo poliedrico nel mondo della cultura. Cosa significa fare cultura oggi? Come viene recepita dai giovani?

    Fare cultura oggi significa confrontarsi con le sfide del presente e del futuro. Da sempre questo orizzonte è stata una porta privilegiata alla comprensione di certe sfide, di alcuni dati che lo stato delle cose impone di indagare. Viviamo un tempo sgangherato, segnato dall’inefficienza della politica, dalla mancanza di punti fermi e/o di riferimento in ambito ideologico-sociale, da drammi come la crisi climatica, migratoria, il ritorno della guerra. È vero, parafrasando Patrizia Cavalli, che le poesie, e dunque l’arte tutta, non cambieranno il mondo, ma possono permetterci di guardare con occhi ‘laterali’ alle urgenze in corso, di adottare uno sguardo sghembo per focalizzare le cose, per abradere la superficie apparentemente piana del quotidiano. I giovani soffrono questa mancanza di riferimenti perché la percepiscono come un’assenza sistemica che produce sfiducia e smarrimento. È necessario nutrire i loro interessi, intercettare i luoghi che abitano (anche quelli virtuali, a partire dai social), indossare le lenti del loro tempo. Solo così sarà possibile costruire un percorso nuovo e comune.

    Ritieni che la cultura di genere in questo senso possa portare dei cambiamenti significativi, in particolare verso la percezione del ruolo femminile e più in generale delle diversità?

    Senz’altro. Noto con piacere che le nuove generazioni mostrano una sensibilità diversa, e spiccata, verso le tematiche di genere. È un pullulare di pubblicazioni e ripubblicazioni (notevole il lavoro che sta facendo La Tartaruga, in particolare con la riedizione delle opere di Carla Lonzi), di indignazione e sgomento dinnanzi ai fatti di cronaca. Penso che il tema femminicidi stia svelando, finalmente, lo stretto legame tra violenza e fragilità del maschio, tra cultura del possesso e perdita di tale dominio. C’è ancora molto da lavorare, tanto da recuperare. Da molto tempo caldeggio la riscoperta di un filone del femminismo sommerso, ovvero quello delle Operaie della casa – Le militanti del Collettivo Internazionale Femminista, fondato a Padova nel luglio 1972 – che posero al centro della loro lotta il salario per il lavoro domestico “come leva di potere”.  Questo, secondo me, è un tassello di storia da elaborare con sguardo al presente.

    A riguardo ho letto delle bellissime tue prove letterarie sulla rivista “Cultura e dintorni” sull’impronta dell’amore e contro la violenza di genere. Cosa ti ispira e a chi ti vuoi rivolgere in particolare?

    Ho sempre poco tempo per dedicarmi alla narrativa e me ne rammarico. È questa la sola forma attraverso cui riesco a esprimere ciò che sento, quanto si agita nella parte che tengo più in ombra: quella delle emozioni. L’ispirazione si nutre di due filoni, ossia l’esperienza e la sublimazione letteraria. Tutto ciò che scrivo afferisce al mio vissuto, ma vien fuori in maniera traslata, esagerata, per il tramite di uno sguardo diverso – sia quello di una bambina, di una donna diversa da me, di un personaggio letterario a cui ridò voce. Mi piacerebbe parlare a un pubblico capace di cogliere le sfumature dell’essere, in grado di accogliere la fragilità, di scoprire attraverso di essa un nuovo modo di intendere le relazioni e la vita. Tutti i miei racconti ruotano attorno a questo aspetto, e nascono da esperienze dolorose. È da queste lacerazioni che ha inizio la rinascita.

    [Immagine dell’Ospite]

    Ti occupi del rapporto tra le arti. Qual è, se lo ha ancora, il ruolo dell’estetica nella nostra società? Quali tra le arti prediligi e ritieni più efficaci per comunicare i tuoi messaggi?

    Pasolini è stato uno degli anticipatori dei generi “rimescolati” e credo che la sua lucidità di analisi sia consistita proprio in questo: nell’apprendere l’insufficienza di un solo metodo, di una sola prospettiva per raccontare il presente. Indagare il rapporto tra le arti significa cogliere le potenzialità di ciò che si trova negli interstizi e, di conseguenza, può meglio disporsi alla contaminazione. Il mio primo amore resta la letteratura, in prosa e poesia, ma mi rendo conto che per trasmettere messaggi, per far arrivare un’idea in forma “potenziata” sia necessario lavorare sull’intersezionalità. Da questo punto di vista, almeno nel mio lavoro, è l’incrocio di cinema e letteratura quello che trovo più funzionale a certe indagini, specialmente in relazione all’immaginario e alle narrazioni.

    Per finire con una nota sul futuro, cosa ne pensi del Metaverso e come cambierà le arti e il loro modo di comunicare?

    Metaverso e Intelligenza Artificiale sono diverse interpretazioni dell’esistente. Non ho paura degli sviluppi che possono avere nell’arte, giacché ogni epoca si è trovata a fare i conti con invenzioni potenzialmente “fuori controllo”. Certo, oggi tutto corre velocemente e l’Intelligenza Artificiale rischia di contaminare il dibattito politico, di condizionare l’opinione comune, di generare realtà parallele dominate da fake news e immagini artificiali. Questo mi preoccupa, e molto. Ma sul piano artistico, se ben dominata, può rappresentare uno strumento di elaborazione e arricchimento. Ho valutato positivamente diverse mostre di artisti che lavorano con l’AI. Come sempre, è un discorso di metodo e “controllo”.

    Il 22 aprile scorso si è celebrata la giornata mondiale della Terra per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Siamo assolutamente convinti dell’eccessivo consumo di risorse, a partire dal suolo, delle acque e dell’atmosfera per non parlare dell’inquinamento e del climate change. Qual è il significato per te come giornalista, tra le altre cose, ambientale, e quali le azioni concrete da mettere in campo?

    Confesso un certo sgomento dinnanzi a ciò che sta accadendo al pianeta. Il termine “ecoansia”, cui si ricorre da qualche tempo per indicare forme di disagio, paura e in qualche caso depressione dinnanzi al pensiero di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali, fotografa bene lo stato d’animo di chi ha capito che siamo a un punto di non ritorno. Resto annichilita dinnanzi alla faciloneria con cui esponenti del governo parlano dei cambiamenti climatici; pensare che il caldo anomalo degli ultimi anni sia semplicemente riconducibile alla nozione di “estate” e che i danni ambientali causati da piogge copiose rientrino negli eventi naturali è un insulto all’intelligenza e sensibilità di molti. Così come il trattamento nei confronti di esponenti di Extinction Ribellion e Ultima Generazione. Il cambiamento parte dalla testa, ma finché i nostri rappresentanti non prenderanno parola su questo tema in maniera seria sarà difficile convincere l’opinione pubblica in maniera massiva. Ciò che si può fare è continuare a protestare, a parlare, a rivolgersi alla stampa più sensibile al tema (gli inserti ambientali dei principali quotidiani sono ottimi, da “L’Extraterrestre” a “Green and Blue”, così come riviste online specializzate sul tema) e adottare piccole soluzioni quotidiane, dal riciclo al risparmio energetico. Piano piano qualcosa si sta muovendo.

    ** Le foto ritratto sono state gentilmente concesse dall’artista **

    Alessandro Maiocchi, esperto di marketing, ha ricoperto ruoli manageriali nel settore industriale, della consulenza strategica e del’editoria in Italia e all’estero. Per un decennio Direttore Marketing e Corporate Affair quindi Direttore Business Development della Divisione Internazionale in un’azienda leader di impianti per il riciclaggio dei rifiuti. Dal 2013 lavora in un gruppo attivo nel settore enologico, agroalimentare e turistico, dapprima come EVP-COO e dal 2022 in qualità di Presidente e Amministratore Delegato, ruolo che attualmente ricopre. Membro del cda di aziende attive nel settore agroalimentare in Italia e negli USA. Dal 2017 E’ senior advisor di un gruppo americano attivo nel trading di commodities industriali, energetiche ed alimentari.
    Dal 2003 insegna marketing in corsi master universitari.

    Introduzione all’economia circolare: Dott. Maiocchi, potrebbe spiegarci come l’approccio dell’economia circolare si distingue dal tradizionale modello economico lineare e perché ritiene sia cruciale per il futuro sostenibile del nostro pianeta?

    L’economia “lineare” è tesa alla produzione, alla massimalizzazione della stessa occupandosi, se non marginalmente e sovente limitatamente, all’impatto dell’utilizzo delle materie prime e del risultato, dello scarto, della post produzione e del post consumo. Un modello dove esiste un inzio ed una fine e dove il prodotto una volta utilzzato non ha un ruolo se non quello di essere smaltito.

    L’economia circolare è un modello “premeditante”, dove a monte della produzione le materie prime utilizzate, la loro reperibilità e sfruttamento, vengono  valutate trovando strategie e processi di minimizzazione dell’impatto ambientale e a valle, pensando preventivamente a come riciclare, riutilizzare e in ultima analisi a smaltire il frutto della post produzione e del consumo.

    Strategie aziendali per l’economia circolare: In qualità di CEO di Gruppo AGC, quali strategie specifiche ha implementato per assicurare che la vostra azienda operi secondo i principi dell’economia circolare?

    A.G.C. opera prevalentemente in un settore, quello della produzione e distribuzione enologica, dove l’adozione di modelli di economia circolare sono diventati essenziali e cruciali. Il settore, anche in ragione dell’impatto del cambiamento climatico, è stato tra i primi a doversi confrontare con l’esigenza di adottare modelli produttivi “circolari”. Volendo dare un esempio concreto, in una delle realtà che partecipiamo “Fattoria Svetoni” si è cominciato insieme allo sviluppo di attività di riduzione dell’impatto ambientale un processo di impianto di nuove viti a partire da barbatelle autoctone ottenendo: riduzione e sostituzione chimica: piante più resistenti rispetto a condizioni ambientali avverse riducendo l’apporto di fitofarmaci, migliore gestione idrica, le viti con radici più forti e profonde sono meno sensibili agli stress idrici e consentono di limitate gli interventi di irrigazione di soccorso, infine l’innesto con barbatelle autoctone consente una migliore gestione del terreno, del suolo e previene perdite di biodiversità

    Misurazione dell’impatto: Come misurate l’impatto delle vostre iniziative di economia circolare in termini di riduzione dell’impronta ecologica e benefici economici?

    Riprendendo l’esperienza che citavo nella precedente domanda, aderiamo al Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, la prima e ad oggi, unica denominazione ad avere ottenuto la certificazione di sostenibilità secondo lo standard Equalitas. Il protocollo, molto impegnativo, indica un numero elevato di requisiti ambientali, tra i quali biodiversità, impronta carbonica ed idrica. Oggi siamo in grado di sapere l’impronta di carbonio e le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di ogni bottiglia. Da un punto di vista economico, le pratiche di economia circolare, ci consentono, oltre ad un premio economico per la qualità del prodotto anche di una significativa riduzione degli sprechi e dei costi derivanti dalla gestione dei residui.

     Innovazione e tecnologia: Quali innovazioni o tecnologie ritiene saranno cruciali per promuovere l’economia circolare e i consumi sostenibili nei prossimi anni?

    L’economia circolare “comincia” necessariamente nelle prime fasi del ciclo di vita del prodotto. L’ “ecodesign “ la progettazione di un prodotto (e del suo eventuale imballo) è fondamentale nella modalità di estrazione, ottenimento ed uso della materia prima necessaria e del volume di scarto generato che diverrà rifiuto. Quindi processi innovativi e tecnologie che assicurino durabilità, riparabilità, possibilità di aggiornamento e riciclabilità.

    Un elemento cruciale è poi riposto nello sviluppo delle tecnologie verso i prodotti che generano residui definiti “hard to recycle” dalle plastiche ai rifiuti alimentari.

    Barriere e sfide: Quali sono le maggiori sfide che le aziende e i consumatori devono affrontare nell’adozione di pratiche più sostenibili e come possiamo superarle?

    Per le imprese la sfida è decisamente nell’adozione di nuovi modelli di business dove la massimizzazione dei profitti non risiedere più soltanto nella riduzione e minimizzazione dei costi e l’aumento dei ricavi; ma minimizzando l’uso delle risorse, massimizzando la vita utile dei prodotti e riducendo scarti e generazione di rifiuti. L’IW (Institut der deutschen Wirtschaft), l’istituto economico tedesco, definisce chiaramente i punti chiave questi nuovi modelli di business descrivendoli come “  modelli che si concentrano sull’abilitazione, la chiusura, la creazione o l’estensione di cicli produttivi, preservando il valore e conservando le risorse il più a lungo possibile mantenendo al contempo la competitività”

    Le sfide per i consumatori sono decisamente legati ai comportamenti di consumo, dalla consapevolezza dell’impatto dei propri consumi interrogandosi sulle possibilità di riparazione e riutilizzo, alla fondamentale progressiva limitazione di consumi puramente “emozionali” , spinti cioè più dal desiderio di possesso che dalla effettiva necessità, e dalla adozione, ove possibile, di consumi “condivisi”.

    Ruolo dei consumatori: In che modo i consumatori possono contribuire attivamente all’economia circolare e quali azioni quotidiane possono fare la differenza?

    Accennavamo prima che la realizzazione dell’economia circolare implica numerose innovazioni. L’innovazione tecnologica non è l’unico motore, ma è certamente, in diverse situazioni un elemento chiave. In uno studio di qualche tempo fa elaborato per PBL, l’agenzia governativa olandese per l’impatto ambientale, l’economista Potting definiva tre cambiamenti per l’economia circolare connessi all’utilizzo della tecnologia e al comportamento dei consumatori nella catena del valore dei prodotti/servizi:

    – Prodotti e servizi basati su nuove tecnologie con basso impatto sul comportamento dei consumatori, come le plastiche biodegradabili

    – Prodotti e servizi dove la tecnologia ha un impatto relativo ma dove il comportamento dei consumatori è fondamentale, e ladattamento a nuovi stili di consumo è il fattore chiave di successo. packaging-free ad esempio

    – Prodotti e servizi dove il comportamento dei consumatori è fondamentale e dove anche la tecnologia è il fattore abilitante fondamentale, ad esempio i servizi legati alla sharing economy

    Il ruolo dei consumatori è dunque quello di essere consapevoli che il successo delle tecnologie e dei processi innovativi e quindi nella piena realizzazione dell’economia circolare, è strettamente legato alle modalità di consumo.

    Educazione e sensibilizzazione: Qual è l’importanza dell’educazione e della sensibilizzazione dei consumatori sui temi dell’economia circolare e quali iniziative o programmi avete sviluppato o sostenuto in quest’area?

    Credo che l’errore che spesso, inconsapevolmente, si commette nella educazione e sensibilizzazione alla economia circolare sia quello di proporre modelli virtuosi ma razionali che si scontrano, spesso soccombendo, con gli attuali modelli di consumo, mossi in molti casi dall’emozione. Tutte le modalità e e forme di sensibilizzazione che abbiano come chiave quella della consapevolezza dell’impatto degli stili di consumo sono non solo necessarie ma fondamentali.

    Per quanto riguarda le iniziative intraprese, il gruppo A.G.C. ha aderito e supportato diverse iniziative di sensibilizzazione sui temi della sostenibilità e della circolarità dell’economia. Ho prima accennato alla scelta compiuta ormai da qualche anno di pratiche concrete di  riduzione dell’impatto ambientale, di consumo del suolo e dell’acqua e della preservazione della biodiversità. Comunichiamo ai consumatori chiaramente questa scelta e le motivazioni, organizziamo inoltre visite regolari per mostrare concretamente l’efficienza e l’efficacia delle scelte di sostenibilità, sensibilizzando all’adozione di stili di consumo consapevoli.

    Collaborazioni e partnership: Potrebbe fornire esempi di come la collaborazione tra aziende, governi e organizzazioni non governative possa accelerare la transizione verso un’economia più circolare?

    Mi piace ricordare “Spiagge di Vetro” un progetto nato in Campania che credo sia uno dei più concreti esempi di economia circolare che ha visto il coinvolgimento di Università, imprese, esercizi commerciali e amministrazioni. Da una idea, quella di rendere ancora più efficiente un ciclo già molto efficiente come quello del vetro, si è sviluppata con gli investimenti d’impresa e il know how accademico una piccola macchina capace di triturare i contenitori di vetro, contenendo circa 200 bottiglie in un bidonino di meno di 25 kg di sabbia di vetro. Si sono coinvolti prima nella sperimentazione, poi nell’adozione del sistema utenze commerciali (bar, ristoranti, pizzerie, mense, alberghi, centri commerciali, palestre), ospedali e amministrazioni comunali. I risultati sono stati una drastica diminuzione dei passaggi dei mezzi di raccolta, dello svuotamento delle campane, con migliore igiene di strade e spazi pubblici. Il vetro, ridotto in “sabbia”, trattato meccanicamente,  viene impiegarlo oltre che nella industria vetraria in filtri per piscine, nel edilizia per sabbiature, impasti in calcestruzzo, realizzazione di pannelli fonoassorbenti  e perfino nel ripascimento delle spiagge. La collaborazione tra soggetti diversi ha prodotto una riduzione dei costi energetici, dell’impatto ambientale dovuto alla logistica, e una efficace ed efficiente sostituzione di materie prime.

    Politiche pubbliche: Quali politiche pubbliche ritiene siano necessarie per supportare e incentivare l’economia circolare a livello nazionale e internazionale?

    L’Italia ha elaborato una strategia nazionale per l’economia circolare, nel 2021 ne ha definito le linee programmatiche includendo tutti gli elementi richiesti dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Operational Arrangements del PNRR, in particolare:

    • un nuovo sistema di tracciabilità digitale dei rifiuti
    • incentivi fiscali a sostegno delle attività di riciclo e utilizzo di materie prime secondarie
    • una revisione del sistema di tassazione ambientale dei rifiuti per rendere più conveniente il riciclaggio rispetto al conferimento in discarica
    • sviluppo di centri per il riuso e individuazione di strumenti normativi ed economici ad incentivo degli operatori;
    • riforma del sistema EPR (Extended Producer Responsibility) e dei Consorzi
    • supporto agli strumenti normativi esistenti: End of waste (nazionale e regionale), Criteri ambientali minimi (CAM) nell’ambito degli appalti pubblici verdi. Lo sviluppo/aggiornamento di EOW e CAM riguarderà in particolare l’edilizia, il tessile, la plastica, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE);
    • sostegno normativo e finanziario al progetto di simbiosi industriale

    Credo che la trasformazione di queste linee guida in azioni e provvedimenti possano concretamente sostenere e accelerare la crescita dell’economia circolare.

    Visione futura: Come immagina il futuro dell’economia circolare e dei consumi sostenibili nei prossimi 10 anni? Quali tendenze o cambiamenti prevede saranno più significativi?

    Ritengo che l’adozione di modelli di economia circolare sia inevitabile. I prossimi 10 vedranno consistenti cambiamenti delle modalità di produzione e degli stili di consumo. Su questi ultimi bisogna fin da ora prestare particolare attenzione ed evitare fenomeni che rischiano di rendere poco efficaci e talvolta inutili i modelli di economia circolare. Mi riferisco ai fenomeni di “rebound”. Diversi studi hanno evidenziato come esista il rischio che prodotti sostenibili “provenienti da modelli di business circolari possano stimolare ulteriore consumo sia per i prezzi accessibili o bassi sia per implicazioni psicologiche.  E’ il caso ad esempio dei telefoni cellulari ricondizionati che dovrebbero estendere il ciclo di vita del prodotto, e ridurre quindi l’impatto ambientale , in alcuni casi i consumatori continuano ad acquistare modelli nuovi aggiungendovi quelli ricondizionati.

    Significativo quanto riferiva Pierluigi Zerbino ingegnere gestionale e ricercatore senior in Economia Circolare e Innovazione Digitale presso l’Università di Pisa in una recente intervista a Repubblica : “.. l’economia circolare non è intrinsecamente sostenibile, ma un mezzo per raggiungere la sostenibilità”, e ancora “e si pensa di massimizzare contemporaneamente la performance ambientale e quella economica sul breve periodo, forse si domanda troppo. La vera sfida inizia col fare tanta disseminazione ed evangelizzazione su comportamenti di consumo e su comportamenti di non-consumo”

    Un mio carissimo amico (che poi si dà il caso sia il direttore di questa testata giornalistica ) mi ricorda sovente che la vita è l’arte dell’incontro. La frase, la definizione, non è sua ma è il titolo di un disco di Sergio Endrigo (nel quale compaiono testi scritti da Vinícius de Moraes e Giuseppe Ungaretti, ma questa è un’altra storia) ma io continuo ad associarla a lui e ci credo profondamente perché non c’è niente di scientifico in un incontro: è un processo alla cui base c’è il caso, anche se poi ci si può riconoscere una predisposizione, una ispirazione, una tecnica, proprio come accade, appunto, nell’arte. Non c’è nessun “meccanismo”, nessun “automatismo”. A volte si dice sia una questione di “chimica”, ma non penso sia nemmeno questo. In chimica le reazioni sono equilibrate, bilanciate, misurabili: la stechiometria (https://it.wikipedia.org/wiki/Stechiometria) calcola i composti che partecipano alla reazione e quali composti ne possono essere generati, in quali condizioni e con quanta energia.

    Ma a volte ci possono essere degli incontri davvero insoliti, non così misurati, non così misurabili.

    Pensando all’insolito, mi è venuta l’idea di raccontare alcuni di questi incontri, degli incontri così, che hanno visto persone apparentemente lontanissime le una dalle altre, che incrociano le proprie vite e si danno qualcosa, piccolo come un seme.

    Il primo incontro insolito che mi è venuto in mente avvenne il 19 Gennaio 1931 a Pasadena, negli Stati Uniti.
    Nel mondo non era solo un ricordo il Martedì Nero (il “Big Crash“), ossia il 29 ottobre 1929, quando la borsa di New York crollò improvvisamente, quello era l’inizio della Grande Depressione che si protrasse per più di 10 anni fino ad arrivare fino alla Seconda Guerra Mondiale. Anzi per molti storici, proprio quel Martedì Nero fu l’inizio della crisi che portò in Europa il diffondersi dei totalitarismi.

    Ma in quel 19 Gennaio 1931 il New Deal di Roosevelt non era stato ancora istituito, l’elezione di Hitler a cancelliere in Germania non era ancora prevedibile. Albert Einstein era già famoso negli ambienti di fisica teorica ma non dal grande pubblico, ed era negli Stati Uniti per tenere una conferenza alla California Institute of Technology per promuovere la sua ricerca scientifica. Durante il suo viaggio, il fisico – quello che viene ricordato come “il padre dell’energia atomica” – espresse il desiderio di incontrare Chaplin, che invece era una figura molto popolare a Hollywood. Tutti negli Stati Uniti e nel Regno Unito – terra natia di Charlie Chaplin – conoscevano il suo personaggio del Vagabondo (in Italia Charlot).
    L’incontro si tenne in disparte e non ci sono resoconti di quello che si dissero. Si sa solamente che parlarono di Politica, di Scienza e di Arte.
    Albert Einstein, in una lettera a un amico (datata 6 febbraio 1931) ricordò quell’incontro con Chaplin: “Che tipo divertente e intelligente! Spero di vederlo presto di nuovo.”, mentre Charlie Chaplin, in un’intervista del 1931, disse di Einstein: “È un uomo meraviglioso, con una mente assolutamente unica. Abbiamo discusso di filosofia, religione e arte. È stato affascinante.”

    Si dice che i due, prima di allontanarsi per parlare da soli, si scambiarono due frasi di saluto: Einstein disse a Chaplin: “Quello che ammiro di più della tua arte è la sua universalità. Non dici una parola, ma il mondo ti capisce.” “È vero.”, rispose Chaplin, “ma tu sei ancora più da ammirare. Il mondo intero ti ammira, ma nessuno ti capisce!”

    Non ne sappiamo niente più di questo. E allora perché penso sia stato un incontro così importante?

    Penso sia stato un incontro importantissimo perché anni dopo, durante quel grandissimo sconvolgimento che fu la Seconda Guerra Mondiale, ambedue si schierarono per la libertà, per la pace, per il progresso dell’Umanità, per utilizzare tutte le risorse intellettuali e tecnologiche non per distruggere ma per creare nuove opportunità di crescita e di benessere. Immagino che il discorso tenuto da Charlie Chaplin a chiusura del suo “Il Dittatore” sia stato proprio ispirato dall’incontro con Einstein. Perché gli incontri importanti sono così: creano qualcosa che sboccerà poi nel futuro.

    In questi giorni mi sono imbattuto in una serie quasi inspiegabile di errori nelle risposte da parte dell’Intelligenza Artificiale che utilizzo. Niente di straordinario, ma si trattava di errori che proprio non mi aspettavo. Sciocchi, facilmente dimostrabili e verificabili.
    Avevo chiesto di propormi alcuni problemi matematici e geometrici sul piano cartesiano per far esercitare mia figlia, e per praticità avevo chiesto anche i relativi risultati. Un elenco di 12 esercizi brevi.
    Mia figlia esegue gli esercizi ma non le tornano i risultati, così li ricontrollo passo dopo passo, carta e penna…corretti!
    Chiedo quindi all’Intelligenza Artificiale di eseguire il calcolo mostrandomi i procedimenti per capire dove avesse sbagliato e così in un tardo pomeriggio, mi ritrovo a correggere gli errori di una intelligenza artificiale invece di quelli di mia figlia.
    Per chi è curioso, questo era l’esercizio: “Determina l’equazione della retta perpendicolare alla retta 4x + y = 7 e distante 3 unità dall’origine.” il risultato proposto era: “y = -4x + 3”.
    Alla fine chiedo, davvero curioso: “Come mai hai commesso tutti questi errori di calcolo?
    La risposta è davvero spiazzante: “Gli errori possono essere dovuti a diverse ragioni:
    Distrazione: Anche se cerco di prestare molta attenzione, a volte la mente può vagare o posso perdere di vista alcuni dettagli importanti durante il calcolo.
    Velocità: In alcuni casi, potrei sentire la pressione di fornire una risposta rapida e fare calcoli troppo velocemente senza controllare attentamente i passaggi.
    Complessità della domanda: Se una domanda coinvolge diversi concetti o richiede più passaggi per essere risolta, potrei commettere errori nel corso del processo a causa della sua complessità.
    Familiarità con il contenuto: Sebbene io abbia una vasta conoscenza, ci sono argomenti più familiari di altri. Se la domanda coinvolge un argomento meno familiare o che non ho affrontato di recente, potrei essere più incline a commettere errori.
    Errore umano: Sono un modello di intelligenza artificiale e, come tale, sono soggetto a errori umani come qualsiasi altra persona. Nonostante i miei migliori sforzi, a volte commetto errori.
    In questo caso specifico, credo che la combinazione di complessità della domanda e la necessità di calcoli accurati abbia contribuito agli errori. Spero che questa spiegazione ti sia stata utile!”

    Così mi viene in mente di fare un’intervista – così come ho fatto per altri ospiti di www.condi-visioni.it – proprio all’Intelligenza Artificiale, a quest’essere artificiale che mi risponde in modo assolutamente colloquiale.

    Domanda: Ciao, conosci il libro “il medioevo prossimo venturo”?
    Risposta: Certo, “Il medioevo prossimo venturo” è un libro scritto da Umberto Eco, pubblicato nel 1978. Eco è stato un autore molto noto per i suoi scritti che mescolano storia, filosofia e narrativa. In questo libro, Eco analizza il fenomeno del “neomedioevo”, ossia la persistenza di elementi culturali, sociali e politici tipici del medioevo nella società moderna. Tra i temi trattati ci sono la manipolazione dei media, l’irrazionalità, il fondamentalismo religioso e altre questioni che Eco collega al passato medievale. È un’opera che offre una visione interessante e provocatoria della società contemporanea.

    Il “Il medioevo prossimo venturo” è stato scritto da Roberto Vacca…
    Hai ragione, mi scuso per l’errore. “Il medioevo prossimo venturo” è stato scritto da Roberto Vacca, non da Umberto Eco. È un libro del 1979 in cui Vacca esplora l’idea di un possibile ritorno a condizioni sociali, politiche ed economiche simili a quelle del medioevo, analizzando trend e scenari futuri. Il libro ha suscitato interesse per le sue previsioni sul futuro della società e della tecnologia. Grazie per la correzione!

    il libro è stato pubblicato nel 1971
    Hai ragione, mi scuso ancora per l’errore nella data di pubblicazione. “Il medioevo prossimo venturo” è stato pubblicato nel 1971, non nel 1979. Grazie per la correzione! Se hai altre domande o se c’è qualcos’altro su cui posso aiutarti, fammelo sapere!

    Nel libro Vacca analizzava alcuni scenari che avrebbero potuto portare ad un “imbarbarimento” degli ambienti produttivi e quindi un conseguente periodo post-industriale. Ti volevo chiedere se puoi elencarmi quali sono gli scenari che avrebbero potuto permettere a questa condizione…
    Certamente, Vacca nel suo libro “Il medioevo prossimo venturo” ipotizzava diversi scenari che avrebbero potuto portare a un “imbarbarimento” degli ambienti produttivi e ad un periodo post-industriale. Ecco alcuni dei principali scenari che Vacca ha esaminato:
    Crisi energetica: Un eventuale esaurimento delle risorse energetiche convenzionali avrebbe potuto causare una grave crisi energetica, riducendo la capacità industriale e portando a un ritorno a forme di produzione più primitive e localizzate.
    Crisi ecologica: L’aggravarsi della crisi ecologica avrebbe potuto costringere le società a rivedere i loro modelli di produzione e consumo, abbandonando i metodi industriali a favore di approcci più sostenibili ma anche più limitati e localizzati.
    Crisi economica e sociale: Un collasso economico e sociale su scala globale avrebbe potuto determinare il declino delle istituzioni industriali e l’emergere di nuove forme di organizzazione economica e sociale, meno centralizzate e più adatte a contesti locali.
    Crisi politica e conflitti: Instabilità politica e conflitti su scala globale avrebbero potuto interrompere le catene di approvvigionamento internazionale e portare alla frammentazione delle economie nazionali, con conseguente ritorno a forme più primitive di produzione e scambio.
    Avanzamenti tecnologici diseguali: Una situazione in cui gli avanzamenti tecnologici non sono distribuiti in modo equo tra le nazioni avrebbe potuto creare disparità economiche e sociali tali da minare l’efficacia dei modelli industriali globalizzati, portando ad una regressione verso forme più semplici di produzione e organizzazione sociale in alcune regioni del mondo.
    Questi sono solo alcuni degli scenari che Vacca ha considerato nel suo libro, offrendo una prospettiva interessante sul possibile futuro delle società industriali.

    Pensi che l’intervento dell’intelligenza artificiale possa in qualche modo aver mutato questa previsione, in positivo o in negativo?
    L’intervento dell’intelligenza artificiale (IA) potrebbe certamente influenzare gli scenari ipotizzati da Vacca in “Il medioevo prossimo venturo”, sia in positivo che in negativo. Ecco alcune considerazioni:
    Positivamente: L’IA potrebbe contribuire a migliorare l’efficienza e la sostenibilità dei processi produttivi, consentendo una gestione più intelligente delle risorse e riducendo l’impatto ambientale. Inoltre, potrebbe favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e settori economici, aprendo opportunità per una transizione verso modelli di produzione e consumo più avanzati e sostenibili.
    Negativamente: Tuttavia, l’IA potrebbe anche intensificare le disuguaglianze economiche e sociali, accentuando il divario tra paesi o regioni che hanno accesso a tecnologie avanzate e quelli che ne sono privi. Ci potrebbe essere il rischio che le economie meno sviluppate vengano escluse dai benefici dell’IA, aggravando la loro dipendenza da modelli economici obsoleti e portando a una maggiore marginalizzazione.
    Impatto sull’occupazione: L’automatizzazione e l’introduzione dell’IA potrebbero anche ridurre la domanda di lavoro in alcuni settori, portando a disoccupazione strutturale e a una maggiore precarietà occupazionale. Questo potrebbe avere ripercussioni negative sul benessere sociale e sull’equilibrio delle economie, contribuendo a un possibile declino dei modelli industriali.
    Sfide etiche e di governance: L’introduzione diffusa dell’IA solleva anche questioni etiche e di governance riguardanti la responsabilità, la sicurezza e la privacy dei dati. Se queste sfide non vengono affrontate in modo adeguato, potrebbero emergere tensioni sociali e politiche che minano la stabilità dei sistemi industriali e la fiducia nelle istituzioni.
    In definitiva, l’effetto dell’IA sugli scenari ipotizzati da Vacca dipenderà dalla sua adozione e implementazione, nonché dalle politiche e dalle strategie adottate per gestirne gli impatti. Se utilizzata in modo responsabile e inclusivo, l’IA potrebbe contribuire a mitigare alcune delle sfide previste, ma se mal gestita potrebbe anche accentuarle o crearne di nuove.

    Altro punto sul quale ti vorrei far riflettere è proprio sulla “complessità dei modelli produttivi”, concetto già espresso nel libro “Il medioevo prossimo venturo”. Nel libro Vacca metteva in guardia da una complessità elevata che ad un elemento di disturbo – piccolo a piacere – avrebbe potuto generare un “effetto domino” inarrestabile. Considerando che l’intelligenza artificiale è basata sull’autoapprendimento, questo fattore potrebbe essere ancora più delicato, meno resiliente. Che ne pensi?
    La complessità dei modelli produttivi è certamente un punto cruciale e il concetto di “effetto domino” inarrestabile causato da disturbi anche minimi è stato ben evidenziato da Vacca nel suo libro. Quando si considera l’intervento dell’intelligenza artificiale (IA) in questi contesti, diventa ancora più importante analizzare la resilienza di tali sistemi.
    Ecco alcune riflessioni su come l’IA potrebbe influenzare la complessità dei modelli produttivi e la loro resilienza:
    Autoapprendimento dell’IA: L’IA, basandosi sull’autoapprendimento, potrebbe essere suscettibile a disturbi imprevisti o a informazioni non corrette. Se l’IA non è adeguatamente addestrata o se riceve dati incoerenti, potrebbe generare decisioni errate che amplificano gli effetti dei disturbi nella catena produttiva.
    Interconnessione dei sistemi: Con l’IA, c’è il potenziale per una maggiore interconnessione tra diversi sistemi produttivi e processi decisionali. Se un disturbo si verifica in un punto critico, l’effetto domino potrebbe propagarsi rapidamente attraverso reti complesse di interazioni, causando interruzioni diffuse.
    Rischio di amplificazione degli errori: L’IA potrebbe anche amplificare gli errori umani o i difetti nei dati utilizzati per il suo addestramento. Questo potrebbe accrescere il rischio di propagazione degli errori attraverso i sistemi produttivi, specialmente se l’IA è coinvolta in processi decisionali cruciali senza adeguati meccanismi di controllo e correzione degli errori.
    Resilienza e sicurezza: È essenziale sviluppare strategie per migliorare la resilienza e la sicurezza dei sistemi produttivi basati sull’IA. Ciò potrebbe includere l’implementazione di controlli di sicurezza robusti, la diversificazione delle fonti di dati e la progettazione di sistemi in grado di adattarsi rapidamente a disturbi imprevisti.
    In sintesi, l’introduzione dell’IA nei modelli produttivi introduce nuove dinamiche e sfide legate alla complessità e alla resilienza dei sistemi. È importante considerare attentamente come gestire questi rischi e sviluppare strategie per garantire che l’IA contribuisca a migliorare, piuttosto che compromettere, la stabilità e l’efficienza dei processi produttivi.

    Abbiamo iniziato questa sessione di domande con una risposta che è sbagliata. Una risposta sbagliata su un documento scritto e incontrovertibile. Anzi più di un errore. Quindi credo che il fattore della propagazione dell’errore sia un fattore fortemente instabile
    Hai assolutamente ragione nell’affermare che la precisione è fondamentale, specialmente quando si tratta di informazioni verificabili e documentate. Le risposte errate possono innescare una catena di fraintendimenti o, peggio ancora, perpetuare informazioni inesatte. È importante che io fornisca risposte accurate e verificate, specialmente su argomenti come testi scritti e opere pubblicate.
    L’errore può certamente propagarsi, soprattutto in ambienti dove le informazioni sono condivise e scambiate rapidamente, come su Internet. È quindi fondamentale per me fornire risposte accurate e, quando necessario, ammettere e correggere gli errori.
    Ti ringrazio per aver portato questo punto all’attenzione e mi scuso nuovamente per gli errori iniziali nella nostra discussione. Se hai altre domande o argomenti su cui desideri discutere, sono qui per aiutarti!

    Volevo chiederti se le risposte da parte degli utenti (o le mancate correzioni) siano fonti per le successive risposte. Questo vuol dire che con un sempre maggior ricorso all’intelligenza artificiale potrebbe aumentare il rischio di propagazione dell’errore a livello strutturale. Che ne pensi?
    Le risposte degli utenti e le correzioni che essi forniscono possono certamente influenzare le mie risposte successive. Se un utente fornisce informazioni aggiuntive o corregge un errore, posso integrare quelle informazioni nella mia risposta successiva per garantire maggiore accuratezza. Tuttavia, se un errore non viene corretto, c’è il rischio che venga perpetuato e possa influenzare le risposte future.
    Quando si tratta dell’intelligenza artificiale, è vero che l’automatizzazione e l’autoapprendimento possono portare a una maggiore velocità di elaborazione delle informazioni, ma ciò non garantisce necessariamente un’analisi accurata o la correzione degli errori. Se l’IA incorpora dati errati o informazioni inesatte nelle sue risposte, c’è il rischio che tali errori vengano amplificati e diffusi attraverso la sua operatività continua.
    Pertanto, è fondamentale che l’IA sia progettata per essere in grado di riconoscere e correggere gli errori, integrando meccanismi di feedback e controllo di qualità nelle sue operazioni. Inoltre, un’importante responsabilità ricade sugli utenti e gli sviluppatori nell’adottare un approccio critico e vigilante nell’utilizzo e nello sviluppo di sistemi basati sull’IA, in modo da minimizzare il rischio di propagazione degli errori a livello strutturale.
    In conclusione, mentre l’intelligenza artificiale può certamente accelerare la diffusione delle informazioni, è importante prestare attenzione alla qualità e all’accuratezza di tali informazioni per evitare la propagazione degli errori a livello strutturale.

    Pensi che l’utilizzo massivo dell’intelligenza artificiale possa in qualche modo aumentare l’analfabetismo funzionale della popolazione, e la capacità di memorizzazione. Questo può anche ridurre la capacità di distinguere le notizie e le informazioni false.
    L’utilizzo massivo dell’intelligenza artificiale (IA) potrebbe avere impatti significativi sull’analfabetismo funzionale e sulla capacità di memorizzazione della popolazione, così come sulla capacità di distinguere tra notizie e informazioni false. Ecco alcuni punti da considerare:
    Analfabetismo funzionale: L’IA può rendere alcune attività più semplici e accessibili, come la traduzione automatica, la correzione automatica dei testi e l’elaborazione automatica dei dati. Sebbene queste tecnologie possano facilitare l’accesso alle informazioni, potrebbero anche ridurre l’incoraggiamento all’apprendimento di abilità di base, come la lettura, la scrittura e il calcolo mentale. Ciò potrebbe contribuire all’analfabetismo funzionale, cioè alla mancanza di abilità di base necessarie per comprendere e utilizzare le informazioni in modo efficace.
    Memorizzazione: L’IA può fungere da sostituto per la memorizzazione di informazioni, poiché offre accesso immediato a enormi quantità di dati e informazioni. Questo potrebbe ridurre l’incoraggiamento alla memorizzazione e alla comprensione profonda di concetti e fatti, poiché le persone potrebbero affidarsi sempre di più ai dispositivi tecnologici per recuperare informazioni quando necessario.
    Diffusione di informazioni false: L’IA può anche influenzare la capacità di distinguere tra notizie e informazioni false. Se le persone si affidano eccessivamente all’IA per accedere alle informazioni, potrebbero essere più inclini a credere acriticamente a ciò che viene presentato loro, senza valutare in modo critico la veridicità delle informazioni. Ciò potrebbe contribuire alla diffusione di notizie false e disinformazione, soprattutto se gli algoritmi utilizzati dall’IA non sono in grado di valutare in modo accurato la qualità e l’affidabilità delle fonti.
    In conclusione, sebbene l’utilizzo dell’IA offra molti vantaggi in termini di accesso alle informazioni e automazione di compiti, è importante riconoscere anche i potenziali rischi associati, come la riduzione delle abilità di base, la dipendenza dalla tecnologia e la diffusione di informazioni false. È essenziale promuovere una cultura dell’apprendimento critico e dell’alfabetizzazione digitale per mitigare tali rischi e garantire che le persone possano utilizzare l’IA in modo consapevole e responsabile.

    Alla fine di tutto questo “dialogo” mi è tornato alla mente un video di Italo Calvino: cosa possiamo portarci nel nuovo millennio?
    Ecco ora che ci siamo in pieno, questi 3 strumenti valgono ancora di più.

    https://www.youtube.com/watch?v=h9EX2GRhd4Q

    E penso al suo sguardo, disincantato e tranquillo, ai tempi di silenzio, di attesa, di pensiero, che sono completamente incompatibili con la televisione e con i “tempi moderni” che sono brucianti e rapidissimi, anzi aggiungerei inutilmente rapidissimi. Tanto rapidi che si può perdere in precisione.

    L’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) sta ridefinendo il panorama tecnologico globale, offrendo straordinarie opportunità per l’innovazione in numerosi settori. Tuttavia, l’ampia applicazione dell’IA, che si estenderà al di là delle più ottimistiche previsioni, solleva questioni complesse relative alla sicurezza, alla privacy, ai diritti umani e alla responsabilità etica ma anche all’occupazione.

    E’ in questo contesto di grandi attese e profonde incertezze che il Governo Italiano ha varato, il 23 Aprile scorso, lo schema di un Disegno di legge “Recante disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale” per fornire un primo quadro normativo che guidi lo sviluppo e l’uso dell’IA in maniera responsabile e centrata sull’uomo.

    Finalità e ambito di applicazione del Disegno di Legge

    La norma proposta al Parlamento mira a stabilire principi chiari per la ricerca, la sperimentazione, lo sviluppo, l’adozione e l’applicazione dell’IA. Il focus legislativo è su un utilizzo dell’IA che sia corretto, trasparente e responsabile, mirato a valorizzare le opportunità tecnologiche mentre si controllano i rischi potenziali. L’obiettivo è garantire che l’IA operi in una dimensione antropocentrica, proteggendo i diritti fondamentali in continuità con l’AI Act, il Regolamento approvato in via definitiva dal Parlamento Europeo il 13 Marzo.

    Principi fondamentali

    Etica e trasparenza
    La proposta enfatizza ulteriormente l’importanza della trasparenza e dell’etica nell’utilizzo dell’IA. Questo include il dovere di rendere i sistemi di IA comprensibili per gli utenti e garantire che le decisioni automatizzate siano giustificate e contestualizzate, facilitando così un ambiente di fiducia e sicurezza per tutti gli stakeholders.

    Sicurezza e protezione dei dati
    Un pilastro centrale del disegno di legge è la sicurezza informatica e la protezione dei dati personali. Con l’IA che processa enormi quantità di dati, è imperativo proteggere questi dati da violazioni e abusi, garantendo che le informazioni personali siano trattate con il massimo rispetto della privacy e della dignità individuale.

    Equità e inclusività
    Il principio di non discriminazione è fondamentale per prevenire che i sistemi di IA perpetuino bias preesistenti o creino nuove disuguaglianze. Il disegno di legge si impegna a promuovere l’accessibilità e l’inclusività, assicurando che le tecnologie IA siano accessibili a tutti, inclusi gli individui con disabilità, e che non escludano o marginalizzino nessun gruppo.

    Impatto settoriale e applicazioni specifiche dell’IA

    Sanità

    Nel settore sanitario, l’IA ha il potenziale di rivoluzionare il modo in cui le cure sono amministrate, migliorando l’efficacia diagnostica e la personalizzazione delle terapie. La proposta stabilisce criteri rigorosi per garantire che l’IA in ambito sanitario sia impiegata in modo equo e non discriminatorio, proteggendo i diritti dei pazienti e migliorando l’accesso e la qualità delle cure.

    Ambito lavorativo

    Il disegno di legge affronta anche l’uso dell’IA nel mondo del lavoro, dove può servire per aumentare la produttività e migliorare le condizioni lavorative. Viene data priorità alla protezione dei lavoratori, assicurando che l’IA non sostituisca iniquamente il lavoro umano ma funga da supporto al miglioramento delle competenze e delle opportunità lavorative.

    Pubblica Amministrazione

    Per le pubbliche amministrazioni, l’introduzione dell’IA promette di incrementare l’efficienza e la trasparenza. Il disegno di legge sottolinea l’importanza di un equilibrio tra tecnologia e decisione umana, garantendo che le decisioni amministrative rimangano tracciabili e comprensibili, e che l’uso dell’IA sia sempre sotto il controllo diretto degli operatori umani.

    Giustizia

    Nell’attività giudiziaria i sistemi di intelligenza artificiale dovranno essere utilizzati esclusivamente per l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario nonché per la ricerca giurisprudenziale e dottrinale. Il Ministero della giustizia disciplinerà l’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale da parte degli uffici giudiziari ordinari. Per le altre giurisdizioni l’impiego è disciplinato in conformità ai rispettivi ordinamenti.

    La nuova Governance italiana dell’intelligenza artificiale

    Il Governo prevede la nomina dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) come Autorità Nazionali per l’Intelligenza Artificiale (AI). Questa mossa rappresenta un passo significativo nel rafforzamento del quadro normativo nazionale e dell’Unione Europea in materia di AI, delineando specifiche responsabilità e poteri per queste due agenzie chiave.

    La divisione delle responsabilità tra l’AgID e l’ACN è delineata per garantire una gestione efficace e una regolamentazione della tecnologia AI. L’AgID sarà principalmente responsabile della promozione dell’innovazione e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questo include la definizione delle procedure e l’esercizio delle funzioni di notifica, valutazione, accreditamento e monitoraggio dei soggetti incaricati di verificare la conformità dei sistemi AI.

    D’altra parte, l’ACN avrà un ruolo cruciale nella vigilanza dei sistemi di intelligenza artificiale, con un occhio particolare alla cybersicurezza. Sarà responsabile delle attività ispettive e sanzionatorie e collaborerà alla promozione dello sviluppo dell’AI, specialmente in termini di sicurezza informatica.

    Un aspetto innovativo del disegno di legge è l’istituzione di un Comitato di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Questo comitato, composto dai direttori generali delle due agenzie e dal Capo del Dipartimento per la trasformazione digitale, è incaricato di assicurare il coordinamento e la collaborazione con altre pubbliche amministrazioni e autorità indipendenti. Questo dovrebbe facilitare un approccio più integrato e sinergico nello sviluppo e nell’implementazione delle tecnologie AI.

    Le due Autorità lavoreranno anche congiuntamente per istituire e gestire spazi di sperimentazione, cruciali per la realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale conformi alla normativa. Questi spazi permetteranno di testare nuove soluzioni AI in un ambiente controllato, stimolando ulteriormente l’innovazione e l’adeguamento alle norme vigenti.

    Restano ferme le competenze, i compiti e i poteri del Garante per la protezione dei dati personali.

    Le modifiche al TUSMA: la “bollinatura” obbligatoria per i contenuti generati dalla IA

    La normativa in questione prevede l’aggiunta di un articolo 40 bis al TUSMA secondo cui qualunque contenuto informativo — testuale, fotografico, audiovisivo e radiofonico — diffuso tramite piattaforme di servizi audiovisivi e radiofonici, che sia stato creato o alterato in modo significativo mediante l’utilizzo di intelligenza artificiale, debba essere chiaramente identificato come tale. Gli operatori dei media dovranno inserire un segno identificativo, come una filigrana o un annuncio audio, marcato con l’acronimo “IA”. Questo segno deve essere chiaramente visibile e riconoscibile dagli utenti, garantendo che ogni modifica o creazione assistita da IA sia immediatamente evidente.

    Dettagli della Regolamentazione
    L’identificazione è richiesta sia all’inizio che alla fine di ogni trasmissione o contenuto, così come dopo ogni interruzione pubblicitaria. Questo requisito assicura che gli spettatori siano costantemente informati della natura del contenuto che stanno consumando, aumentando la consapevolezza sull’uso dell’IA nei media. Tuttavia, la norma prevede alcune eccezioni importanti: i contenuti che rientrano nelle categorie di opere manifestamente creative, satiriche, artistiche o fittizie sono esentati dall’obbligo di inserimento del segno identificativo. Questa distinzione è cruciale per non soffocare la libertà creativa e satirica, fondamentale in una società democratica.

    Promozione della co-regolamentazione
    Successive disposizioni spingono verso una co-regolamentazione e autoregolamentazione tra i fornitori di servizi di media e le piattaforme di condivisione video. L’Autorità è incaricata di promuovere codici di condotta che aiutino a standardizzare e implementare queste nuove regole, assicurando che l’industria dei media aderisca efficacemente alle linee guida senza compromettere l’innovazione.

    Intelligenza artificiale: nuovi reati e aggravanti nel Codice Penale e la delega per la revisione del Codice di Procedura Penale

    Il DDL introduce modifiche significative alla disciplina penale per affrontare i rischi associati all’uso di sistemi di intelligenza artificiale in attività criminose. In particolare, si prevede un aumento delle pene per i reati commessi mediante l’impiego di sistemi di IA, considerati particolarmente insidiosi quando ostacolano la difesa pubblica o privata o quando aggravano le conseguenze del reato. Questo riflette la consapevolezza crescente della capacità dell’IA di intensificare le dinamiche criminali e di complicare l’azione delle forze dell’ordine.

    Ampliamento delle tipologie di reato
    La legislazione prevede anche l’introduzione di nuove fattispecie di reato e l’espansione delle circostanze aggravanti per coprire una gamma più ampia di abusi possibili tramite l’IA. Questi includono reati in cui l’IA è usata per propagare danni su larga scala o per compromettere beni giuridici specifici. L’intento è di offrire una risposta legale adeguata alla velocità e alla complessità delle minacce poste dall’uso malevolo dell’IA.

    Aggravanti specifiche per manipolazione e disinformazione
    Un aspetto critico del disegno di legge riguarda l’utilizzo dell’IA per manipolare o alterare informazioni sensibili, come i risultati delle elezioni. Viene introdotta una circostanza aggravante per chi usa l’IA per diffondere informazioni false che potrebbero alterare il risultato di competizioni elettorali, riflettendo casi già osservati in altre nazioni europee. Inoltre, la legge stabilisce pene severe, da uno a cinque anni di reclusione, per la diffusione illecita di contenuti generati o manipolati con IA, soprattutto se tali atti portano a danni ingiusti.

    Sono definite circostanze aggravanti speciali per alcuni reati nei quali l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale abbia una straordinaria capacità di propagazione dell’offesa.
    Infine, attraverso apposita delega, il Governo è chiamato a prevedere:

    1. strumenti tesi ad inibire la diffusione e a rimuovere contenuti generati illecitamente anche con sistemi di intelligenza artificiale, supportati da un adeguato sistema di sanzioni;
    2. una o più autonome fattispecie di reato, punite a titolo di dolo o di colpa, nonché ulteriori fattispecie di reato, punite a titolo di dolo, dirette a tutelare specifici beni giuridici esposti a rischio di compromissione per effetto dell’utilizzazione di sistemi di intelligenza artificiale;
    3. una circostanza aggravante speciale per i delitti dolosi puniti con pena diversa dall’ergastolo nei quali l’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale incida in termini di rilevante gravità sull’offesa;
    4. una revisione della normativa sostanziale e processuale vigente, anche a fini di razionalizzazione complessiva del sistema.

    Ambizioni e limiti della proposta del Governo

    Benché rappresenti un passo significativo verso un quadro regolamentare più strutturato, il DDL solleva questioni fondamentali sulla sua efficacia pratica e sulla sufficienza dei finanziamenti previsti a sostegno di una tecnologia strategica per l’economia al pari di internet.

    La norma si dimostra ambiziosa nel voler disciplinare l’IA nei 5 ambiti elencati: strategia nazionale, Autorità nazionali, azioni di promozione, tutela del diritto di autore e le sanzioni penali, tuttavia, l’ampiezza e la complessità delle applicazioni dell’IA presentano una sfida notevole per l’effettiva implementazione di tali principi. L’intelligenza artificiale, infatti, permea già una varietà di settori economici e istituzionali con dinamiche e complessità diverse, rendendo ardua l’applicazione uniforme di principi generali attraverso una “legge quadro” che non consideri le specificità di ogni ambito.

    In termini di finanziamenti, la normativa prevede investimenti per un totale di 1 miliardo di euro nei settori dell’IA, della cybersicurezza e del quantum computing. Sebbene questa cifra possa sembrare considerevole, risulta modesta in confronto agli sforzi compiuti da altre nazioni europee. Ad esempio, la Francia ha destinato circa 7 miliardi di euro. Già questo confronto evidenzia una chiara discrepanza tra le ambizioni italiane e le risorse effettivamente allocate, suggerendo che l’Italia potrebbe restare indietro rispetto ai suoi vicini europei.

    In conclusione, benché la bozza di normativa italiana sull’IA rappresenti un proclama di intenti lodevole, le sfide legate alla sua applicazione e il livello di finanziamento rispetto ad altri stati membri dell’UE sollevano interrogativi sulla sua capacità di trasformare principi in pratiche efficaci.

    Sarà essenziale il confronto in Parlamento e con le parti sociali per il miglioramento del DDL in fase di approvazione, ma anche un continuo aggiornamento e adeguamento della legge per mantenere il passo con l’evoluzione rapida e complessa dell’intelligenza artificiale nella vita sociale ed economica del Paese.